Il lavoro di Letizia Battaglia (1935-2022) rappresenta uno spartiacque nella storia del fotogiornalismo italiano. Tuttavia sarebbe un errore ridurre il suo contributo a una mera questione di genere o quote rosa. Che sia stata la prima donna in Italia a lavorare in un contesto da sempre appannaggio degli uomini le fa onore, ma non basta a spiegare la rivoluzione di cui è stata capace.
Con i suoi indimenticabili scatti in bianco e nero, infatti, la fotoreporter palermitana ha tracciato una linea di demarcazione nel modo di concepire la fotografia. Ha superato le colonne d’Ercole di una disciplina non ancora considerata una forma d’arte o uno strumento di denuncia sociale.

Letizia Battaglia, gli stereotipi e Palermo
Negli anni Cinquanta, quando i giornali stranieri volevano comprare fotografie degli omicidi avvenuti in Sicilia, chiedevano che accanto ai cadaveri ci fossero dei fichi d’India, ed è per questa ragione che i fotografi più navigati tenevano sempre una pianta nel portabagagli dell’automobile. Così, fin dalla notte dei tempi, è stato perpetrato un racconto della Sicilia e della mafia fatto di stereotipi, folcloristico e rassicurante, ma inautentico e, in quanto tale, pericoloso. Questo tipo di narrazione è cambiato solo alla fine degli anni Settanta con il ritorno di Letizia a Palermo, dove è stata chiamata a dirigere il settore fotografico del quotidiano “L’Ora”.

Mi prendo il mondo ovunque sia
Quest’aneddoto racchiude la chiave di volta del libro scritto da Letizia Battaglia per Einaudi con la collaborazione della giornalista Sabrina Pisu: Mi prendo il mondo ovunque sia (2020). Come si evince dal sottotitolo – “Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza“–, il volume ripercorre la storia privata e professionale della grande fotografa italiana, che ha trascorso metà della sua vita con l’inseparabile Minolta al collo.

Letizia Battaglia scopre la passione per la fotografia quando ha quasi 40 anni, tre figlie e un matrimonio fallito alle spalle. Come molte donne della sua epoca, è stata una sposa bambina, diventando madre a soli 16 anni. Coronare il suo sogno d’amore, però non le ha regalato la libertà e l’indipendenza che desiderava. È infelice e il ruolo da gregaria, che una società profondamente patriarcale le impone, a lei sta stretto.
Letizia Battaglia, la fotografia come ancora di salvezza
Sarà la fotografia la sua àncora di salvezza, uno strumento d’emancipazione con cui conquisterà l’indipendenza economica e, soprattutto, una maggiore consapevolezza di sé: è questo lo spartiacque della sua palingenesi. Per oltre vent’anni, Letizia Battaglia ha documentato la prima guerra di mafia che ha insanguinato Palermo. Una stagione feroce, che ha raggiunto il suo punto di non ritorno nel 1992 con l’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uomini simbolo del pool antimafia.
«È stato in quegli anni che la macchina fotografica ha cominciato a rappresentare un’estensione della mia anima. Era la mia arma per difendere Palermo, che era finita nel buco nero di una guerra civile che ha fatto mille morti ammazzati».

Nelle sue foto, quindi, convivono mestiere e militanza: denunciano l’orrore di cui Cosa Nostra è stata capace, ma anche l’indigenza e le profonde disuguaglianze che attraversano Palermo. Sono immagini di fronte alle quali è impossibile restare indifferenti, che vogliono risvegliare le coscienze e richiamare tutti alle proprie responsabilità. E solo l’assenza di colore rende il loro impatto un po’ meno devastante.
Come dichiara lei stessa, «ho fotografato l’orrore perché era mio dovere, mossa dal caparbio convincimento che testimoniando il male si possa costruire un mondo diverso».











