Fabiola Tedesco in concerto: quando il suono si fa luce d’inverno

Fabiola Tedesco, primo violino dell'orchestrapresso la Noord Nederlands Orkest nei Paesi Bassi

La violinista torinese Fabiola Tedesco torna nella sua città per il primo concerto della stagione invernale dell’Accademia Stefano Tempia.

Fabiola Tedesco, torna a Torino, la sua città, per esibirsi in un concerto d’eccezione. Già allieva dell’Accademia Stauffer, è stata recentemente nominata Concertmaster della North Netherlands Symphony Orchestra di Groningen. Fabiola, nonostante la sua giovane età si colloca tra i migliori violinisti a livello internazionale. Il suo curriculum parla di una carriera costruita tra Colonia, Bonn e le più prestigiose istituzioni italiane (dalla Santa Cecilia alla Toscanini). É però nel suo DNA che vibra la nota più profonda: figlia d’arte, è cresciuta in una famiglia dove si dialoga con il linguaggio della musica e il talento è di casa. Solo poche settimane fa, il primo gennaio, abbiamo visto suo fratello Paolo Tedesco guidare la sezione violoncelli nel Concerto di Capodanno alla Fenice di Venezia sotto la direzione di Michele Mariotti.

 

Fabiola Tedesco, primo violino dell'orchestrapresso la Noord Nederlands Orkest nei Paesi Bassi
Fabiola Tedesco. Foto di Mariska de Groot. Courtesy by F. Tedesco

Abbiamo intervistato Fabiola Tedesco che  Il 9 febbraio 2026  approderà al Conservatorio di Torino per un appuntamento speciale della stagione dell’Accademia Stefano Tempia: il concerto “Eleganza e invenzione”. Nella duplice veste di direttrice e solista con l’Orchestra APM di Saluzzo ci guiderà in un viaggio tra giovinezza e memoria attraverso il genio di Mozart. L’evento apre il ciclo invernale di appuntamenti della Stefano Tempia che ha per titolo Luce d’inverno, tre concerti tra giovinezza, intimità e memoria.

Fabiola, nel concerto del 9 febbraio sarai solista e direttrice. In questo duplice ruolo, come gestisci il confine tra il controllo che devi esercitare sull’orchestra e l’abbandono interiore quando suoni il violino?

La bellezza di suonare in questo ruolo è che, nella migliore delle ipotesi, durante la fase delle prove si crea un senso di complicità e sinergia tra me e l’orchestra. Questa fiducia si trasmette poi sul palco, e ciò mi consente, nel caso fosse necessario, anche di “delegare” la conduzione agli altri musicisti. In ogni caso, trovo che i due ruoli siano complementari: anche nella preparazione di un’esibizione da solista è fondamentale la conoscenza della partitura integrale, per esempio. In ogni caso, il ruolo di primo violino abitua a mettere in primo piano la trasmissione del fraseggio e degli impulsi tramite la gestualità, e in questo modo i due “alter ego” trovano la loro armonia.

Essere Primo Violino ti mette al centro dell’ingranaggio orchestrale. Spesso si associa questo ruolo al potere. Tu come vivi questa leadership? Ti senti più una guida che indica la strada o un trait d’union tra la musica, gli orchestrali e chi ascolta?

Per me essere leader è poter accogliere e portare con me chi mi suona accanto ispirandolo nelle idee musicali, con apertura e autorevolezza, ma senza una pretesa di supremazia che non farebbe che creare distanza tra me e l’orchestra.

Il nove febbraio Fabiola Tedesco dirigerà Mozart: il Concerto n. 1 e la Sinfonia n. 29. Sono opere di un Mozart giovanissimo già piene del suo entusiasmo e della sua genialità. Trasmettere Mozart oggi a un pubblico giovane, che cosa significa per te?

Mozart è di per sé una figura dal fascino irresistibile, una vera e propria rockstar che nella sua breve vita riuscì a sconvolgere e ispirare il mondo. Proprio per questa ragione trovo che la sua musica abbia un ascendente intramontabile su ogni generazione, e anche i più giovani non possono che essere travolti dall’energia e sfrontatezza del suo altrettanto giovane genio.

Fabiola Tedesco in concerto
Fabiola Tedesco.in concerto Foto di Martina Domaine. Courtesy by F. Tedesco

Il concerto che dirigerai ha per titolo Eleganza e invenzione e fa parte di una serie di tre concerti della bellissima stagione dell’Accademia Stefano Tempia 2025/2026 e che sono dedicati alla Luce d’inverno.  Se dovessi descrivere il suono del tuo violino usando un’immagine invernale legata a Torino, quale sceglieresti? È una luce che scalda o una che brilla nel freddo?

Spero che il suono del mio violino possa essere come la punta della Mole illuminata la sera: una luce che svetta nel cielo d’inverno, che possa scaldare il cuore di chi la guarda.

Torino con la Mole Antonelliana di notte
Torino con la Mole Antonelliana di notte. foto di Luca Casartelli, via Wikimedia Commons

Openlibri si occupa molto di narrazione. Immaginiamo che la partitura del Concerto K 207 sia un romanzo, che tipo di storia racconterebbe? E chi sarebbe il protagonista che interpreti con il tuo arco?

Per me, il protagonista del concerto K207 è un giovane che si appresta a conoscere il mondo, pieno di entusiasmo e ottimismo, ancora inconsapevole del dolore e difficoltà che incontrerà, e per questo forse ancora innocente.

Sei giovane, ma hai già un percorso incredibile alle spalle. Raccontaci l’emozione della tua “prima volta” da Primo Violino o da solista. Come si è trasformata quell’emozione in energia e in musica?

La prima volta seduta sulla sedia del primo violino è senza dubbio uno dei ricordi più emozionanti, che conservo con gioia e gratitudine. Fu durante la produzione sinfonica del conservatorio austriaco in cui frequentavo il primo anno del bachelor, e suonammo la quinta sinfonia di Beethoven. Ricordo la sensazione di pura estasi e un’energia travolgente che mi attraversava ogni volta che il direttore mi guardava e interpretavo il suo gesto. In quei giorni di prove, chiudevo spesso gli occhi, immaginando di essere seduta sulla sedia del Konzertmeister di una grande orchestra anni dopo, dicendomi che prima o poi sarebbe successo. Mi vengono i brividi quando realizzo la potenza incredibile di quell’intento.

La rassegna parla di “giovinezza, intimità e memoria”. Qual è il primo ricordo d’infanzia che ti lega fisicamente al tuo strumento? C’è un profumo, un’emozione o un luogo che riaffiora ogni volta che afferri il violino?

Del mio primo incontro col violino, ricordo soprattutto l’attrazione nei confronti della pece, utilizzata per aumentare l’attrito dei crini dell’archetto sulle corde. Ero molto incuriosita dal suo odore e dalla consistenza, volevo quasi assaggiarla! Per fortuna quell’istinto è scemato…

Una giovanissima Fabiola Tedesco
Una giovanissima Fabiola Tedesco. Courtesy by F. Tedesco

Mozart scrisse queste pagine a 17 anni. Se potessi incontrare la Fabiola diciassettenne nel backstage del Conservatorio di Torino, cosa le diresti per prepararla a quello che è diventata oggi?

Si dà il caso che la Fabiola diciassettenne si trovasse spesso nel backstage del conservatorio. Mi piacerebbe incontrarla nel camerino, magari prima del suo debutto col concerto di Tchaikovsky, e raccomandarle di tenersi stretta, essere fiera di chi è – prometterle che ogni momento buio avrà un senso in futuro, e augurarle di essere un po’ meno dura con se stessa.

Spesso si dice che la musica classica sia destinata a un’élite. In un’epoca di scroll veloci sui social, come pensi che un concerto possa agganciare i tuoi coetanei? Qual è secondo te il segreto per rendere questa musica open e accessibile?

Penso che intanto sia importante far passare il messaggio che quella classica sia, come ogni tipo di musica, un mezzo per trasmettere emozioni che non hanno bisogno di anni di studio per essere riconosciute. E che, a suo tempo, anche la musica di Mozart o Beethoven era a suo modo considerata “pop”…

Un esempio: la mia orchestra nei Paesi Bassi si esibisce ogni anno con un programma di musica classica al festival Lowlands, vicino ad Amsterdam- uno dei più popolari ritrovi per gli amanti di musica elettronica, quasi una Woodstock olandese. Il pubblico reagisce come a un concerto rock, ballando e pogando. Viverlo sulla mia pelle è stato incredibile: sicuramente un punto di incontro è possibile.

La memoria è un altro tema del trittico invernale della stagione dell’Accademia Stefano Tempia. Cosa custodisce la tua memoria, un consiglio o una frase scandita da un tuo maestro, che porti con te ogni volta che sali sul palco e che in qualche modo consideri il tuo portafortuna artistico?

La mia insegnante e mentore mi diceva sempre: “Una nota o un passaggio sbagliato non sono la fine del mondo: quando finisce il concerto, sono ancora tutti vivi, tu compresa. Fare musica è un privilegio che dobbiamo accogliere con gioia, salire sul palco è una festa.”  Cerco di ricordare queste parole ogni volta che l’ansia da prestazione si fa sentire.

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