Di fronte a un divieto, la reazione psicologica del nostro cervello è molto complessa. L’imperativo è inibire, l’impulso è cedere. Il proibito ci affascina, l’attrazione misteriosa per ciò che non possiamo avere ci stuzzica, e la curiosità ci divora. Così la moglie di Barbablù apre la porta in cui le viene vietato di entrare, Adamo ed Eva mangiano la mela, Orfeo si gira a guardare Euridice e Psiche illumina il volto di Amore. Quando ci dicono di no, il desiderio di scoprire perché ci fa dispettosamente dire sì. Lo stesso accade coi libri proibiti.
Storia dei libri proibiti dall’America al mondo
Gli Stati Uniti d’America hanno una lunga tradizione di censura dei libri. Fin dal 1637 hanno aggiornato la loro lista di libri proibiti a seconda del periodo storico, e dal 2021 il book ban ha registrato un aumento del 65% rispetto ai periodi precedenti. I divieti nelle scuole e nelle biblioteche hanno colpito libri come Il buio oltre la siepe, i grandi romanzi di Toni Morrison, Il racconto dell’ancella, Il cacciatore di aquiloni e molti altri. Razzismo, schiavitù, minoranze sono i temi più centrati dal mirino della censura.
Ma non sono solo i cugini americani a vantare una hall of shame di tutto rispetto. La Chiesa cattolica istituisce nel 1559 l’Index librorum prohibitorum, che rimane in vigore in Italia fino al 1966, impedendo tra gli altri al Decameron e a Machiavelli di circolare liberi. Il celebre rogo dei libri della Germania nazista riduce in cenere le opere di Mann, Schnitzler, Hemingway. Alcuni regimi comunisti bandiscono tuttora i libri di George Orwell. In alcune teocrazie islamiche, leggere letteratura occidentale e “satanica” diventa motivo di reclusione.

Ma cosa c’è di tanto scandaloso nei libri proibiti, e perché li si vieta? Sbirciando la lista dei titoli più censurati della storia, le motivazioni sembrano ridursi a tre tabù principali: sesso, religione e politica. Romanzi come Lolita sono banditi con accuse di oscenità e scene troppo esplicite, l’URSS bandisce la Bibbia per trent’anni, I versi satanici di Salman Rushdie sono attualmente proibiti in ventuno paesi perché tacciati di blasfemia musulmana. Persino Il Codice Da Vinci non si legge in Libano perché la comunità cristiana lo ritiene offensivo.
Difesa o aggressione culturale?
Proibire i libri può essere un tentativo di limitare opinioni e visioni del mondo ritenute pericolose, che si discostano da quella “dominante”. Il confine tra difesa culturale e paura travestita da protezionismo è però sottile. Occorre chiedersi se per difendere i propri valori sia davvero necessario bandire quelli altrui, o si tema piuttosto una perdita di potere convenientemente bollata come sacrilega corruzione morale.
Ma qualsivoglia siano i motivi alla base, qual è il vero effetto del divieto? Ignorare l’esistenza di un’idea la rende meno reale o finisce paradossalmente per rinforzarla? Vietare un libro non lo fa sparire, instilla quanto mai curiosità verso di esso, perché l’erotismo del divieto è molto più forte del permesso. La natura umana desidera sempre ciò che non può avere, e i divieti finiscono spesso per produrre l’effetto contrario e temuto: la ribellione.
La letteratura rappresenta la realtà senza filtrarla, si fa ponte tra mondi distanti fra loro, ci svela idee anche diversissime dalle nostre, e sta proprio in questo la sua forza. Quando si tenta in tutti i modi di silenziare la voce di qualcun altro, forse è la nostra che sta urlando a squarciagola qualcosa di sbagliato.











