Emilio Salgari ha fatto attraversare oceani a milioni di lettori, ma nella sua vita, invece, non ha mai trovato un porto sicuro. Il creatore di Sandokan, di Yanez de Gomera, della Perla di Labuan, dei Pirati della Malesia e del Corsaro Nero immagina giungle, assalti, tigri, pirati, duelli e amori impossibili. Eppure, dietro quella letteratura di avventure, c’è una casa fragile, affollata di debiti, malattia, ansia e dolore.
Salgari è osannato dai lettori, sfruttato dagli editori, snobbato da buona parte della critica e schiacciato da una vita domestica che assomiglia sempre meno a un romanzo d’avventura e sempre più a una tragedia familiare. Una contraddizione crudele: l’uomo che regala evasione agli altri non riuscirà mai a evadere dalla propria sfortuna.

Sandokan (Kabir Bedi) e i suoi tigrotti giudicano James Brook nella quinta puntata dello sceneggiato TV Sandokan (1976). screenshot catturato da Batman.94 – screenshot autoprodotto licenza CC
Emilio Salgari: Il successo e la miseria
A leggerlo oggi sembra quasi impossibile: Emilio Salgari vive in condizioni economiche difficili. Scrive moltissimo, spesso a ritmi massacranti, per consegnare romanzi e racconti agli editori. Ma quel successo non si trasforma in benessere. All’amico pittore Gamba, così scrive nel 1909:
«La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza avere avuto il tempo di rileggere e correggere.»
La sua frase più terribile, lasciata agli editori prima di morire, è una ferita aperta nella storia della nostra letteratura: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle…”. il grido di uno scrittore che sente di essere stato consumato, spremuto, tenuto in una continua “semi-miseria” mentre i suoi libri fanno fortuna. E mentre la penna corre, la casa cade lentamente a pezzi.

Ida, l’amore e la malattia
Il centro doloroso della vita familiare di Salgari è la moglie Ida Peruzzi, chiamata anche Aida: presenza amata e figura domestica intorno alla quale cercare una normalità possibile. Ma la malattia mentale la travolge. Il suo ricovero in manicomio, nel 1910, è per Salgari un colpo durissimo.
C’è dolore, senso di impotenza. La frustrazione di non avere abbastanza denaro e non poter garantire cure adeguate. Non riuscire a proteggere la propria famiglia, proprio lui che nei romanzi inventava eroi capaci di affrontare ogni nemico.
Da quel momento, la casa di Salgari sembra svuotarsi di luce. I debiti aumentano, la fatica cresce, la disperazione si fa più vicina. La fantasia, che per anni era stata il suo rifugio, non basta più.

Il padre, Emilio e il destino che si ripete
Nella vita di Salgari la disgrazia non arriva come un fulmine isolato. Il padre si toglie la vita, nel 1889, gettandosi dalla finestra perché convinto di essere affetto da una malattia incurabile. È un precedente tragico, un’ombra familiare che rende ancora più cupa la fine dello scrittore.
Il 25 aprile 1911, sulle colline torinesi, nella zona di Val San Martino, Emilio Salgari sceglie una morte violenta, quasi teatrale, con un rasoio. Una fine che richiama l’immaginario orientale che tanto aveva amato e raccontato, ma che nella realtà non ha nulla di romanzesco. È una morte disperata, feroce, definitiva. Ai figli lascia poche lire e una frase che pesa come un testamento: “Sono un vinto”. Ed è forse questa la parola più atroce. Vinto. Lui, il papà dell’invincibile Sandokan, si abbandona, vinto dalla vita.

Funerali dimenticati, città distratta
Anche l’addio sembra partecipare alla sua sfortuna. Torino, in quei giorni, è presa dai festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità d’Italia e dall’Esposizione internazionale al Valentino. La città guarda avanti, celebra, si veste a festa. Il funerale di Salgari passa quasi inosservato.
È un’immagine amarissima: mentre Torino si illumina per celebrare il progresso, uno dei suoi scrittori più popolari se ne va nell’ombra. Emilio Salgari ha fatto viaggiare l’Italia intera senza muoversi quasi mai; eppure, nel giorno dell’ultimo viaggio, la sua città sembra guardare altrove.
La tragedia continua nei figli
La sfortuna non si ferma con lui. La famiglia Salgari è attraversata da una catena di dolore. La figlia Fatima, rimasta a sostenere la casa dopo la morte del padre e il ricovero della madre, muore giovanissima, nel 1914, consumata dalla tubercolosi.
Il figlio Romero si toglie la vita nel 1931, dopo un episodio drammatico in famiglia. Nadir, ufficiale del Regio Esercito, muore in seguito a un incidente motociclistico. Omar, l’ultimo figlio, si suicida nel 1963 a Torino.
Letta così, la storia sembra quasi una leggenda nera. Ma bisogna stare attenti: chiamarla “maledizione” è suggestivo, certo, ma dietro non ci sono fantasmi letterari. Ci sono povertà, malattia, fragilità psichiche, isolamento, lutti, una lunga sequenza di ferite private.

Il paradosso di Salgari
La grandezza tragica di Emilio Salgari sta tutta qui: un uomo schiacciato dalla vita, ma capace di regalare libertà agli altri. Nella sua casa entrano debiti e angosce; dalle sue pagine escono oceani, pirati e orizzonti infiniti.
«A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.» – Emilio Salgari











