Scritto Misto suona bene. Suona bene grazie alle parole che raccoglie e distribuisce, e suona bene perché ci sono racconti fatti di musica.
Da dodici anni questa rassegna, che si svolge tra le montagne, difende la letteratura universale e quella di prossimità come un patrimonio collettivo, una scommessa verso il futuro. Succede in Val Chisone, che da secoli è la porta delle Alpi Occidentali e corridoio di frontiera tra Italia e Francia. Un punto in cui il transito, la tradizione e l’incontro tra culture sono nel DNA stesso del territorio. Qui il dialogo si manifesta in un evento unico nel suo genere che fonde letteratura e musica in polifonie magiche per un viaggio unico nel suo genere.

Il Festival itinerante di musica e libri, Scritto Misto, quest’anno si svolgerà tra l’11 luglio e il 2 agosto a Perosa Argentina, a Usseaux e al Forte di Fenestrelle
Ne abbiamo parlato con la donna che accorda le voci degli scrittori con le note dei musicisti, trasformando il paesaggio alpino in una straordinaria cassa di risonanza. Deborah Severini, curatrice e ideatrice del Festival, dodici anni fa ha avuto un’intuizione: creare nei borghi storici e nelle valli un grande palcoscenico dove far dialogare le persone in modi diversi. L’abbiamo incontrata per farci raccontare questa bellissima avventura.
Le radici del festival e il ruolo della musica
Come nasce l’idea di Scritto Misto in Val Chisone?
«Il Festival nasce come esperimento, 12 anni fa. La prima edizione, quella pilota, si organizza nel 2015 per capire se sul territorio della Val Chisone c’è lo spazio per creare un progetto più articolato rispetto a quelli già presenti. Scritto Misto, fin dall’inizio, è pensato come un viaggio ideale che si muove attorno a una riflessione dove cucire scrittori e musicisti».

In un’epoca culturale dove la parola d’ordine sembra essere “veloce”, Scritto Misto regala momenti da assaporare lentamente. Cosa aggiunge l’esecuzione musicale dal vivo all’ascolto di una presentazione letteraria?
«La scrittura musicale durante il Festival non è concepita come un accompagnamento alla scrittura delle parole. Va al di là del semplice sottofondo. Non è un’azione coreografica, ma è uno strumento altrettanto importante per raccontare in maniera diversa la storia dell’uomo».
Scritto Misto è itinerante?
«Sì. All’inizio, per i primi cinque anni, il festival si svolgeva al Lago del Laux. È stato in seguito alla pandemia che si è pensato di renderlo itinerante. Dal 2020, quindi, la carovana si muove tra Perosa Argentina, il Forte di Fenestrelle e Usseaux».

Scritto Misto Edizione 2026: Umano / Disumano
Il tema di quest’anno, Umano / Disumano, è un fil rouge di forte impatto e stringente attualità. Come è stato declinato nella scelta degli autori e dei titoli di questa XII edizione?
«Umano e disumano non sono nient’altro che la grande metafora del male e del bene, che vivono l’uno nell’altro, in completo sincrono in alcuni momenti. A volte il bene acquista un terreno più fertile, più largo, e riesce a manifestarsi meglio, a farci vivere in pace più a lungo; in altri casi, invece, il male prende il sopravvento e va a fagocitare rapidamente tutto quello che di buono è stato fatto in precedenza. Ecco perché nella nostra società dobbiamo vigilare continuamente sulle capacità del bene. Mentre il bene credo sia abbastanza semplice da governare, il male ha una fantasia immensa ed è anche molto subdolo. Gli autori e le autrici sono stati scelti proprio perché avevano nella loro narrazione degli elementi importanti legati a questa diatriba, così come i musicisti.
Se pensiamo, per esempio, alle arie d’opera, queste raccontano perfettamente l’umanità: sono fondate sui principi di ascesa al cielo e di caduta negli inferi. Dinamiche che ritornano in continuazione, sia nella letteratura che nella musica».
Dietro le quinte l’anima del Festival Scritto Misto
In dodici anni di incontri in tanti luoghi, qual è stato il momento artistico più inaspettato o magico a cui hai assistito dietro le quinte?
«I momenti inaspettati sono stati davvero tanti in 12 anni. Sicuramente uno dei più magici è stato l’incontro con Michela Murgia. All’epoca aveva già vinto il Premio Campiello per Accabadora e stava preparando i podcast con Chora Media. Ho trovato in lei una donna attenta, incredibilmente vicina agli altri. Non una star, ma qualcuno che, essendo partita dal basso, conosce molto bene cosa significa tessere i pensieri, soprattutto da parte di una donna quando la voce è costantemente resa afona.
Ricordo quell’incontro bellissimo: lei aveva le parole giuste, aveva il garbo, era l’esempio stesso dell’essere umano. Mi ha lasciato una grandissima eredità. Ci siamo scritte, in seguito e, malgrado fosse un personaggio così celebre, rispondeva ogni singola volta. Ecco, questa è stata Michela Murgia per me: un grande riferimento che mi ha insegnato veramente molto».

(foto via Wikimedia Commons)
Al di là del ruolo organizzativo, spogliandoci delle vesti ufficiali: dietro a questa polifonia, quanto c’è della storia personale, delle passioni e della sensibilità umana di Deborah Severini?

«Beh, nel festival c’è moltissimo di me, non posso negarlo. Sono sempre un po’ un “cuore in allarme”: non mi accontento facilmente delle spiegazioni e ascolto molto il mio istinto. Mi domando sempre se quello che provo io sia, in realtà, provato da molti. Poi leggo, mi documento, ascolto il pensiero altrui per avere un confronto; ciò che ne viene fuori deve, in qualche modo, far suonare delle corde negli altri, deve avere una sua risonanza.
Ogni incontro del Festival è un mondo a sé. Tecnicamente gli elementi sono gli stessi, ma il risultato è sempre unico. Con scrittori, scrittrici e musicisti si sviluppa una relazione molto forte. Tutti sono talmente coinvolti che durante gli eventi non si parla solo del libro, ed è questa è la vera differenza. Su questo insisto molto: il libro ha la sua dignità e se è presente al Festival è perché ha qualcosa da dire sul tema enunciato, ma le cose che si dicono si trasformano per far parte di una storia che raccontiamo tutti insieme anche se ogni autore o musicista espone la propria visione del mondo in completa libertà. Il tema di quest’anno racchiude interrogativi che girano nel mio cuore e nella mia anima: sì, sicuramente c’è del mio».
Le prospettive e i sogni nel cassetto
Scritto Misto è una formula consolidata e di successo. Qual è il prossimo traguardo o il sogno nel cassetto per questa rassegna?
«La formula ha sicuramente una sua identità molto precisa. Ci si rende conto della differenza quando si è già preso parte a una normale “presentazione con musica”. In Scritto Misto si crea la magia di un vero amalgama.
Il sogno nel cassetto? Mi piacerebbe molto che questo festival potesse diventare più grande, avere una sua cabina di regia aperta tutto l’anno e magari inaugurare uno “Scritto Misto Off” con versioni invernali. Soprattutto, vorrei tanto che avesse un’eredità dopo di me. Sembra facile, ma è una vera sfida cercare, e trovare qualcuno che abbia voglia di occuparsene, di metterci energie nuove, e non parlo solo di risorse economiche, seppur essenziali, ma della volontà di tessere nuove relazioni con il territorio. Scritto Misto non deve perdere la sua territorialità.
È facile chiamare i grandi nomi: se hai un buon portafoglio li paghi e vengono, e sicuramente apportano un grande valore. Ma io credo sia fondamentale far emergere la letteratura di prossimità, quella che non viene raccontata dalle grandi case editrici. Se non esistesse la piccola editoria attenta alle storie locali, questo enorme bagaglio culturale andrebbe perduto.

Il mio sogno nel cassetto è proprio questo: trovare qualcuno che abbia voglia di affiancarmi nei prossimi anni per poi, quando non potrò più seguirlo per raggiunti limiti di età, lasciargli il timone di questa carovana. Qualcuno che abbia questa stessa dedizione e che si innamori perdutamente del progetto».











