Femminilità e progresso in Frankenstein di Mary Shelley

Il libro Franknstein di Mary Shelley

Mary Wollstonecraft Godwin Shelley perde la madre quando ha undici giorni. Perde anche tre dei suoi quattro figli, avuti giovanissima, e scrive Frankenstein ad appena diciott’anni. Cosa accadrebbe se fosse possibile dare la vita senza maternità? Si chiede Mary, fra un trauma e l’altro. In Frankenstein di Mary Shelley cecità del progresso e rifiuto del femminile vanno a braccetto, intrecciandosi in un’opera che a più di duecento anni dalla sua pubblicazione parla come fosse stata scritta ieri.

L'autrice di Frankenstein Mary Shelley
Mary Shelley, l’autrice di Frankenstein

Il rifiuto del femminile in Frankenstein di Mary Shelley

In Frankenstein di Mary Shelley la creazione diventa esclusivo appannaggio maschile. Si fa smania provocata dall’illusione di un progresso senza freni, accelerato e arrogante. Qual è il limite, quando tutto sembra permesso dalla scienza? Eliminato il femminile, la Creatura viene alla luce solo grazie a freddi calcoli matematici, cadaveri ed elettricità. La maternità non esiste, e quando c’è è tormentata. La paternità che resta sarebbe meglio non esistesse.

Le donne del libro sono emblema di cura e affetto, e infatti muoiono. La scomparsa della madre Caroline genera nel dottor Frankenstein il vuoto più grande da colmare, mentre le altre cadono per mano della Creatura, ma indirettamente a causa di Viktor. Justine ed Elizabeth vengono uccise dal mostro e provocano nel romanzo un enorme deficit di femminilità, a cui la mascolinità in eccesso non riesce a sopperire.

Estromettendo le donne dal processo creativo di generazione della vita e aggiungendo una buona dose di bramosia di onnipotenza tutta al maschile, Shelley rende Frankenstein una sorta di gotico distopico proto-femminista. Che succede se gli uomini si sostituiscono alle donne?

Tra intelligenza artificiale e femminismo

I parallelismi con la contemporaneità non smettono di moltiplicarsi. C’è chi lo assimila a un romanzo sull’intelligenza artificiale, in anticipo di un paio di secoli, e chi ne sottolinea la potente denuncia femminista. L’ambizione di Viktor Frankenstein  partorisce una creatura mostruosa totalmente fuori dal suo controllo, ma si rivela sterile nell’ossessiva tracotanza della sua mascolinità.

Abbagliato dai lumi di un’epoca di completa fiducia nella scienza, Frankenstein agisce incurante delle conseguenze e genera qualcosa che è incapace di gestire. Con l’intento di sostituirsi a Dio si trova alle prese con una creazione che lui stesso rinnega, in un curioso ribaltamento della depressione post-partum. Il figlio tanto desiderato, mascherato da esperimento scientifico, diventa uno specchio in cui Viktor si rifiuta di riflettersi, non avendone il coraggio.

La creatura agisce in modo spietato, intelligente abbastanza da comprendere la natura della sua condizione, ma incapace di uscirne. È un mostro a un tempo misero e crudele, abbandonato e condannato all’eterna infelicità. Compiange il suo status e biasima il padre per averlo generato, e nel farlo riesce a suscitare la nostra, di pietà. Non basta dare la vita per essere genitore, bisogna dare amore, urla Shelley a colpi d’inchiostro. Chi è il vero mostro in questo quadro?

Pubblicato inizialmente anonimo, con un’introduzione firmata dal marito Percy Shelley, Frankenstein è per anni erroneamente attribuito a un uomo. Il nome di Mary Shelley compare sulla copertina solo nel 1823, alla stampa della sua seconda edizione, quando il mostro si ricongiunge finalmente alla sua vera madre. Cosa succede quando gli uomini si sostituiscono alle donne, dicevamo?

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