Diritto di voto alle donne: storia (imbarazzante) del primo decreto

congresso UDI 1944 diritto di voto alle donne

Il diritto di voto alle donne è ormai parte della nostra democrazia, e nel 2026 compie 80 anni ma dietro quella conquista ci sono storie sorprendenti e ironie storiche che non sono citate nei libri di scuola.

Diritto di voto alle donne, il decreto è del 1945

In Italia, anche se si celebra il 1946 come anniversario, il voto alle donne in realtà è ufficializzato l’anno prima con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23. Decreto approvato dalla maggioranza dei partiti a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani, reso esecutivo dal Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi, firmato da Umberto di Savoia e pubblicato il 1° febbraio 1945 con un lapidario “Estensione alle donne del diritto di voto”.

Il 1946 entra in ballo perché, dalla data di emissione del decreto, le prime elezioni utili e aperte alle donne, sono quelle amministrative del 1946, seguite il 2 giugno del 1946 dal referendum sulla Repubblica Le donne votanti sono 12.998.131, cioè l’89,2 % delle iscritte. Sono loro le madri della Repubblica.

diritto di voto alle donne cheda elettorale usata in trentino per il referendum
scheda elettorale usata in Trentino nel 1946 per il referendum – foto pubblico dominio

Il diritto di voto non è per tute le donne

In una clausola che oggi fa alzare le sopracciglia, nel decreto però restano escluse dall’elettorato attivo alcune categorie specifiche.

 Art. 3. Oltre quanto stabilito dall'art. 2 del  decreto  del  Ministro  per
l'interno in data 24 ottobre 1944, non possono essere iscritti  nelle
liste elettorali le donne indicate nell'art. 354 del Regolamento  per
l'esecuzione del testo  unico  delle  leggi  di  pubblica  sicurezza,
approvato con R. decreto 6 maggio 1940, n. 635.

Quali donne restano quindi escluse? L’articolo 354 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza cita e quindi esclude dal voto le prostitute schedate che lavorano fuori dalle case chiuse autorizzate. Insomma, chi esercita nelle case chiuse sì, chi sta in strada o a casa sua no. La norma è progressista ma non proprio inclusiva.

Papa Pio XII, da buon diplomatico, scavalla il “problema”  dichiarando, come capo supremo della Chiesa Cattolica, subito dopo il decreto del 1945:

“Ogni donna, dunque, senza eccezione ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..]per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”. ”

La spinosa questione viene poi risolta con l’abrogazione dell’articolo 3 nel 1947. Quindi è solo da tale data che tutte le donne senza eccezione, anche per la neonata Repubblica Italiana, possono andare a votare.

donne al voto 1946

Le donne possono votare ma…possono eleggere solo uomini

Ma c’è un altro dettaglio che spesso sfugge quando si parla del decreto del 1945. Il decreto parla di elettorato attivo, cioè del diritto di votare. Ma sull’elettorato passivo, cioè la possibilità per le donne di essere votate, il testo tace. Tradotto: le italiane (e non tutte come abbiamo visto) possono entrare nella cabina elettorale, ma non in Parlamento. E quindi le donne possono votare, ma possono eleggere solo uomini.

Ed è qui che entra in scena l’Unione Donne Italiane (UDI). L’11 febbraio 1945, appena dieci giorni dopo il decreto, l’organizzazione invia un telegramma a Bonomi chiedendo di sancire anche l’eleggibilità femminile. Il messaggio è chiaro: la democrazia non può essere a metà.

Bisognerà attendere più di un anno. Perché è solo con il decreto n. 74 del 10 marzo 1946 che le donne italiane ottengono finalmente il diritto di candidarsi. Da quel momento, le cittadine di almeno 25 anni possono essere elette. Dal 10 marzo 1946 le donne italiane non sono più soltanto elettrici: sono cittadine con diritti completi. Infatti con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 vengono elette anche le prime 21 donne all’Assemblea Costituente.

Le prime donne elette

Figlie del decreto n.74 del 10 marzo 1946, sono anche le prime sei sindache elette in Italia. Margherita Sanna a Orune, in provincia di Nuoro. Ninetta Bartoli a  Borutta, in provincia di Sassari. Ada Natali, che sarà poi parlamentare, a Massa Fermana, in provincia di Fermo. Ottavia Fontana a Veronella, in provincia di Verona. Elena Tosetti a  Fanano, in provincia di Modena. Lydia Toraldo Serra a Tropea, in provincia di Vibo Valentia. Si calcola, inoltre, che a entrare negli oltre settemila Consigli comunali italiani, rinnovati nella lunga tornata elettorale che va dal 10 marzo 1946 all’autunno successivo in tutta Italia, sono circa 2.000 donne. (fonte Presidenza del Consiglio dei Ministri).

“Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore”. Anna Garofalo, giornalista

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