La giustizia penale e il processo mediatico. Intervista a Luca Bauccio

La giustizia penale continua a essere un argomento di grande interesse nel dibattito pubblico, tra le istituzioni e per i media.
Il rapporto tra giustizia e informazione pubblica appare molto delicato e troppe volte assistiamo a giudizi che si creano prima e fuori dai processi.
Il grande schermo non fa sconti: show mediatici e salotti in cui vengono ipotizzate teorie, fatte supposizioni e, di fronte a tanta frenesia per arrivare a individuare un colpevole, il processo penale deve trovare il modo di assicurare il diritto alla garanzia dei diritti per l’imputato.
Un compito difficile che investe Giudici, le parti e gli avvocati difensori.

La giustizia deve essere bilanciata tra tutti i protagonisti del processo penale perché sia vero e applicabile il concetto che “la legge è uguale per tutti“.
Il confronto tra difesa e accusa deve essere proporzionato, così come le regole applicate del diritto procedurale e la difesa dei diritti della persona: imputato e parte lesa.

Si rende quindi necessario conoscere meglio come è strutturato il processo penale e quale sia il giusto rapporto tra il bisogno di verità, il racconto mediatico e il rispetto del processo stesso.

Luca Bauccio, avvocato e saggista

Cr. Luca Bauccio

L’avvocato Luca Bauccio, esperto in diritto penale, dell’informazione e difensore di vittime da diffamazione, risponde a questa intervista per Open Libri. Tra gli ultimi casi mediatici noti di cui è stato protagonista, ricordiamo il caso Bibbiano, in cui Bauccio ha difeso e fatto assolvere il noto psicologo e psicoterapeuta Claudio Foti e la ex moglie Nadia Bolognini, psicoterapeuta.

Cr. M.Piazza

Luca Bauccio è l’autore di: “Il lupo di Bibbiano. Il processo a Claudio Foti, la gogna, l’assoluzione. La leggenda che ha sconvolto l’Italia” e “La giustizia non è una dea bendata: contro l’inganno di Bibbiano“. Due testi redatti e pubblicati dopo la chiusura del processo dove nel primo l’avvocato racconta il suo meticoloso studio del caso e perché ha deciso di assumere la difesa di Claudio Foti.
Nel secondo ci regala un adattamento ridotto della sua arringa a difesa della dott.ssa Bolognini, in cui è possibile rivivere da spettatore esterno il processo.

Cr. M.Piazza

La narrazione è molto fruibile e l’approccio ai testi è accessibile a tutti i conoscitori più o meno esperti del mondo giuridico, nessuno escluso.

Cr. Luca Bauccio

Intervista a Luca Bauccio, avvocato penalista

Pixabay, pubblico dominio

Buonasera avvocato e grazie per avermi concesso il suo tempo. A suo avviso ritiene che il sistema giudiziario penale italiano abbia dei limiti/difetti che dovrebbero essere superati?

Dopo oltre 25 anni di esperienza posso concludere che il vero male della giustizia italiana è la lentezza, conseguenza diretta della carenza di personale. Una giustizia veloce non necessariamente è giusta. Ma una giustizia lenta è sempre una giustizia ingiusta.

La custodia cautelare in Italia è un argomento molto discusso. E’ un istituto che viene utilizzato correttamente o dovrebbe essere maggiormente regolamentato?

Non credo che si possano fare affermazioni generali. Dipende. Quando un giudice non controlla con sufficiente attenzione gli atti di indagine, allora è lì che l’istituto fallisce. Ma predicare astrattamente una riduzione della misura è ipocrita e anche molto pericoloso.

Lei che ha sperimentato personalmente la spettacolarizzazione del caso Bibbiano, come valuta l’influenza che i media possono esercitare sull’operato della magistratura e sul giudizio che la società ha della Giustizia?

Il mio giudizio è negativo. Eccetto rare eccezioni, i media vampirizzano le vicende giudiziarie. Si rischia seriamente che il fare giustizia venga preso in appalto dal fare informazione. Lo scontro è già aperto e a rischiare siamo tutti.
Bibbiano è un paradigma che contiene i due estremi. Le indagini sono state sostenute e mitizzare dai media, ma il processo è stato un esempio di equidistanza, neutralità, rispetto delle parti.

Quale è il suo punto di vista sull’uso delle intercettazioni come tecnica investigativa?

Immaginare che le intercettazioni siano uno strumento che di per sé viola la libertà delle persone è una finzione. Non scherziamo. Senza le intercettazioni la metà delle indagini andrebbe in fumo. 
Il problema è un altro: come si ascoltano? Con quali e quante aspettative? Con quanta competenza? Le parole pronunciate al telefono o in privato non possono diventare un totem. Sono un spunto, una fonte di informazioni, non un dio da adorare. 
Infine: tante volte mi è capitato di benedire le intercettazioni, perché le cose dette dall’imputato hanno salvato il mio cliente. Sono contrario alle generalizzazioni.  

Il nostro sistema è definito garantista e, in base alla costituzione, dovrebbe essere sempre ben chiaro il principio della presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, così come il diritto alla difesa, ma nel processo penale spesso si percepisce uno squilibrio tra le parti. In base alla sua esperienza diretta e al caso Bibbiano, cosa può affermare in merito?

Non credo che la presunzione di innocenza sia messa in pericolo dai processi e dai giudici. Al contrario credo che nei processi e nell’azione dei giudici il principio sia trattato con sufficiente rispetto. Il pericolo viene da fuori, dai media, dai processi di popolo, dalla gogna social.
È lì che c’è uno squilibrio. Lì il cittadino è solo e in balia del più forte.

Nel processo a carico di Claudio Foti e Nadia Bolognini, di cui lei è legale di fiducia, quale è l’elemento o il particolare che, a suo avviso, ha influito in modo più incisivo per arrivare all’assoluzione?

Al Tribunale di  Reggio Emilia così come alla Corte d’appello di Bologna sono stati celebrati due processi equi. La differenza la fa la qualità soggettiva dei Giudici, la loro cultura, la loro formazione oltre che, nel nostro piccolo, noi avvocati.
La mia difesa in entrambi i casi si è basata sulla ricerca del metodo scientifico. Ho prodotto migliaia di pagine, decine e decine di studi.
I giudici hanno ascoltato e hanno compreso. E hanno doverosamente assolto.

Ci sono aspetti che secondo lei dovrebbero essere rivisti nel rapporto tra avvocatura e magistratura, per agevolare l’impegno che le due categorie svolgono nell’interesse del singolo e della società?

Il processo accusatorio introdotto nel 1989 ha necessitato, come tutte le grandi riforme, tre decenni perché imprimesse una nuova cultura del processo. Un’aula di tribunale oggi è molto diversa da com’era 20 anni fa. La mentalità, la psicologia e la postura del giudice verso accusa e difesa sono molto cambiate. Tutti noi operatori del diritto siamo stati forgiati dal processo accusatorio. A mio avviso non serve inseguire chimere quali la separazione delle carriere ma continuare nel processo di assimilazione dell’avvocato nella giurisdizione. L’avvocato è un alleato del Giudice, come il PM, non un nemico. Intendiamoci: l’avvocato deve difendere il proprio assistito. Ma le sue argomentazioni, le prove raccolte, la sua visione sono preziosi.

Quale esperto avvocato e divulgatore, saggista, vorrei chiederle di lasciare un messaggio ai lettori, che sia di invito a stimolare sempre lo spirito critico.

Coltivare il dubbio come metodo e come dimensione spirituale. È la nostra unica difesa dal fanatismo e dalla disumanizzazione. Un accusato è un essere umano. Un imputato è un padre, una madre, un figlio che ha diritto al rispetto e alla salvaguardia della propria vita. Fino a sentenza definitiva e oltre la sentenza definitiva. Questa è la meta più bella e ambiziosa che si possa coltivare.

Art.3 Costituzione, c.1 – “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”

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