Immaginiamo di essere sempre stati capaci di ottenere quello che vogliamo, di essere spigliati, forti e con un chiaro obiettivo in mente. Poi, però, qualcosa di spezza: smettiamo di essere performanti, qualsiasi risultato è deludente e nulla è all’altezza di quanto ci eravamo prefissati di ottenere. Pian piano, le conquiste lasciano il posto ai fallimenti, non pretendiamo più granché dalle nostre capacità e il nostro umore è come intrappolato un limbo: a tanto così da poter raggiungere il cielo, ma con un ostacolo: una campana di vetro.
È proprio La campana di vetro di Sylvia Plath il romanzo di cui parliamo oggi, un classico americano forte, simbolico e capace di travolgere a livello emotivo il lettore.
Il racconto di formazione al contrario
Di romanzi con storie di personaggi femminili giovani complessi, disincantati e in lotta con il concetto di salute mentale oggi ne abbiamo a bizzeffe; Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfeg, Appunti sulla tua scomparsa improvvisa di Allison Espach e Persone normali di Sally Rooney sono solo alcuni esempi più popolari degli anni recenti.
Un modello che sicuramente non nasce con l’autrice americana del libro in questione, ma che ha precursori ben noti e che non si limitano alla figura femminile protagonista. La nascita dei romanzi di formazione, in cui il giovane ha successo nell’ingresso al mondo degli adulti, compie il suo percorso di negoziazione con la società e trova il suo equilibrio, è accompagnata da romanzi ben più tragici, dove questo successo non viene dato per scontato. I dolori del giovane Werther in Germania e il nostrano Il diario di Jacopo Ortis sono due palesi esempi di questo modello, una rappresentazione luminosa di chi, la sfida di diventare adulti, la fallisce.
Sylvia Plath, modello della GenZ?
Dopo gli anni 2000 ricchi di romanzi dalle protagoniste insoddisfatte ma piene di risorse che alla fine la scampano sempre, la Generazione Z richiede maggiore realismo e onestà intellettuale. Non tutti falliscono. Ma tutti attraversiamo momenti di sconforto e umore basso in cui vorremmo abbandonare la nave, gettare la spugna, alzare la bandiera bianca e dire “non ce la faccio”.
La campana di vetro” esorcizza la paura di non riuscire nella sfida più grande del giovane adulto di oggi: crescere e trovare il proprio posto nel mondo, in una società che diventa sempre più complessa e di difficile gestione. Ed è questo uno dei maggiori punti di forza di questo romanzo del 1963 scritto da Sylvia Plath, una donna che la sua lotta contro la vita, i suoi sogni e le sue ambizioni l’ha tristemente persa.
Sylvia Plath Premio Pulitzer nel 1982 foto pubblico dominio
La trama in breve
La protagonista della storia è Esther Greenwood, giovane borsista che sogna di vivere di scrittura e che inizia a farsi le ossa nella redazione della rivista Ladies’ Day a New York. Ha grandi ambizioni ma le pressioni che percepisce dall’esterno sono troppo forti e la sua autostima troppo debole da sopportarlo, e tra flash back e flash forward seguiamo il percorso contorto della sua mente che scivola lentamente verso la depressione.
La narrazione in prima persona aiuta a vedere questo deterioramento in maniera diretta, e spinge alla creazione di un legame emotivo forte con Esther. Il tipico romanzo in cui il lettore dialoga con il protagonista, a volte è in disaccordo e ci litiga, altre volte lo comprende profondamente e si sente rappresentato. Esther è talmente ben caratterizzata da sembrare reale, e questo è il motivo per cui questo romanzo fa scattare proprio quel meccanismo di identificazione ed esorcizzazione della paura di affrontare il mondo. Si cade ma non per questo dobbiamo avere paura.
Vivo di storie da quando sono nata e le leggo da quando ne avevo 6. Da allora non ho praticamente smesso. Credo fortemente nel potere della narrazione e ne sono devota, assieme alla scrittura. Le altre cose a cui non rinuncerei mai sono, non necessariamente in ordine di importanza: qualsiasi tipologia di dolce abbinato a un buon tè caldo, la musica a farmi da colonna sonora nei momenti tristi o felici della vita, e i giochi da tavolo, anche se fa tanto anni '80. Sono qui per condividere con voi i miei sproloqui su libri belli, brutti e necessari (che spesso costituiscono una sofferta via di mezzo).