C’è una vecchia cabina telefonica tra i campi e i boschi di Barone Canavese, lungo il Sentiero delle pietre bianche, in provincia di Torino. Ha i vetri un po’ opachi, uno sgabello per sedersi e un apparecchio di quelli di una volta: grigio, con il selettore a disco e la cornetta pesante. È il Telefono del vento, installato dall’associazione “Si può fare con Matteo Gamerro”. Un luogo pensato per parlare con chi non c’è più, con una persona perduta, con qualcuno al quale sono rimaste cose da dire.
Da quel telefono non si può chiamare nessun numero. Non servono monete né gettoni. Basta entrare, sedersi, sollevare la cornetta e parlare. Un’idea che richiama il “telefono del vento” nato in Giappone e raccontato anche nel romanzo Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina.
Dall’altra parte non risponderà nessuno. E probabilmente, per chi arriva fin qui, non è proprio questo ciò che conta.

Una cabina per affidare le parole al vento
All’interno c’è anche un quaderno sul quale lasciare pensieri, ricordi e parole che magari non si è riusciti a pronunciare prima.
La cabina guarda verso il cielo e verso l’orizzonte. Ache questo particolare sembra avere un significato: mentre si parla, lo sguardo può perdersi lontano e immaginare il volto della persona alla quale quelle parole sono rivolte.
Matteo Gamerro, fondatore dell’associazione, descrive così questo luogo:
«Affida le tue parole al vento. Il telefono non è collegato a nulla di terreno, ma a mondi e spazi diversi. Basta mettersi comodi, alzare la cornetta e parlare. L’unica regola è non avere fretta».
In un tempo nel quale siamo abituati a telefoni che devono necessariamente metterci in contatto con qualcuno, qui una cornetta serve invece a creare uno spazio per il ricordo.

La storia da cui nasce il Telefono del vento di Barone Canavese
Dietro questa cabina c’è una storia dolorosa. Liliana e Aldo, familiari di Matteo, muoiono in un incidente alla vigilia del loro matrimonio.
Da quella perdita nasce l’idea di creare un luogo per chi sta affrontando un lutto: uno spazio dove fermarsi, ricordare e, soprattutto, parlare. Il dolore attraversa anche la vita dello stesso Matteo Gamerro.
Laureato in ingegneria e avviato verso una brillante carriera, scopre di avere la sclerosi multipla. Da quindici anni vive su una sedia a rotelle e comunica utilizzando un puntatore, con il quale scrive al computer e su WhatsApp.
E scrive molto. Dal 2015 ha pubblicato quattro libri, tra i quali Si può fare – in cadrega verso Santiago. Anche la scrittura diventa un modo per raccontare la propria esperienza e trasformarla in qualcosa da condividere con gli altri.
Ma la storia della cabina piemontese porta molto più lontano. Fino in Giappone.

In Giappone il primo telefono che affidava le parole al vento
Sul fianco di Kujira-yama, la Montagna della Balena, nel nord-est del Giappone, si trova un grande giardino chiamato Bell Gardia. Qui esiste un telefono che non è collegato a nessuna linea. È conosciuto come kaze no denwa, il “telefono del vento”.
Le persone entrano nella cabina, alzano la cornetta e parlano con qualcuno che hanno perduto
Il luogo è diventato particolarmente significativo dopo il terremoto e lo tsunami che l’11 marzo 2011 devastano il Giappone nordorientale, lasciando dietro di sé migliaia di vittime e famiglie distrutte.
Da allora migliaia di persone hanno raggiunto quel telefono per pronunciare nomi, raccontare giornate, chiedere scusa, dire ciò che non avevano avuto il tempo di dire.

Il telefono del vento diventato un romanzo
È proprio questo luogo reale ad aver ispirato anche Laura Imai Messina per il romanzo Quel che affidiamo al vento. La protagonista, Yui, ha trent’anni e porta dentro di sé una data che divide la sua vita in un prima e in un dopo: l’11 marzo 2011.
Lo tsunami le ha portato via la madre e la figlia. Quando viene a conoscenza di Bell Gardia, Yui raggiunge quel luogo e incontra Takeshi, un medico di Tokyo, padre di una bambina che ha smesso di parlare dopo la morte della madre.
Il telefono diventa così, nel romanzo come nella realtà, un luogo nel quale dar voce al dolore.

Dal Giappone al Piemonte, lo stesso bisogno di parlare
Bell Gardia e Barone Canavese sono luoghi lontanissimi. Da una parte una montagna del Giappone affacciata sull’oceano. Dall’altra i campi e i boschi piemontesi.
Eppure basta entrare nelle due cabine e sollevare una cornetta perché la distanza sembri accorciarsi.
Le parole non hanno raggiunto nessun numero telefonico. Ma sono state dette. E qualche volta può essere già molto.











