Shutter Island. Psichiatria criminale e sindrome da prisonizzazione

Il film Shutter Island è tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, 2003. Una pellicola che si sviluppa attorno a una materia tanto complessa quale è la psichiatria criminale.
Siamo di fronte a qualcosa di particolare, sia dal punto di vista della sceneggiatura, sia per quel che concerne la trattazione di argomenti assai complessi.

Shutter Island: la tensione che alimenta la storia

Colpisce il modo in cui il regista, Martin Scorsese, racconta in modo eccellente, attraverso dialoghi e immagini, temi tanto delicati. La recitazione di Leonardo di Caprio è impeccabile: lo spettatore vive minuto per minuto la tensione che alimenta la storia. La colonna sonora accompagna magistralmente l’atmosfera di mistero e thriller, fino ad approdare a un finale inaspettato, che sconvolge il pubblico, affamato di avere altre risposte.
La storia drammatica del protagonista, che si intreccia con quella del luogo, fa da contenitore a una serie di interessanti argomenti di natura psichiatrica, psicologica e criminologica, che sono sempre attuali.

Leonardo DiCaprio alla prima del film "Shutter Island" at the 60th Berlin International Film Festival
Leonardo DiCaprio at the premiere of the film “Shutter Island” at the 60th Berlin International Film Festival – foto licenza CC

Il carcere e gli effetti negativi sul ristretto

È noto che il carcere provochi effetti negativi sulla mente e sul fisico del ristretto.
La costrizione del vivere in stato di reclusione influisce sulla percezione sensoriale. I cinque sensi si modificano così da rendere tutto ciò che prima era considerato ovvio e normale, strano e sconosciuto.
Il soggetto non riesce ad adattarsi subito al regime detentivo. La sofferenza psichica grave può scatenare l’insorgenza di depressione, ansia, agitazione, rabbia, confusione e autolesionismo. Questa condizione non esclude nessuno priori, ma è più facilmente riscontrabile in personalità fragili o chi presenta un’indole incline allo sconforto e poca capacità di reazione.
Sono frequenti episodi psicotici e deliranti, dove il soggetto è fuori controllo e può arrivare a autoinfliggersi dolore.

La sindrome da prisonizzazione

La sindrome da prisonizzazione è un disturbo psichico di cui poco si parla, ma molto diffuso. Viene definita sindrome poiché trattasi di un insieme di sintomi, di varia natura, che invadono la mente della persona detenuta, alterando la percezione della realtà e altresì l’aspetto esteriore.
Uno dei maggiori studiosi della scienza sociale penitenziaria è il criminologo americano David Clemmer: la sindrome da prisonizzazione è una modificazione dell’identità della persona allorquando entra in stretta connessione con il sistema carcere e vi si identifica. In che modo?
Si attiva un meccanismo mentale per cui la persona ristretta, non più in grado di governare la propria psiche, sviluppa un senso di appartenenza al tutto: la personalità si fonde con l’ambiente e i compagni.
Clemmer definisce la sindrome come “l’assunzione in grado maggiore o minore del folklore, dei modi di vita, dei costumi e della cultura generale del penitenziario”.

Il processo descritto è rilevabile in quei detenuti privati della libertà ormai da tempo.
Questi hanno superato la difficoltà del primo periodo, in cui venivano pervasi da sentimenti di rabbia, attacchi di panico, pensieri di suicidio, rifiuto del cibo e si sono rassegnati alla situazione da cui non possono fuggire.

ex prigione a Kilmainham , Dublino
Kilmainham Gaol – Panopticon. Ex prigione a Kilmainham , Dublino- licenza foto CC

Andrew Leddis e la sua falsa verità

Nel film Shutter Island la sindrome da prisonizzazione è uno degli aspetti più evidenti nella storia del protagonista. Il tema è certamente romanzato, ma ben costruito.
Andrew Leddis (L. Di caprio) si è creato una realtà parallela, l’unica realtà di cui ormai è convinto: il suo nuovo mondo psichico, il suo nuovo personaggio Teddy Daniels, agente dell’FBI incaricato di indagare su una scomparsa. Solo così si permette di sopravvivere da un lato al trauma personale per aver tolto la vita alla moglie (a sua volta colpevole di aver ucciso i loro figli) e dall’altro all’idea di dover trascorrere il resto della sua esistenza in un istituto psichiatrico per criminali violenti, in cui l’extrema ratio è la lobotomia.
Nulla riesce a riportarlo indietro e in lui è ormai sedimentata quell’unica falsa verità che lo protegge dall’accettazione di ciò che è reale.

stemma FBI dellìagente di Shutter Island
logo FBI immagine pubblico dominio – licenza CC

Le manifestazioni corporee del disagio psichico

Se con Leddis, dunque, si è voluto rappresentare la sindrome da un punto di vista psicologico, con George Noyce (J. Earle Haley), paziente psichiatrico e frutto dell’immaginazione del protagonista, si dà forma alla stessa sindrome nella sua espressione fisica. Un uomo annullato dal regime di detenzione duro, che non ha spazio vitale, un soggetto “fuso” con l’ambiente, incupito, imbruttito e perfettamente adattato alla monocromia del contesto, all’odore ristagnante e agli spazi esigui del carcere. I tratti fisici del personaggio sono enfatizzati e le manifestazioni corporee esprimono esattamente il disagio psichico. Noyce appare come l’incarnazione dell’animo sofferente di Leddis, quel lato ancorato alla realtà che li protagonista rifiuta.

L’unica via della sopravvivenza

Martin Scorsese dunque ha saputo riproporre sul grande schermo il difficile concetto della sindrome da prisonizzazzione, in un lungometraggio di poco più di due ore: l’adattamento psicologico a un lungo e duro regime di detenzione, in cui vengono interiorizzate e fatte proprie le regole del sistema penitenziario, o altra struttura caratterizzata da forte restrizione della libertà personale, tanto da non essere più in grado di prenderne le distanze e tornare a vivere in autonomia.
L’unico modo per sopravvivere è ristrutturare, attraverso un meccanismo inconsapevole, la propria sfera cognitiva al fine di adeguarsi ad una realtà costruita in cui si trova conforto.

Per chi vuole approfondire un caso trattato dalla criminologa Martina Piazza può cliccare qui

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