Osservare il passato per capire il futuro. Con L’Italiano sulla via dell’India la casa editrice Il Mulino propone un viaggio nella storia dell’Italiano.
Siamo proprio sicuri che il destino della nostra lingua sia ormai segnato? Siamo certi che l’Italiano stia scomparendo?
Non è detto, ci rassicura l’autore, Mirko Tavosanis, che si muove di preferenza in treno e traduce fumetti gotici dall’Inglese ed è professore associato di Linguistica Italiana all’Università di Pisa. Ha viaggiato a lungo nello spazio e nel tempo. Io l’ho incontrato in Libya e Kenya.
Il suo viaggio più importante si è svolto tra Europa e India. Ha navigato il Mediterraneo orientale cercando le origini del sole. Ha sorvolato la la Persia e l’Afghanistan. Si è ritrovato infine a insegnare Italiano a Delhi. E da quelle parti ha scoperto che altri l’avevano preceduto. Ma andiamo con ordine…

L’Italiano sulla via dell’India
Il viaggio che Tavosanis propone, nel suo saggio L’italiano sulla via dell’India, ha un obiettivo chiaro e inaspettato. Dimostrare che per tutto il Seicento, l’Italiano è stato la lingua occidentale più conosciuta e usata lungo le vie di terra che portavano dalla costa asiatica del Mediterraneo fino all’India.
A questo punto mi sembra di sentire un coro di proteste alzarsi dal pubblico dei nostri lettori post-liceali, post-universitari o semplicemente post- moderni. ”Lingua di poetastri e signorine, l’italiano in quel periodo di declino, altro che mercanti e missionari!”.
Non siete aggiornati, ragazzi! Il prof. Tavosanis ci spiega che lungo le coste dell’Asia e dell’Africa, tra Cinque e Seicento, la lingua Italiana era molto più utilizzata di quanto pensiamo.
I diplomatici di molti Paesi diversi, a esempio, conversavano in Italiano per capirsi con chiarezza ed eleganza. Per non parlare dei musicisti, dei compositori e dei cantanti lirici. Ancora oggi devono saper pronunciare e capire l’Italiano per diventare bravi interpreti d’opera.
Non solo, e qui siamo agli effetti speciali, ma dallo studio di Mirko Tavosanis impariamo che addirittura i francesi hanno svolto un’azione sistematica nella diffusione di un Italiano senza italiani.

Pietro della Valle, “Il pellegrino
Come ogni umanista che si rispetti, il nostro amico linguista procede con metodo scientifico: enunciata l’ipotesi, passa a documentarla.
Tra le voci più significative che chiama a testimoniare spicca la figura del nobile romano Pietro Della Valle, il più noto tra i nomi presentati in questo libro.
Nato a Roma nel 1586, militare e musicista, Della Valle partì per l’Oriente nel 1614 e rientrò nel 1626, dopo avere soggiornato in Turchia, Egitto, Palestina, Mesopotamia, Persia e India e dopo aver raccontato le proprie esperienze in 54 lunghe lettere spedite al medico napoletano Mario Schipano…L’intenzione nascosta del nobile persiano era stata fin dall’inizio quella di recarsi in Persia…Nel febbraio del 1617 arrivò a Isfahan…Lì iniziò la parte politica del viaggio: cercare di convincere lo scià ‘Abbas I a stringere un’alleanza con le potenze occidentali contro gli ottomani.
Niente di nuovo sotto il sole, naturalmente, tranne il fatto che per realizzare questo progetto Della Valle dovrà trattenersi quattro anni presso la corte dei Safavidi, ma non ha certo il tempo di annoiarsi tra viaggi persiani, guerre persiane, moglie caldea e lo studio di otto lingue.

Riguardo all’uso dell’Italiano, la testimonianza che Della Valle lascia nelle lettere di mostra che all’epoca del suo viaggio, l’Italiano poteva comparire in Asia con un’ampia gamma di varietà e usi: dall’Italiano letterario all’Italiano regionale, compresa la composizione letteraria e la conversazione tra persone di diversa nazionalità e cultura.
Senza escludere l’uso del dialetto, che nel ‘600 aveva un uso più nobile rispetto a ora ed era usato, come si usa dire, perfino in società: tra cavalieri, belle dame e sorsi di caffè.
Le Scuole di Italiano
Nominate un Paese, una città, un villaggio – da Tripoli ad Amsterdam, da Novosibirsk a Città del Capo, da Vallada Agordina a Cheren – e vi garantisco che qualche parola di inglese la sanno tutti. L’Impero di oggi parla questa lingua.
Diamo poi un’occhiata ai tempi dell’Impero romano, dalla Britannia alla Mauritania e via dicendo: latino, of course!
Ma attenzione! Se nella Persia e nell’India del XVII secolo si parlava e si insegnava l’Italiano, questo non significa che l’Italia avesse creato un impero, e meno male perché gli imperi nascono ma anche muoiono e a volte abbastanza rapidamente.
La fortuna della nostra lingua è sempre stata legata alla sua stessa natura, oltre che al carattere degli Italiani e alle loro capacità comunicative.
Questo è anche il messaggio che ricaviamo dalle “interviste” di Mirko Tavosanis agli italiani d’India. Giuseppe Sebastiani che ci racconta anche una lezione di Italiano, e Antonio Murchio: entrambi carmelitani, entrambi autori di relazioni sui loro viaggi.
E poi il veneziano Ambrogio Bembo, console, che fu in Siria e in India e ne lasciò ampie relazioni, tra cui varie testimonianze dell’uso dell’Italiano tra gli “stranieri”.

Mirko Tavosanis
Mirko Tavosanis è professore associato di Linguistica italiana all’Università di Pisa e ha insegnato Lingua italiana all’Università di Delhi. È autore, tra l’altro, di La prima stesura delle Prose della volgar lingua (ETS, 2002), L’italiano del web (Carocci, 2011) e Lingue e intelligenza artificiale (Carocci, 2018)











