Durante la Seconda guerra mondiale, lungo il Carso, tra il Friuli Venezia Giulia, l’Istria e la Dalmazia, si consuma una delle tragedie più orribili dell’ultimo secolo. Migliaia di Italiani, forse sedicimila, sono trucidati dai partigiani titoisti e gettati nelle profonde feritoie carsiche: Le Foibe del Carso.
Molti, ancora in vita dopo violente torture, vengono legati ai cadaveri e poi gettati nelle voragini delle Foibe. Intere famiglie finiscono nei campi dei partigiani: soppresse per il solo motivo di essere italiane. Una tragedia che si lega, nell’immediato dopo guerra, all’esodo da quelle terre di 300.000 persone.

Il viaggio del ricordo per non dimenticare le Foibe del Carso: il ciclo di conferenze a Campobello di Mazara
Da dicembre 2025, a Campobello di Mazara (TP), presso la Scuola Media “Luigi Pirandello”, è iniziato Il viaggio del Ricordo, per non dimenticare le Foibe del Carso. Un ciclo di conferenze, ricerche, studi e testimonianze che consentiranno di prendere coscienza dei crimini e di ogni scelleratezza verificatesi in quei territori, prima nel ‘43 e successivamente nel ‘45. Referente del progetto il professor Salvatore Serio con la collaborazione della Dirigente Giulia Flavio, della professoressa Bia Cusumano e la partecipazione della Vice Sindaco Angela Moceri.
Tommaso Baris, le Foibe e l’analisi dell’area geografica della Venezia Giulia dal punto di vista storico- politico
Tommaso Baris, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Palermo, nella prima conferenza del 16 dicembre esprime la sua analisi storico-politico riguardante l’area geografica della Venezia Giulia e della Penisola balcanica. E lo fa partendo dalla Conferenza di Pace a Parigi (1919 – 1920) per finire sul trattato di Cassibile dell’8 settembre 1943 e sull’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945.
Nei giorni che seguono la resa dell’Italia, in tutta l’Istria il popolo insorge contro lo Stato. Occupa i presidi militari, dà la caccia ai gerarchi fascisti che per vent’anni hanno imposto con violenza la loro legge e pubblica i proclami di annessione alla Jugoslavia di tutto il territorio giuliano compresi Trieste e Gorizia.
L’accordo del ‘45, sottoscritto dalle grandi potenze, viene inteso come imposizione e Tito reagisce. La Venezia Giulia è divisa in due zone di occupazione. La zona A, rappresentata dalla provincia di Trieste, da quella di Gorizia e dalla città di Pola sulla punta meridionale dell’Istria, assegnata all’amministrazione militare anglo-americana. La zona B, rappresentata dal resto della regione, assegnata all’amministrazione militare jugoslava.

In prima linea, il libro che rivela verità custodite nella memoria
Giorgio Gaspare Luppino, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Milano Unitreedu e tra i relatori della conferenza di dicembre, pone l’accento su verità che ancora oggi rimangono custodite nella memoria di chi è stato soldato come beni inviolabili. Fatti, azioni, momenti di vita quotidiana che sfuggono agli storici.
I veri protagonisti di questa storia sono stati gli uomini d’azione, gli uomini d’armi, non coloro che poltrivano inerti nei salotti o bivaccavano pavidamente nelle retrovie. Solo gli uomini d’armi hanno vissuto il dramma della guerra, il dolore, la solitudine e sopportato l’iniquità e l’indifferenza che talune volte serpeggiavano nelle trincee. Storie e testimonianze che Luppino ha raccolto nel libro In prima linea, edizione La Medusa .

Il soldato come custode del sapere
Il soldato si è fatto carico di un grande sapere, un sapere che ha coinvolto la sua vita fino ad oggi. Un sapere custodito come affare di Stato e precluso ai civili per non infrangere il mito del fascismo, per non rinnegare il valore e il senso del cameratismo.
Ancora oggi, a distanza di ottant’anni dai fatti, l’ormai anziano soldato appare reticente e sfugge all’intervista. Qualche altro perplesso chiede se il suo racconto può suscitare malumori. Soltanto pochi ardono dal desiderio di raccontare la propria storia e lo fanno con una carica emotiva e una rabbia straordinarie.
Un salto nel passato e nelle emozioni
Lo scopo di In prima Linea è cogliere questi momenti. Guardare i soldati negli occhi e interpretare le emozioni, scavare nei ricordi, fare un salto nel lontano passato insieme a loro per vederli smarriti, carichi di tensione, in preda alla paura. Oppure per vederli sorridere incoraggiati dalla battuta spiritosa del comandante. Dopo ogni incontro un velo di tristezza copre i volti: una di rassegnazione per la giovinezza consumata nel dolore della guerra.
Le Foibe, una storia negata
I testi di storia non hanno mai parlato di queste vicende. Il dramma di quelle migliaia di persone viene escluso dalla memoria collettiva, dalla coscienza storica nazionale. Ragioni politiche hanno consentito che un velo di silenzio occultasse quei massacri.
Parlare delle foibe e dell’esodo costituiva motivo di celebrazione delle idee nazionaliste, anticomuniste e antislave. Meglio tacere. La ragione – come osserva Raoul Pupo, docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste – sta nel mutamento subito dal ruolo della Jugoslavia, sulla scena internazionale e nei rapporti con l’Italia.

La Jugoslavia: da spina nel fianco a Stato cuscinetto. La politica del silenzio.
Negli anni che seguono la fine del conflitto, la Jugoslavia rappresenta per l’Italia una spina al fianco. Da una parte tenta di annettersi Trieste che avrebbe lasciato il Paese “con le porte spalancate”, come fa notare De Gasperi. Dall’altra offre il proprio aiuto politico ai comunisti italiani, sperando in possibili movimenti sovversivi in quel tratto di frontiera.
Nel 1948, Tito si ribella a Stalin e inizia un nuovo rapporto d’intesa con l’Occidente. L’Italia si avvicina al governo di Belgrado soltanto dopo il 1954, quando col memorandum di Londra viene concluso definitivamente il problema di Trieste.
Insomma la Jugoslavia, quello Stato non allineato e pronto a difendere con la forza la propria autonomia, diventa per l’Italia motivo di sicurezza. Costituisce lo Stato “cuscinetto” che avrebbe portato il nostro Paese a vivere con meno tensione il clima della guerra fredda. Tutto ciò consigliava al nostro Paese la politica dell’oblio sui tragici fatti delle Foibe.

10 febbraio la giornata del ricordo degli infoibati e dell’esodo
Soltanto dopo la morte di Tito e il crollo del muro di Berlino, si inizia a parlare delle foibe. Il Parlamento, dopo cinquant’anni, apre gli occhi. Nel 1993 istituisce una commissione che dà vita a lunghe stagioni di ricerche. Nel marzo del 2004 , con un voto unanime, nasce la giornata del ricordo dell’esodo e degli infoibati. La data è quella del 10 febbraio, giorno in cui, nel 1947, viene firmato il trattato di pace che assegna l’Istria e le isole quarnerine alla Jugoslavia.

8 settembre 1943 – 15 giugno 1945, è il tempo delle Foibe
Il fenomeno degli infoibati si verifica in due periodi differenti. Il primo in Istria tra il 9 settembre e il 13 ottobre 1943 immediatamente dopo l’armistizio firmato da Badoglio. Il secondo tra il 1° maggio e la metà di giugno 1945 a Trieste, a Gorizia e nei territori circostanti conquistati e amministrati per 45 giorni dalle truppe jugoslave. Nei giorni che seguono la resa dell’Italia quindi, in tutta l’Istria il popolo insorge contro lo Stato.
All’inizio i comandanti partigiani ordinano di non fare del male agli Italiani e di punire con regolari processi solo i criminali fascisti. Ma quelle direttive sono disattese per l’arrivo delle truppe tedesche che, favorite dagli uomini di Mussolini, iniziano a seminare morte e distruzione nella regione.
Da quel momento ha inizio la caccia all’uomo, ai gerarchi ai podestà, ai funzionari. È la metà di settembre, quando comincia la prima retata e centinaia di fascisti sono brutalmente uccisi e gettati nelle foibe. Qualche giorno dopo tocca alle loro famiglie e poi ad ogni Italiano.
La rabbia dei partigiani titoisti non conosce confini, i loro istinti da tempo repressi esplodono incondizionatamente. Per loro ogni Italiano che non sia iscritto al Partito Comunista o che non faccia parte del movimento di liberazione è equivalente ad un fascista.
Quanti innocenti finiscono trucidati.
Nella foiba di Surani è gettato il corpo denudato della studentessa universitaria Norma Cossetto, figlia di Giuseppe Cossetto ex segretario del Fascio di Santa Domenica di Visinada, dopo essere stata violentata e torturata.
Nella foiba di Chersano è gettata viva, insieme al padre, Libera Sestan, una ragazza di ventiquattro anni di Novako, un paese del comune di Pisino. Appartiene ad una famiglia benestante e questo è sufficiente perché un cugino invidioso, partigiano, la denunci e la condanni a morte. Vicino Fianona un’intera famiglia di cinque persone, fra cui una bambina di pochi mesi, viene uccisa e gettata nelle cave di acqua salmastra esistenti in quella zona.

Un’ondata di tendenze irrazionalistiche domina le coscienze. Nazionalismo esasperato da una parte e rivalse socio-politiche dall’altra determinano la spietata persecuzione degli Italiani.










