Ci sono libri che pur raccontando di un’epoca diversa, finiscono per diagnosticare il nostro presente. Tu che non parli di Graziella Bonansea, Vanda Edizioni, è uno di questi. Inserito tra le settantanove proposte in lizza per il Premio Strega 2026, il romanzo della scrittrice piemontese racconta una storia degli anni Novanta in una città qualsiasi del Nord Italia. In forma corale e poetica si intrecciano le vicende intime di tre donne, ma come fondale c’è la Grande Storia, quella della guerra in Jugoslavia dove Sarajevo va in fiamme. Un parallelo che collega il dolore individuale con una perdita collettiva europea e la fine di un sogno di convivenza pacifica.

Foto A.M.
Abbiamo intervistato Graziella Bonansea per capire di più di questo suo romanzo che unisce il suo sguardo di storica delle donne alla sensibilità della narratrice, costruendo un’alleanza salvifica tra tre generazioni di donne ferite che utilizzano magia, chimica e dialogo con i morti per scardinare il trauma.
Graziella, c’è un paradosso affascinante tra il titolo del tuo romanzo, Tu che non parli, e il frastuono mediatico del Premio Strega. Cosa troviamo nel mutismo di Rosita, nell’andare per morti di Rachele e nelle formule chimiche di Bianca che ci permette di ascoltare il nostro silenzio oltre il rumore del mondo?
I premi creano agitazione e nuove consapevolezze. Nel mio caso, avendo pubblicato per un piccolo editore indipendente, so che parto da molto lontano e chi sa poi se arriverò alla meta.

Foto Web
Le tre figure femminili poste al centro del romanzo, si collocano su piani lontani dal rumore assordante della contemporaneità. I loro silenzi sono la rappresentazione della fine del sogno. Tutte e tre, in modi diversi, si rifugiano nei loro silenzi. Alle spalle, la fine del sogno dell’Europa con la morte di Sarajevo. Proprio dal silenzio delle protagoniste qualcosa si salva e il varco sembra ancora essere possibile.
In Tu che non parli le protagoniste, ognuna in modo diverso, hanno subito un trauma. Rosita si addormenta per rimanere in un limbo, si allontana dalla paura di dover vivere una delusione: una sorta di sonno preventivo. Noi oggi, dove, secondo te troviamo un simile stato mentale per non essere sopraffatti dalle atrocità del mondo?
Rosita cerca di coprire con la sua voce la voce dalla madre. Una voce che diventa roca, rugginosa, calcarea fino a scomparire quando capisce che sua mamma ha deciso di abbandonarla in quella periferia del mondo.
Quando si subisce un trauma il tempo non è più niente.
Noi tutti ci rifugiamo nell’onirico come varco verso l’altrove. L’arte ci propone questo.

Foto A.M.
Graziella, come saggista hai dedicato molto allo studio del corpo femminile e a quanto il trauma incida sulla carne. Come scrittrice hai utilizzato queste grandi ricerche nei tuoi lavori. Penso alla voce “rugginosa” di Rosita, all’attrazione per le mutazioni degli elementi di Bianca e all’esame sui corpi senza vita di Rachele. Quanto gli avvenimenti della grande Storia si riflettono sugli eventi privati e insieme sui corpi delle protagoniste?
Sempre, nei miei romanzi, ho tentato di tradurre il rapporto fra la storia individuale e la storia collettiva passando attraverso la forza onirica, visionaria, poetica dei personaggi. È attraverso quel patrimonio mediato dalla voce dei soggetti, portato a fior d’acqua dalla scrittura, che transita la storia. Il personaggio incorpora la storia, la storia diventa parte del suo stesso corpo, parte della sua voce e questa storia verrà restituita nella vita dei protagonisti. La scrittura traduce l’iniquità, il male, il dolore. Il dolore del mondo sembra non finire mai e incalza le nostre paure.
Bianca, nella logica delle formule chimiche e delle combinazioni degli elementi si interroga sulla sua vita, in bilico tra passato e futuro: dove trova il proprio equilibrio? Se facciamo un parallelo con la nostra epoca, in cui tutto si gioca attorno a un algoritmo, dove ricercherebbe Bianca le risposte?
Non so se Bianca ritrovi un equilibrio, uno stato di stabilità, di fermezza. Resta nella fluttuazione, nella metamorfosi che lei, come chimica, vede realizzarsi nella trasfigurazione dei suoi elementi. In Tu che non parli mi sono ispirata per la narrazione di Bianca a un videoartista statunitense di grande interesse, Bill Viola, che mette in scena figure immerse tra spazio, immagine e suono in lento ma impercettibile movimento.
Rachele va per morti, li osserva e ne fa la critica. Rachele ha delle visioni. Questa donna che sembra così lontana anche dal suo tempo, affronta il tema della fine e ci fa riflettere sul fatto che oggi questo argomento viene evitato, in qualche modo anestetizzato. Secondo te, la nostra società, cosa ha perso del significato della morte?
Ho amato tanto la figura di Rachele più di tutte le altre. Si ispira alla grande letteratura sudamericana. Rachele, argentina, è sapiente, sagace, arguta e sottile. Rachele com-prende, nel senso che prende su di sé gli eventi. Sente la vita e la morte. Con l’amico Sedano va per morti. Entrano nelle camere mortuarie, portano fiori, pregano, lucidano le anfore, e raccontano l’uno all’altro la vita di queste persone che persone non sono più.
Lei, Rachele, quasi alla fine della sua vita, ricomincia dai morti, dal corpo inanimato prima della notte. Attraverso il racconto della morte, compie una grande opera di umanizzazione della storia.
Tu che non parli racconta degli anni 90 dove il tempo sembra scorrere ancora con un ritmo diverso. Oggigiorno tutto accelera e, pur impiegando ogni secondo per fare mille cose, sembra che questo tempo manchi. Abbiamo perso in qualche modo la lentezza: se le tue protagoniste fossero qui ora, cosa ci direbbero?
Le cose vanno avanti velocemente e fatichiamo a seguire i cambiamenti così repentini, inattesi. Gli anni Novanta ci appaiono lontanissimi. C’è un’immagine di Bianca nel romanzo, seduta sul divano intenta a consultare la rubrica prima di fare una telefonata. Qualcosa di inverosimile per noi, oggi. Se questi personaggi rivivessero ora, nel nostro tempo, non muterebbero la loro natura, la loro capacità di incidere nel reale. Il gesto d’amore che Rachele e Bianca fanno nei confronti di Rosita resterebbe identico.
Anche la guerra non muta. Negli anni Novanta è la fine di Sarajevo, oggi sono le guerre globali che arrivano ovunque.
La musica è presente un po’ ovunque nelle pagine di Tu che non parli. Si tratta di un mezzo per esprimere il non detto, ritrovare il silenzio ristoratore o la cura per veicolare parole e intenti che guariscono? È, forse, in qualche modo il canale che sancisce un’alleanza tra generazioni diverse di donne e fornisce loro la possibilità di chinarsi a salvare chi non può parlare?
Rachele e Bianca si curveranno su Rosita attraverso la pittura narrata, trasposta nella lingua dei bambini, la pittura di Vincent van Gogh, la pittura dei 23 dipinti dei cipressi, attraverso le storie, le memorie familiari, le favole raccontate e attraverso la musica di Šostakovič. Le due protagoniste troveranno per la bimba la voce perduta. La musica prende il sopravvento e vince. Tutte le figure che compongono il romanzo si fanno attorno, come nelle fiabe, fanno roteare la piccola, la stringono l’abbracciano. Rosita non sarà mai più sola. Ed è lì che la sua voce risuona di nuovo cristallina, chiara, nitida. “Mai sentita una voce così,” dirà il padre. Dunque siamo all’oscillazione, al passare e ripassare, metafora di tutto il romanzo.











