25 Novembre, come ogni anno, dal 1999, si celebra la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Un giorno importante, da ricordare, sempre. Giornali e televisione, nostro malgrado, ci suggeriscono invece quanto questo concetto sia, ormai quasi quotidianamente, dimenticato.
25 Novembre 1960: Las Mariposas
Nel 1960 tre donne, le sorelle Mirabal, dopo un periodo di reclusione per la loro opposizione al regime dittatoriale di Rafael Trujillo, vengono assassinate brutalmente.
Vittime di un agguato durante il viaggio verso il carcere in cui erano detenuti i loro mariti: invitate a scendere dal mezzo da alcuni agenti, condotte in un campo nelle vicinanze, sono stuprate e uccise a bastonate.
I corpi vengono ritrovati in auto in posizione composta, con il chiaro intento di simulare un incidente, a cui però nessuno ha mai creduto.
Era il 25 novembre quando Maria Teresa, Patria e Minerva (questi i loro nomi), attiviste politiche, andarono incontro a una morte terrificante. (Link al video in ricordo, qui – fonte Martina Piazza Crime Blog).
Trujillo basò tutta la sua politica sulla corruzione, sul terrore e la persecuzione degli oppositori. La violenza era il solo modo di sedare ogni tipo di manifestazione di dissenso e questo durò per molti anni, fino a quando, nel 1961, anche a motivo dello sdegno generale per il delitto delle sorelle Mirabal, venne ucciso.
Las Mariposas, le farfalle, così conosciute, sono entrate nella memoria collettiva come l’incarnazione della lotta ai soprusi e alla violenza sulle donne.

La risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il simbolo
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) nel 1999 ha stabilito la ricorrenza del 25 Novembre con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre.
Iconico è il simbolo di questa data: un paio di scarpe rosse esposte in piazze, strade e luoghi pubblici. L’idea prende vita da un’installazione artistica di Elina Chauvet che nel 2009 ha voluto ricordare così la sorella assassinata dal marito e tutte le donne vittime di violenza.
L’opera è stata adottata in quasi tutto il resto del mondo.

Fermarsi a pensare, non solo il 25 novembre
Ma perché è necessario fermarsi a pensare a questi tragici eventi?
Troppo spesso ormai siamo testimoni di atti di crudeltà e abusi sulle donne. Donne più o meno giovani che si ritrovano in situazioni tossiche, di cui le più drammatiche le conducono alla morte.
La letteratura e l’attualità rivelano che i contesti peggiori, sono proprio quelli in cui si sentono protette, la famiglia e gli affetti.
Donne che cercano di salvare loro stesse da un triste destino, attuando meccanismi psicologici, a volte inconsapevoli, di autodifesa, in cui il carnefice viene visto come la persona da aiutare, scusare e perdonare.
Le origini del male
Quali sono le origini di questo male?
Si deve tornare a moltissimo tempo fa, a un passato ancestrale, antico, che col tempo è divenuto parte della cultura dell’essere umano.
Non è dunque possibile prendere in considerazione solo la devianza del singolo, perché è qualcosa di ben più profondo, è un fenomeno sociale. Un male sinonimo di potere, oppressione, forza e prevaricazione, che ha trovato terreno fertile da secoli e che non si riesce a sradicare.
La donna già in passato era considerata un essere inferiore, da controllare. Un mezzo per procreare e anche questa sua “funzione” ha contribuito al potenziamento della violenza maschile. Perché?
La nascita di un figlio era considerato un dono – e lo è ancora -, ma allo stesso tempo era concepito come un mistero, non comprensibile agli occhi di uomini che desideravano avere il controllo. In questa particolare circostanza, il loro potere decisionale non riceveva alcun riconoscimento, ecco che si è fatta strada così la paura e la necessità di imporre, anche in questo ambito, la predominanza maschile, soffocando la donna nella più naturale delle sue capacità: dare la vita.
I secoli sono passati, ma il male no.
L’uomo violento non accetta l’autonomia femminile, non può perdere il controllo su ciò che reputa suo.
La donna è considerata una proprietà, un oggetto da tenere pressato e chiuso sotto una campana di vetro.
Una sorta di rito atavico che continua a essere vivo, in modo più o meno latente, nella mente disturbata di quegli individui che non riescono ad ammettere che una donna sia migliore di loro, o per lo meno allo stesso livello.

Odio, paura e senso di colpa
Si rileva così un dato importante: la violenza contro le donne non è figlia dell’odio, ma della paura.
Gli esempi purtroppo sono infiniti.
Se analizziamo a fondo le vicende, ci si rende conto di come un femminicidio, uno stupro, uno schiaffo, un pugno siano stati sferrati e portati avanti per fermare una donna che voleva solo vivere la sua indipendenza.
Nei racconti delle vittime sopravvissute ad abusi e aggressioni si può notare come la loro vita si sia sviluppata intorno alla convinzione di ciò che il carnefice imponeva come giusto: un modo di vestire giusto, un modo di parlare o cucinare giusto, crescere i figli nel modo giusto secondo un unico punto di vista (maschile), non lavorare per evitare contatti con il mondo esterno… la giusta oppressione con cui si manipola la psiche femminile, affinché si convinca di essere “giustamente” sottomessa.
Si evincono due elementi discordanti che vanno di pari passo: la paura dell’uomo a lasciar esprimere la donna nella sua totalità e il senso di colpa indotto nella donna nel voler esistere autonomamente.
La crudeltà dell’uomo. Narcisista maligno o vittimista?
La crudeltà dell’uomo si esprime dunque nel tentativo di schiacciare la donna usando mezzi subdoli e coercitivi.
Questi soggetti non sono in grado di ammettere il proprio disturbo, il proprio bisogno di essere aiutati a superare un limite, che, nella maggior parte dei casi è indotto da un vissuto fatto di maltrattamenti subiti o osservati.
Così, la personalità di molti uomini, che per natura avrebbero potuto scegliere un’altra strada, si trasforma in quella del peggior narcisista maligno, ma allo stesso tempo vittimista.
Sono queste due facce della stessa personalità egocentrica, con alla base la mancanza di empatia e sorrette solo dalla brama del controllo e manipolazione.
Il narcisista maligno è colui che dapprima affascina, ma si rivela nel tempo un essere che cerca esclusivamente vittime da usare.
Il suo fare è brillante e attraente, vuole essere lusingato e adorato, non aspira normalmente a importanti relazioni, ma la perdita del controllo sull’oggetto del suo interesse lo trasforma nel più terribile dei carnefici: un affronto alla sua eccellente persona non può finire con un semplice confronto, sfocia nella manipolazione più bieca fino ad arrivare a forme di violenza subdole, dolorose e distruttive.
Il narcisista vittimista si esprime invece attraverso il sentimento della debolezza.
Normalmente sono persone che appaiono bisognose di essere aiutate, supportate, sono incomprese e quando riescono ad avvicinare la preda, continuano a esercitare il controllo su essa provocando in lei sensi di colpa, se tenta di allontanarsi. Devono essere compatiti e cercano costantemente l’attenzione dell’altro.
L’egocentrismo anche in questo caso è l’elemento caratteriale che li contraddistingue.
La manipolazione che attuano questo tipo di uomini svuota la compagna, che spesso non si rende conto della violenza psicologica a cui è sottoposta: la presa di coscienza è tardiva.
La rabbia repressa, la cattiveria tenuta nascosta esplodono con tutta la violenza possibile e la vittima non ha scampo.
Queste due tipologie di narcisismo le individuiamo in fatti di cronaca che hanno riempito, e tutt’ora riempiono, le pagine di giornale. Come evitarle? Non esiste una ricetta, ma le prime avvisaglie di qualcosa di distorto devono essere il campanello di allarme per cercare aiuto.
Non è praticabile risolvere in autonomia una situazione che a lungo andare può sfociare nella violenza più estrema.
Nessuno merita di morire per mano e decisione altrui.
Nessuno merita di ricevere violenza.
Tutti meritiamo di essere salvati e non c’è vergogna nel chiedere aiuto, né per una donna, né tanto meno per un uomo.

25 novembre, in ricordo delle vittime di femminicidio e violenza
Femminicidi in Italia, nomi e numeri
Ricordiamo così tutte le donne vittime di femminicidio e violenza.
La speranza è che un giorno il contatore si fermi e che ogni donna trovi il coraggio di denunciare il male subìto, per non essere un nuovo nome in quelle liste di madri, figlie, sorelle, amiche che hanno creduto sinceramente di amare l’uomo dei sogni, divenuto poi il peggiore incubo.











