Il sangue dei fratelli di Matteo Rampin, il thriller che apre le crepe della “democrazia”

Cosa accadrebbe se la Storia, all’improvviso, deviasse dal suo corso più noto? È da questa domanda tanto narrativa quanto politica che prende forma Il sangue dei fratelli, il nuovo romanzo di Matteo Rampin pubblicato da Golem Edizioni.  Dallas, 22 novembre 1963, John Fitzgerald Kennedy sopravvive all’attentato: il killer “sbaglia” e uccide la First Lady. Inizia così, con il “botto”, come si usa dire, un racconto pieno di tensione, sfaccettature, inquieto, adrenalinico, sorprendente e molto, ma molto vicino al nostro presente.

Il sangue dei fratelli copertina

Il sangue dei fratelli: una riflessione sulle crepe della democrazia

Il sangue dei fratelli non è il solito thriller, né un semplice un gioco letterario di fantastoria sull’”e se fosse andata diversamente”. È una riflessione serrata sui meccanismi del consenso e sulle crepe della democrazia, temi che oggi risuonano con una forza particolare.

Non sorprende, allora, che a firmarlo sia uno scrittore come Matteo Rampin, psichiatra, ex militare, illusionista, ipnotista, collaboratore di diversi Enti delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine in materia di scienze del comportamento, stratagemmi di guerra e temi affini. Autore da sempre attento alle dinamiche del comportamento umano, della persuasione e delle zone d’ombra che si aprono quando sapere, potere e controllo iniziano a sovrapporsi. In questa intervista gli abbiamo chiesto di raccontarci ciò che il romanzo suggerisce , tra le righe e senza sconti, sul nostro tempo.

Matteo Rampin autore del libro Il sangue dei fratelli
Matteo Rampin foto by M. Col

Matteo, ne Il sangue dei fratelli scegli un punto di divergenza storico potentissimo: Kennedy non muore a Dallas. Quando hai capito che l’ucronia, cioè la sostituzione di avvenimenti realmente accaduti con altri, era la forma giusta per parlare non solo del Novecento, ma anche delle nostre paure contemporanee?

Mi pare che chi prende in mano la penna abbia sempre l’intenzione di parlare ai contemporanei di qualcosa che possa star loro a cuore. Nel Novecento ci sono stati eventi inediti nella storia umana, e se non si riflette su di essi non si può capire che cosa accade oggi, in un mondo innervato da paura e rabbia e nel quale le situazioni e le vicende inedite sono ancora più numerose. Il romanzo si impernia su diversi temi, accomunati dalla questione del rapporto verità/inganno, o realtà/finzione. La fiction si presta bene a parlarne, perché è essa stessa un prodotto dell’invenzione, e quindi della costruzione di realtà parallele o alternative.

Ci sono frasi nel libro che colpiscono in modo quasi brutale: “i giornalisti obbediscono ai proprietari delle testate…” e “Le leggi, nelle mani dei potenti, sono cera molle”. Oggi, tra concentrazioni editoriali, ecosistemi digitali e algoritmi,  il rapporto tra informazione e potere come è cambiato da allora ? O meglio la fragilità contemporanea delle nostre  democrazie dipende anche da questo?

Il potere politico si è sempre avvalso dell’informazione come strumento per mantenere il controllo del cuore e della mente degli uomini. Nel secolo scorso la propaganda e il controllo mentale hanno fatto passi avanti notevoli sulla scorta delle acquisizioni scientifiche sul cervello umano. L’ultimo attore nel “grande gioco” dell’orientamento delle masse è il digitale. Il silicio compete con il carbonio. Se le democrazie sono più fragili (ma sono mai state solide?) ciò dipende anche da questo, lo si comprende anche analizzando il solo dato dell’aumento di problemi mentali e della diminuzione del quoziente intellettivo medio, fenomeni noti ai sociologi, agli epidemiologi e a quanti si occupano di salute umana, e che viene da essi correlato appunto all’esplodere dell’universo basato sul silicio.

elementi di silicio presenti nella narrazione il sangue dei fratelli

Il tuo romanzo lavora sul confine tra verità storica e verità manipolata. Quanto conta, per te, che il lettore si senta continuamente in bilico tra ciò che può credere e ciò che teme di credere?

Ho cercato di far sì che il confine tra realtà storico-cronachistica e invenzione letteraria fosse il più sottile possibile, non solo perché questo vincolo agisce come motore per la scrittura, ma anche perché uno degli scopi del libro è far pensare. Il timore della verità a cui fa riferimento la tua domanda ha a che fare con la natura di Homo sapiens, che per ragioni evolutive è incline a credere a una menzogna ben architettata e seducente invece che a una realtà meno persuasiva e più difficile da accettare.

Da psichiatra, conosci bene i meccanismi cognitivi che rendono gli esseri umani vulnerabili alle narrazioni seduttive. Quanto c’è, nel libro, del tuo lavoro sul comportamento umano?

Non potrei scrivere storie scordandomi del mestiere che faccio. Credo che l’interesse per la mente e i suoi enigmi affiori in ogni riga di questo romanzo come dei precedenti.

Logan, lo psichiatra, uno tra i personaggi importanti del Sangue dei Fratelli, incarna una curiosità “scientifica” ai limiti diciamo della manipolazione. Ti interessava mostrare il lato oscuro della competenza, ossia quando il sapere smette di cercare la verità e inizia a voler governare le masse?

In parte sì, come anche altri lati oscuri della scienza, soprattutto quelli che riguardano l’influenzamento dei singoli e delle masse. I potenti hanno bisogno del sapere scientifico; purtroppo, con la modernità il rapporto di dipendenza è diventato biunivoco: anche gli scienziati hanno bisogno del potere (ossia delle sovvenzioni), altrimenti la ricerca si arena; non è una prospettiva incoraggiante. C’è rimedio? Direi che occorre tornare a riflettere sulla centralità dell’etica, sui valori, e su chi è l’uomo: senza nuovi orizzonti antropologici, la tecnologia sarà sempre più preponderante, con tutti gli effetti che ciò può comportare.

In un passaggio del libro si dice che la gente “si beve qualsiasi cosa”. È una constatazione amara: il problema è l’ingenuità collettiva o la sofisticazione crescente dei dispositivi che producono consenso?

Sono entrambi aspetti della stessa realtà. Siamo costruiti per credere, e oggi è come se venissimo scoraggiati riguardo al pensiero critico, al dubbio sistematico, alla messa in discussione delle premesse scontate. Viene favorito il pensiero a corto circuito, lo slogan, lo spontaneismo. Pensare stanca e costa fatica, ma fatica e impegno sono banditi dall’orizzonte attuale ed espulsi dal sentire comune, che è – appunto – un sentire più che un comprendere con la ragione, un reagire più che un rispondere, un lasciarsi decidere da altri più che un prendere decisioni libere e consapevoli. Guareschi diceva: “pensar non nuoce”; come medico, lo confermo e lo raccomando a tutti.

Matteo Rampin durante una presentazione

Il sangue dei fratelli è anche una riflessione sul linguaggio: chi comanda decide il significato delle parole. Da autore e studioso dei processi persuasivi, credi che oggi il controllo del lessico sia uno dei veri terreni di battaglia culturale?

Lo è sempre stato, e quindi oggi non potrebbe non esserlo. Ciò che colpisce oggi è la rapidità con cui i temi dominanti diventano appunto dominanti: le parole-chiave, le frasi fatte, i modi di dire diventano modi di pensare, pensieri precostituiti e chiavi d’accesso alle decisioni, il tutto in modo sempre più veloce. Resistere è dura, eppure occorre farlo se si vuole conservare ciò che ci rende umani, ossia il pensiero e la libertà dai condizionamenti interni ed esterni.

Quanto ti interessa che il lettore esca dal romanzo con una domanda scomoda sul presente, più che con una risposta sul passato?

Molto. Infatti non vengono azzardate teorie complottistiche su chi abbia sparato a Dallas (ce ne sono talmente tante…), anzi un personaggio dichiara esplicitamente che questo non è il problema principale: altre sono le domande, e il romanzo vorrebbe spingere a porsene alcune.

 

John F. Kennedy, photograph in the Oval Office.
John F. Kennedy, photograph in the Oval Office. Foto pubblico dominio

Ti chiedo anche qualcosa di più personale: senti che questo libro rappresenti, in qualche modo, un punto di sintesi tra il tuo lavoro di psichiatra, la tua esperienza di divulgatore e la tua scrittura narrativa?

Ho iniziato a scrivere romanzi solo dopo essermi accertato di aver accumulato una dose di esperienza che mi permettesse di dire qualcosa di sensato. Senza contenuti non avrei saputo inventare storie, e i contenuti, inevitabilmente, riguardano ciò che faccio da trentacinque anni, cioè il medico. L’uomo, il suo comportamento, le sue contraddizioni tragiche e la commistione tra luce e buio di cui ciascuno è impastato sono un universo così vasto che non vi sarà mai fine nel viaggio di esplorazione.

Un libro che è uno strumento vivo

Tra potere, linguaggio, consenso e manipolazione, Il Sangue dei fratelli apre quindi domande che non restano confinate alla pagina, ma toccano direttamente il nostro modo di leggere il mondo. Ed è forse proprio questa la sua forza più intensa: non offrire certezze comode, ma costringerci a sostare nel dubbio, là dove la letteratura sa ancora essere uno strumento vivo di comprensione, inquietudine e libertà.

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