L’intuizione di Oriana Fallaci colpisce ancora dopo vent’anni dalla sua scomparsa. Sorprende la contemporaneità delle riflessioni e dei pensieri inseriti mai a caso nelle sue interviste e nei suoi romanzi.
In un mondo che oramai non va avanti senza l’Intelligenza Artificiale, il passaggio epocale assomiglia incredibilmente a quello avvenuto negli anni Sessanta. Il pianeta Terra con i suoi abitanti è in fase di accelerazione, oggi come allora.
L’intuizione di Oriana Fallaci
Tra 1961 e il 1965 è il periodo in cui in tutto il mondo fa grande affidamento e investe sulla ricerca, si sperimentano le nuove tecnologie e soprattutto si gareggia nella corsa alla conquista dello spazio. Il valico tra passato e futuro è stato scavato e a prima vista sembra impossibile da colmare. Gli spostamenti tra le nazioni diventano frequenti, si compiono a bordo di veloci aerei di linea e le distanze si accorciano.

Se poi ci si trova in California, o a Houston, o in qualche base NASA dove vivono i futuri astronauti con le loro famiglie, ci si rende conto che lì i fili d’erba nei prati sono di plastica e non profumano di terra e rugiada, i cactus che adornano le hall degli hotel sono di gomma e una persona che si aggira a piedi da sola corre il rischio di essere fermata dalla polizia. Il mondo asettico delle basi spaziali è proiettato verso la luna e gli altri pianeti. Tutto è scandito da mega cervelli elettronici in grado di fornire risposte che neppure cinquemila matematici insieme riuscirebbero a dare in trent’anni di studi.
Oriana Fallaci, allora giovane giornalista, si chiede e domanda il perché questi computer non vengano utilizzati per salvare tutto il sapere della Biblioteca Nazionale di Washington che è “incendiabile e distruttibile”. I contemporanei la deridono e la invitano a tacere; non immaginano quanto quell’intuizione sia corretta: il mondo andrà in quella direzione. Oggi, nel 2026, l’AI è quel mega cervello che ha digitalizzato non solo la grande Biblioteca di Washington, ma l’intera conoscenza umana.
La tecnologia contro il profumo della propria terra
In quegli stessi anni in cui la tecnologia fa passi da gigante c’è ancora chi, come il padre di Oriana Fallaci, è ancorato agli odori e ai sapori della propria terra e non vuole nemmeno guardare oltre il proprio confine. Edoardo Fallaci trova inutile e poco costruttivo rinunciare al mondo così com’è: “Ti ho già detto che non mi interessa, che non mi riguarda”.
Un’affermazione che martellerà la mente della scrittrice durante tutta la sua permanenza negli Stati Uniti, a fianco degli astronauti. Oltre alle interviste e agli articoli dell’epoca, pubblica il romanzo “Se il sole muore”, una lunga lettera diario scritta a suo padre, dove Oriana giunge alla conclusione che “se la Terra muore […], noi vivremo lassù. Costi quello che costi. Un albero, mille alberi, tutti gli alberi che la vita ci ha dato”.
L’intuizione di Oriana Fallaci: la consapevolezza che il futuro arriva comunque

Oriana Fallaci non è una tecnofila e, forse, le fa anche paura pensare a un futuro fatto di cibo disidratato o precotto, di distributori automatici e di chi non può impedirsi di prendere l’auto anche solo per percorrere cento metri. È diffidente verso chi ha una fede cieca nelle macchine, ma capisce che se non si avanza si è destinati all’estinzione, e questo non deve mai accadere.
Il momento che viviamo diventa passato nell’istante successivo. Il tempo scorre e ci obbliga a interrogarci sulla necessità di andare avanti comunque, perché il futuro è ineluttabile e accadrà anche senza di noi.
La capsula del tempo
Se il sole muore, termina con la scena in cui una capsula del tempo a New York, nel Flushing Meadows-Corona Park, Queens viene sepolta da una colata di cemento.
Questa capsula esiste. Anzi, in realtà ce ne sono due, di capsule del tempo, a tre metri di distanza, una del 1939, e una del 1965.

La Fallaci ci racconta che il contenitore della capsula è fabbricato con un metallo più forte dell’acciaio, un mix di cromo, rame e argento fusi insieme, ed è resistente perfino agli attacchi nucleari. É il testimone del passato che dovrà essere aperto solo cinquemila anni più tardi.
Custodisce per i posteri trentacinque oggetti di uso comune. Tra questi ci sono un cappello, una sveglia, una macchina fotografica; dodici specie di semi e mille microfotografie di automobili, aerei, città; l’Enciclopedia Britannica, la Bibbia, il Corano, i libri di Confucio e di Maometto, Shakespeare, Dante, Omero e Saffo. Tutto il materiale bibliografico e fotografico è ridotto a microfilm così come le immagini delle opere dei più grandi artisti di tutti i tempi come Giotto, Leonardo e Raffaello. C’è anche il Libro del Ricordo, un cifrario per comprendere tutte le lingue.
Se Oriana Fallaci raccontasse una capsula del tempo del 2026 avrebbe una piccola lista da scrivere: le password criptate per accedere a tutti i programmi e qualche attrezzatura informatica, un tablet, un cellulare… ricaricabili tramite pannelli solari. O forse no, perché se il sole muore non sarà possibile nemmeno recuperare i dati.










