Un libro del Cinquecento con il dorso lesionato, pagine macchiate e carte fragili può sembrare, a uno sguardo inesperto, un oggetto da “rimettere a nuovo”. Per un restauratore è esattamente il contrario. Il restauro dei libri antichi deve permettere al volume di continuare a esistere, essere studiato e, quando possibile, consultato senza cancellare le informazioni che la sua materia conserva.

Prima del restauro viene la diagnosi
La prima fase assomiglia più a un’indagine scientifica che all’immagine tradizionale del lavoro artigianale. Si osservano carta o pergamena, inchiostri, pigmenti, cuciture, colle e materiali della legatura. Si cercano muffe, tracce di insetti, lacerazioni, deformazioni e interventi effettuati in epoche precedenti.
Ogni elemento può avere importanza. Una nota manoscritta, una toppa antica, una cucitura irregolare o alcuni segni lasciati dall’uso raccontano la storia materiale del libro. Prima di intervenire si documentano quindi struttura, caratteristiche e condizioni di conservazione del manufatto.

Pulire non significa cancellare
La pulitura può iniziare a secco, utilizzando strumenti scelti in base alla fragilità della superficie. Eventuali trattamenti con acqua o altre soluzioni richiedono invece verifiche preliminari, perché carta, inchiostri e colori possono reagire in maniera differente.
E qui emerge uno degli aspetti più sorprendenti della conservazione dei libri: una pagina antica non deve necessariamente tornare bianca.
Macchie, ingiallimenti e alterazioni vengono valutati singolarmente. Eliminare completamente una traccia può comportare un rischio maggiore rispetto al vantaggio estetico ottenuto. In alcuni interventi documentati dalla Library of Congress, per esempio, il trattamento viene deliberatamente fermato prima di ottenere un colore uniforme della carta, privilegiando stabilità e leggibilità.

Carta giapponese, amido e riparazioni quasi invisibili
Tra i materiali utilizzati nel restauro della carta compare spesso la carta giapponese, sottile e resistente. Può servire per ricomporre strappi, consolidare zone indebolite e intervenire sulle lacune, anche attraverso l’impiego di adesivi a base di amido. Tecniche di questo tipo sono utilizzate nella conservazione professionale di libri e documenti.
L’integrazione non dovrebbe creare l’illusione di una pagina mai danneggiata. Serve soprattutto a restituire stabilità al supporto e impedire che una lacerazione continui ad allargarsi.
E la copertina?
Dorso e legatura possono raccontare quanto le pagine. Pelle, pergamena, cuciture, assi, cartoni e persino i fori attraverso cui passavano i fili permettono di capire come un libro antico venne costruito.
Quando possibile vengono conservate le parti originali. Si può rinforzare un dorso, recuperare elementi della coperta oppure ricucire alcuni fascicoli sfruttando i fori già presenti. Lo smontaggio completo del volume viene valutato in funzione delle sue condizioni e delle necessità dell’intervento.

Il nemico può essere la stanza
Il lavoro del restauratore riguarda anche ciò che accadrà dopo. Luce, umidità, temperatura, polvere e manipolazioni scorrette possono accelerare il deterioramento. Per alcuni volumi vengono realizzati contenitori protettivi su misura; per altri è fondamentale controllare le condizioni degli ambienti nei quali saranno conservati.
Dietro la domanda apparentemente semplice “come restaurare un libro?” c’è quindi una disciplina che richiede conoscenze storiche, chimiche, biologiche e tecniche. In Italia l’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro svolge attività di ricerca, conservazione e restauro del patrimonio archivistico e librario. La sua Scuola di Alta Formazione prevede un percorso quinquennale e oltre duemila ore di attività di laboratorio per la formazione dei restauratori specializzati anche in materiali librari, cartacei e pergamenacei.











