Nessunə è normale, il saggio sociolinguistico di Vera Gheno

Pochi giorni fa, nell’Auditorium del Centro Omnicomprensivo di Vimercate, Monza, la sociolinguista Vera Gheno ha presentato il suo libro Nessunə è normale, UTET editore. Una presentazione che si è rivelata una vera e propria lectio magistralis di sociolinguistica, sull’uso responsabile della lingua e dialogo aperto sull’importanza dei punti di vista.

Copertina di Nessunə è normale di Vera Gheno

Vera Gheno

Vera Gheno è una sociolinguistica italo-ungherese che si occupa anche di attivismo e scrittura. Con ben 17 libri alle spalle, ha divulgato con grazia e chiarezza l’importanza dell’uso delle parole nel descrivere la realtà che ci circonda.

Di fatto la sociolinguistica mette in relazione società e linguistica per analizzare al meglio cosa dice il nostro modo di parlare della società o al contrario, cosa dice della società il modo in cui parliamo. E a tal proposito, durante il suo incontro, Vera Gheno ha individuato alcuni concetti chiave a proposito del tema: la parola normale.

Autrice Vera Gheno
Vera Gheno, autrice di
Nessunə è normale foto pubblica.

Nessunə è normale e quindi cos’è “normale”?

Il termine normale sta vivendo un periodo di impopolarità. Superato il tempo in cui per  difenderci dalla diversità dell’altro si usava la parola “pazzo”, la considerazione della parola normale connotata negativamente ha fatto il giro per poi piazzarsi davanti con i gomiti incrociati, come a chiedere: “Ma tu, invece, sei normale?”.

Nessuno è normale, con schwa, per includere chiunque in questo esercizio di punti di vista. Le persone hanno fragilità, caratteristiche personali, difetti incorreggibili, traumi, menti divergenti, problemi fisici e chi ne ha, più ne metta. Dunque, nessuno è normale.

La categorizzazione

Usa queste parole, Vera Gheno, per spiegare questo concetto dall’aria così complessa: ”La categorizzazione è un’azione prodromica al sapere […]. Il problema non è incasellare le cose, ma piuttosto chi sceglie i cartellini per chi e cosa scegliamo di nominare”. L’uso di un termine specifico per indicare una categoria di persone permette di vederle e che esse stesse si vedano, perché abbiamo un termine normato per chiamarle e identificarle.

Ma, appunto, chi sceglie i cartellini? La sociologa sceglie un esempio veramente azzeccato: la scelta tra i termini diversamente abile e persona con disabilità. Se chi detiene il potere linguistico della società sceglie un termine per definire un gruppo minoritario che lo percepisce come discriminatorio e fornisce un’alternativa per autodenominarsi, non stiamo compiendo di fatto una discriminazione? Non stiamo perdendo il senso emancipante di darsi un nome? Un mantra della linguistica: la lingua è del popolo. Il parere tecnico-scientifico è mera teoria. Tutto ciò che, invece, resta senza nome, è destinato al tabù.

Chi decide cosa è normale

L’alterizzazione

Il termine, coniato dalla scrittrice premio Nobel Toni Morrison, viene introdotto dalla Gheno con un esempio attuale: il termine maranza, il cui significato di tamarro trasla a giovane di origine extracomunitarie legato all’ambiente della microcriminalità.

Chi detiene potere linguistico, detiene anche potere sociale, e dalla notte dei tempi si è cercato sempre un capro espiatorio per evitare di dare risposte difficili da digerire o che richiedano una capacità di gestione che manca da tempo. Il potere sfrutta l’alterizzazione per inserire bias nei ragionamenti delle persone e, di conseguenza, mantenere il potere. Per quale effetto? Forse esclusione, estremizzazione, terrorismo.

Nessunə è normale schema di sociolinguistica che mescola società li giusti a dialetto

L’importanza del punto di vista

Le minoranze possono dire “io”? Una conseguenza dei due fenomeni già descritti, categorizzazione e alterizzazione, fa sì che nella testa delle persone l’altro sia come una massa informe, unita e indistinguibile, le cui unità non abbiano voce propria. Eppure ce l’hanno, sono innanzitutto individui, cosa che diamo per scontata se non apparteniamo a una minoranza.

È a tutti gli effetti una fagocitazione di punti di vista che offusca la capacità di analisi approfondita della società. La sociolinguista porta l’esempio della sua antologia di testi delle superiori: avanti con i tempi, pieno di brani estratti da romanzi di moda dell’epoca… ma con una quantità di autrici ignobile rispetto agli autori.

Chi fa il canone? Per i nativi americani, l’arrivo di Colombo è scoperta dell’America o genocidio e sostituzione etnica e culturale?

Insomma, un’introduzione potente per un testo di una necessaria incisività, che porta a riflessioni complesse sulla realtà che ci circonda, sulla società e sul nostro rapporto personale con l’altro. Dopo i dovuti applausi, meditare è necessario.

Condividi articolo
Facebook
X