Giuseppe Fortunio Francesco Verdi trascorre la vita in bilico tra due universi opposti dove al rumore della propria fama preferisce il respiro della sua terra e il silenzio che gli arriva dai centoventi metri lineari di libri della sua biblioteca.
La notorietà ha inizio il 9 marzo del 1842, quando al Teatro alla Scala di Milano va in scena la sua terza opera, Il Nabucco. Da quel momento il frastuono del successo lo circonda.
Giuseppe Verdi è un uomo duro, ritroso, quasi antipatico, in perenne contrapposizione con sé stesso.
Nelle immagini che lo ritraggono si percepisce uno sguardo triste per il dolore di chi ha subito un lutto dietro l’altro e che deve fare i conti con una vita che a tratti non gli assomiglia.

La biblioteca di Sant’Agata, dove gli universi opposti di Giuseppe Verdi si toccano
Quando non compone o non è sul palco a dirigere le sue opere, passa il tempo tra i campi del proprio podere oppure nella biblioteca della Villa a Sant’Agata di Villanova sull’Arda. Tra i suoi libri c’è Dante, che non diceva le parole, ma le scolpiva. Shakespeare, che legge e rilegge con avidità per carpirne l’anima da portare nel Macbeth, nell’Otello, e nel Falstaff. C’è un trattato di agricoltura e idraulica che sfoglia con la stessa passione dei grandi classici. E c’è Alessandro Manzoni, per il quale il musicista nutre una grandissima considerazione.

Grazie alla moglie di Giuseppe, Giuseppina Strepponi, e alla contessa Clara Maffei, il 30 giugno 1868 i due grandi si incontrano a Milano, nella casa di Alessandro. Verdi è emozionato e trema di fronte a colui che considera “un santo”. Sarà l’unica occasione, ma basta perché tra i due si instauri un rapporto di stima e di amicizia.
Gli universi opposti di Giuseppe Verdi nel suo mondo spirituale
La morte di Alessandro Manzoni nel 1873 segna profondamente Giuseppe: Io pure vorrei dimostrare quanto affetto e venerazione ho portato e porto a quel Grande che non è più.
E decide di dedicargli un’opera monumentale, la sua Messa da Requiem per soli, coro e orchestra. In questo capolavoro si rincorrono i grandi temi della spiritualità, della ricerca della fede, della paura della morte e soprattutto del terrore che in questo “dopo” non ci sia altro che il nulla.

È la più grande opera sacra di Giuseppe Verdi ed è quella dove il paradosso è gigantesco, come in tutta la sua vita. Da un lato troviamo la crescente ricerca di spiritualità e dall’altro il suo altrettanto crescente scetticismo sul problema della fede.
L’impatto che il Requiem di Verdi ha ancora oggi sul pubblico è straordinario. La maestosità dell’intreccio musicale si fonde con il profondo tema filosofico esistenziale che punta il dito sullo sgomento per l’assenza di risposte alla vita e alla morte stessa.
L’opera più bella
Verdi, però insegue un progetto bellissimo, quello di costruire una casa di riposo per i musicisti in pensione in difficoltà. Quest’opera è pensata e voluta con una coerenza perfetta. Nel 1899 nasce, finanziata dai diritti d’autore del maestro, quella che lui stesso definisce “la mia opera più bella”.

fotografia di Paolobon140 via Wikimedia Commons
Una vita e due funerali: l’ultima contraddizione
Tra le riflessioni e i dubbi il più famoso musicista di sempre trascorre il suo tempo dondolandosi tra la ribalta del Teatro alla Scala e la campagna di Busseto. Una volta morto, finisce per avere diritto a ben due funerali.
Il 27 gennaio 2026 si sono compiuti centoventicinque anni da che il grande compositore ha lasciato questa terra.
Nel testamento le indicazioni per il suo funerale sono tassative: Nessuna pompa, nessuna gloria.
Ordino che i miei funerali siano modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno o all’Ave Maria, di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele e una croce. Si dispenseranno ai poveri di Sant’Agata lire mille il giorno dopo la mia morte. […] Non voglio alcuna partecipazione alla mia morte con le solite forme.
Malgrado la semplicità della cerimonia, da ogni parte di Milano sin dalle prime luci dell’alba la folla accorre e ci vogliono 7 preti e non 2 come richiesto.
Un mese dopo la morte, la salma viene traslata proprio nella cripta della sua “opera più bella”, la Casa di Riposo per Musicisti con una cerimonia grandiosa come le sue opere accompagnata da 300.000 persone, dal Va Pensiero diretto da Arturo Toscanini e da una pompa senza confronti.
Sarà Puccini, quattro anni dopo, a dedicargli un Requiem delicato e poetico per coro, viola e organo, che ben rispecchia il vero temperamento del grande Giuseppe Verdi. Il manoscritto viene dimenticato – una sottile vendetta dall’aldilà del Maestro Verdi, per aver visto disattese le indicazioni testamentarie? – e solo nel 1972, come un sussurro in un silenzio durato quasi settant’anni, viene ritrovato e restituito al mondo.











