Portami su quello che canta. Il libro sul processo allo psichiatra del manicomio dei bambini

la facciata di Villa Azzurra luogo descritto nel libro Portami su quello che canta

Portami su quello che canta è, all’apparenza, solo il  titolo di un libro. In realtà è una frase che, una volta conosciuta la storia, diventa impossibile da dimenticare. Scritto dal giornalista Alberto Papuzzi con la collaborazione di Piera Piatti, esce per Einaudi nel 1977, con il sottotitolo Processo a uno psichiatra. 

Portami su quello che canta è un libro breve, ma pesantissimo. Al centro c’è una delle vicende più oscure della psichiatria italiana del Novecento: il processo allo psichiatra Giorgio Coda, vicedirettore dell’ospedale psichiatrico di Collegno e poi direttore di di Villa Azzurra, struttura di Grugliasco dove si internavano i bambini.

La frase del titolo è nata da un episodio raccontato durante il processo: un paziente canta nel cortile, Coda lo sente e chiede di portarglielo per sottoporlo a un “trattamento”. Un gesto innocente, cantare, diventa una condanna.

foto d'epoca dello psichiatra Giorgio Coda a mezzo busto
Giorgio Coda foto licenza CC

Giorgio Coda “l’elettricista di Collegno”

Giorgio Coda è tristemente noto come “l’elettricista di Collegno”, soprannome legato all’uso dell’elettroshock e dei cosiddetti “elettromassaggi”. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, quei trattamenti non vengono usati soltanto come pratica terapeutica, ma anche con finalità punitive.

Si parla di circa cinquemila elettromassaggi, con scariche alla testa o ai genitali, praticati negli anni Sessanta a pazienti del manicomio di Collegno e violenze e abusi anche sui bambini di Villa Azzurra. Portami su quello che canta denuncia le atroci sofferenze verso quella fetta di popolo dimenticato, di malati, di orfani istituzionalizzati, di omosessuali, di alcolisti, di bambini enuretici o semplicemente vivaci. Il processo mette sotto accusa il medico, e l’intero sistema.

«Villa Azzurra non è una casa di cura ma una prigione per bambini.» da Portami su quello che canta

 

Il processo: i pazienti vengono ascoltati

Portami su quello che canta è un libro che non permette letture comode. Non offre  finali consolatori. Mostra vittime, responsabilità, omissioni, battaglie civili, violenza istituzionale e politica. Il processo Coda è considerato un passaggio storico perché, per la prima volta in Italia, persone internate o ex internate in manicomio sono ascoltate in aula come testimoni credibili.

La sentenza dell’11 luglio 1974 è quella che per prima accoglie la voce dei malati psichiatrici sugli abusi subiti in manicomio. Molti degenti di raccontano condizioni di vita fino a quel momento rimaste chiuse dietro i muri dei manicomi. Questo processo è il risultato di denunce, testimonianze, battaglie civili, giornalismo d’inchiesta, avvocati, soprattutto di persone che decidono di non voltarsi dall’altra parte.

ex palazzo di giustizia di Torino in via corte d appello
ex palazzo di giustizia di Torino in via corte d appello licenza CC

Le imputazioni

«Coda Giorgio, nato a Torino il 21 gennaio 1924, ivi residente, in via Gian Francesco Re 29, libero, presente, difeso di fiducia dall’avvocato Mussa, è imputato del reato di cui agli articoli 81 cpv., 572 I” e 2″ comma, 61 n. g C.P., per avere con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, quale medico dell’ospedale psichiatrico di Collegno prima e dell’ospedale Villa Azzurra poi, e pertanto pubblico ufficiale, maltrattato nell’ospedale di Collegno numerosissimi pazienti, persone cioè sottoposte alla sua autorità per ragioni di cura, in genere praticando loro elettro-massaggi transcranici e lombo-pubici, e nell’ospedale Villa Azzurra sottoponendo numerosi bambini, anche minori degli anni quattordici, tra i quali Alberto B., a contenzioni lunghe e dolorose, facendoli legare al letto per intere giornate e intere nottate, e in taluni casi, in periodo invernale, facendoli legare mani e piedi al termosifone acceso.

Ciò al solo fine di punirli per infrazioni a regole disciplinari e di comportamento; usando quindi mezzi punitivi per sé giuridicamente illeciti, cagionava in tal modo a Giovanni C., sottoponendolo a elettromassaggi, lesioni gravi consistenti nella perdita di numerosi denti con conseguente indebolimento permanente dell’organo della masticazione. Commettendo i fatti con abuso della sua qualità di pubblico ufficiale. In Collegno dal 1956 al 2 dicembre 1964 e in Grugliasco dal 1 dicembre 1964 ».  Atti di apertura del processo Coda da Portami su quello che canta

dal libro Portami su quello che canta una macchina per elettroshock del 1960 Siemens konvulsator III ECT machine from ca 1960.(licenza CC)
Una macchina per elettroshock del 1960 Siemens konvulsator III ECT machine from ca 1960. (licenza CC)

La condanna, l’appello e il nodo che rende tutto ancora più discusso

L’11 luglio 1974 Giorgio Coda viene condannato a cinque anni per maltrattamenti, con interdizione dalla professione medica per cinque anni e pagamento delle spese processuali. Tre anni sono condonati. La sentenza è poi annullata per un vizio di incompetenza: la difesa fa valere il fatto che Coda era stato giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Torino, e dunque avrebbe dovuto essere giudicato altrove. Il processo, spostato, finisce poi nella prescrizione.

Nessuno psichiatra di Collegno, durante tutta l’istruttoria, si presenta a testimoniare contro Coda

Il documentario: un libro che diventa memoria viva

Nel 2019 Marino Bronzino e Claudio Zucchellini hanno firmato il documentario Portami su quello che canta, storia di un libro guerriero, presentato in anteprima nazionale al Cinema Massimo di Torino il 14 gennaio 2019. Il film, della durata di 73 minuti, ripercorre il processo e la storia del libro-denuncia di Papuzzi e Piatti.

Il senso più profondo del libro è tutto qui: chi cantava non andava punito. Andava ascoltato.

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