Edgar Allan Poe è ricordato per i racconti del terrore, per Il corvo, per Auguste Dupin e per aver contribuito alla nascita del poliziesco moderno. Eppure scrive anche un romanzo, uno soltanto: Le avventure di Arthur Gordon Pym. Anni dopo lo liquida in una lettera come a very silly book, un romanzo molto sciocco. Jules Verne, invece, ne rimane talmente affascinato da decidere che quella storia non poteva finire così. Ma andiamo per ordine.
Nel 1838 Poe pubblica The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, generalmente considerato il suo unico romanzo completo. Due anni dopo, scrivendo a William E. Burton, ricorda una recensione negativa ricevuta dal libro e lo definisce lui stesso «a very silly book». Il paradosso resta magnifico. Quel libro che Poe chiama “sciocco” avrebbe ossessionato lettori e scrittori per generazioni.

Un romanzo che fingeva di non essere un romanzo
Le prime parti delle Avventure di Arthur Gordon Pym appaiono nel 1837 sul Southern Literary Messenger. Quando arriva il volume, l’anno seguente, Poe costruisce intorno al testo un piccolo gioco di specchi.
Nella prefazione è infatti Arthur Gordon Pym stesso a parlare come se fosse una persona reale. Racconta di aver conosciuto un certo «Mr. Poe», che lo avrebbe incoraggiato a mettere per iscritto le proprie incredibili avventure. Il problema, spiega Pym, era che gli eventi vissuti erano talmente straordinari che nessuno avrebbe creduto che fossero veri.
Poe, insomma, compare nel proprio romanzo quasi come un editore incaricato di garantire l’autenticità di un manoscritto. È un meccanismo che oggi chiameremmo facilmente storytelling editoriale, falso documento o gioco metaletterario: il libro cerca deliberatamente di confondere il confine tra testimonianza e invenzione.

Naufragi, cannibalismo e un viaggio verso l’ignoto
Arthur Gordon Pym è un giovane di Nantucket attratto irresistibilmente dal mare. Ma quella che comincia come un’avventura marinaresca diventa progressivamente qualcosa di molto più oscuro: clandestinità a bordo di una nave, ammutinamento, naufragi, fame, violenza, cannibalismo, esplorazioni e infine una discesa sempre più inquietante verso le regioni antartiche.
Pym e i suoi compagni avanzano verso sud attraverso acque sempre più strane. Appaiono vapori, uccelli bianchi, una gigantesca cortina all’orizzonte. Poi, davanti all’imbarcazione, compare una enorme figura umana avvolta in un sudario, dalla pelle bianca come la neve.
E il racconto si interrompe. Nessuna spiegazione.

Jules Verne e la continuità del viaggio
Fra i lettori rimasti affascinati da Poe ce n’era uno destinato a diventare a sua volta uno degli autori più importanti della letteratura d’avventura: Jules Verne.
La sua ammirazione non è occasionale. Nel 1864 Verne dedica a Poe un lungo studio, Edgard Poe et ses œuvres, pubblicato sul Musée des familles. Lo definisce il capo di una vera e propria «École de l’étrange», la “scuola dello strano”, riconoscendogli la capacità di aver spostato i limiti dell’impossibile.
Nel 1897, cinquantanove anni dopo la pubblicazione di Arthur Gordon Pym, esce Le Sphinx des glaces, in italiano La sfinge dei ghiacci: un vero e proprio seguito del romanzo di Poe.
Verne entra nel mondo di Poe e cerca una spiegazione
Il protagonista della Sfinge dei ghiacci, Jeorling, incontra il capitano Len Guy, fratello del comandante della Jane, la nave comparsa nel romanzo di Poe. Da quel momento comincia una nuova spedizione verso l’Antartide, sulle tracce della spedizione scomparsa.
È quasi l’incontro fra due modi opposti di raccontare l’ignoto. Poe costruisce il mistero e si ferma sulla soglia. Verne vuole attraversarla, cercando dietro ciò che appare soprannaturale un meccanismo geografico, fisico, magnetico, scientifico. Nella parte conclusiva del romanzo compare infatti la gigantesca “sfinge” di roccia dalle proprietà magnetiche che dà il titolo all’opera.
In una lettera dell’agosto 1897 Verne spiega esplicitamente di aver preso come base il romanzo di Poe e di avere dedicato la propria opera alla memoria dello scrittore americano.
È difficile immaginare un destino letterario più curioso: l’unico romanzo di Edgar Allan Poe finisce per avere un seguito scritto da Jules Verne.











