La Turandot riscoperta: la Turanda di Antonio Bazzini

cartellone Turanda del teatro sociale di Como

La Turandot riscoperta si chiama Turanda

Torna sulle scene, a distanza di quasi due secoli dal primo  debutto, Turanda l’opera perduta di Antonio Bazzini, maestro di Puccini che ricordiamo tutti come autore della famosa Turandot.

Grazie al progetto CASTA DIVA, finanziato dal programma europeo Next Generation EU, è stato infatti possibile recuperare un’opera di eccezionale interesse che ha rischiato di andare persa per sempre.

Antonio_Bazzini_before_1897_-_Archivio_Storico_Ricordi_
Antonio_Bazzini_before_1897_-_Archivio_Storico_Ricordi_ licenza CC

Un esordio infelice per l’antesignana della Turandot

Dire che l’esordio di Turanda, andata in scena per la prima e unica volta a Milano il 13 gennaio 1867 , sia stato accolto con scarso entusiasmo è dire poco.  L’ opera è subito ritirata dal cartellone. Bazzini non si cimenta più in altre composizioni e la partitura dell’opera sparisce.

Dell’autore, che all’epoca era noto e apprezzato come violinista e compositore, possiamo immaginare che prima di morire abbia riversato tutta la sua sapienza e la sua sensibilità nell’allievo di maggiore ingegno. Quel Giacomo Puccini che ha lasciato al mondo una Turandot indimenticabile, pur se incompiuta.

Cos’è mancato, alla sua Turanda, perché l’opera del maestro fosse talmente svalutata rispetto a quella dell’allievo?

costume di scena Turandot licenza ccc
Costume di scena Turandot, Museo Teatrale alla Scala, mostra “Opera Meets New Media” – foto Dario Crespi licenza CC

La Turandot e Turanda: così uguali così diverse

È noto che i librettisti dei due compositori si ispirano entrambi a una novella in stile persiano scritta da Carlo Gozzi nel 1672. Proveniente a sua volta dalla raccolta I mille e un giorno, pubblicata a Parigi tra il 1710 e il 1712 , ma che parla della storia come di origine cinese.

Meno noto è il fatto che la fiaba era stata già raccontata da uno dei più grandi poeti persiani: Nizami Ganjavi(1141-1209) nel suo quarto poema intitolato Haft Peykar / Le sette principesse.  Un poema il cui eroe-protagonista è il re sassanide Bahram V (anni di regno 421- 438), che sposa le figlie dei sette più grandi sovrani della terra.

Re Bahram fa costruire un palazzo con sette padiglioni, uno per ogni consorte. Qui il sovrano va a vistare ciascuna principessa, nel giorno della settimana a lei assegnato. Come introduzione alla prima notte di nozze, si fa raccontare dalla sposa di turno una storia che possa dare inizio a una notte d’amore.

La storia di Turandot viene raccontata di martedì, giorno dei guerrieri e delle guerriere, ed è la Storia della principessa che si rinchiuse in una fortezza.

Laboratorio di Ormut destinato agli studii e alle evocazioni magiche, bozzetto di Carlo Ferrario per Turanda (1867) – Archivio Storico Ricordi licenza cc

La principessa che fu Turandot

Dunque: in una città regna un re buono che ha una figlia allevata con amore, bellissima e colta, esperta in ogni ramo della scienza e della magia occulta. C’è un solo problema: i pretendenti alla sua mano arrivano a frotte ma la principessa non vuole sentire parlare di matrimonio e decide di ritirarsi in un castello che il padre ha fatto costruire per lei.

Grazie alla sua sapienza, si circonda di talismani, di meccanismi magici e non solo. Dipinge lei stessa un proprio gigantesco autoritratto e lo appende fuori dal castello, affinché la sua bellezza attiri tutti i principi che passano di là. Ma per avere la sua mano occorre superare delle prove.

Le condizioni poste ai pretendenti sono quattro:

  1. il pretendente deve avere un buon nome e possedere nobile natura.
  2. deve saper vincere i talismani,
  3. deve saper trovare la porta d’ingresso che è nascosta quanto lo sono le porte del paradiso.
  4. deve infine risolvere gli enigmi che ella gli porrà nel castello del padre.

Si presenta  infine il principe che supera le prime tre prove e arriva al momento degli enigmi, che non sono semplici indovinelli ma piuttosto un silenzioso scambio di gesti e oggetti simbolici, che devono essere interpretati correttamente dalle due parti. Insomma, una sorta di gioco erotico che sorprende e affascina Turandot.

Le nozze vengono infine celebrate e il vecchio re affida trono e figlia al principe vittorioso.

 

Cina vs Persia

Nella versione di Gozzi, ogni riferimento reale al tempo e al luogo viene consapevolmente eliminato, l’intreccio stesso viene trasportato nel fiabesco e risulta mitigato nelle sue durezze. Impostazione che rimane nel libretto scritto per l’opera di Puccini da Giuseppe Adami e Renato Simoni. Turandot, cinese, non rifiuta matrimonio e amore, ne ha semplicemente paura e il suo atteggiamento cambia quando il principe Calaf la convince della propria sincerità.

Molto diversa è la disposizione d’animo di Turanda, eroina persiana più vicina all’illuminismo settecentesco che al romanticismo del XIX secolo. A differenza di Turandot non si appella a motivi d’onore, semplicemente non sente il desiderio di sposarsi e se in seguito cambia idea, lo fa attraverso un processo razionale, oltre che sentimentale.

Precorre i tempi, diciamo così, e possiamo pensare che proprio questo sia stato il motivo dei fischi del pubblico della Scala.

La Prima di Turanda a Como

L’opera di Antonio Bazzini sarà messa in scena in il prossimo 26 ottobre al Teatro Sociale di Como con una produzione del Conservatorio di Como. È possibile acquistare i biglietti cliccando qui .Replica l’8 dicembre al Teatro Lirico di Milano.

 

Condividi articolo
Facebook
X