Quando si accende il motore della creatività, esplode un’energia che travolge chi legge: è questo il potere della scrittura, e Paolo Domenico Montaldo è un pilota incredibile in questa corsa narrativa. Autore torinese di gialli e avventure, Montaldo ha fatto della suspense e dell’ignoto il suo territorio di caccia. È il creatore del celebre Commissario Incantalupo e di Padre Jean Léon.
Oggi, proprio a Torino, l’ho invitato a spalancare le porte del suo immaginario, a raccontarci un poco o forse tanto di sé. Ma attenzione perché con Montaldo, non è la “solita” intervista, è un salto nell’ignoto.

Allora Paolo, iniziamo con una domanda “scomoda”. Tra i tuoi personaggi, il Commissario Incantalupo e Padre Jean Léon, chi è il tuo preferito?
“Padre Jean Léon è il mio più grande amore. È un grande amore perché è stato il primo. È un grande amore perché me lo sono creato, perché io sono figlio di Clive Cussler e di Wilbur Smith. Insomma volevo scrivere di avventura ma non volevo l’eroe”.
Chi incarna meglio l’anti-eroe per Paolo Domenico Montaldo ?
“Padre Jean Léon è un fratello francescano, francese, nato a Lione. Arriva da una famiglia molto ricca, ma sceglie la povertà. Ha una grande passione: l’archeologia. E anche un amico a Roma che dirige una sezione dei Musei Vaticani che ufficialmente non esiste. Padre Jean Léon è alto biondo, bello: assomiglia leggermente a Gesù Cristo.
In realtà c’è anche Padre Anselmo, il suo grande amico: piccolo, tarchiato, che mangia come un disperato tutto il giorno. E questa figura fantomatica, un po’sullo sfondo, che è Suor Micaela. Suor Micaela, nel tempo, diventerà un po’ il Cardinal Richelieu della situazione tirando le fila di tutto quanto, anche perché è a contatto diretto con il Papa. Tutti insieme vanno alla ricerca di tesori, di reliquie e di misteri”.
Cosa ti affascina di più nello scrivere i romanzi di Padre Jean Léon?
“Che fai ricerca. Ad esempio Utinam è stato il primo libro della serie di Padre Jean Léon e una parte si svolge all’interno del Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo che ho visitato tra l’altro. Perché cerco sempre di andare a visitare i luoghi di cui scrivo. È un modo di esserci dentro, di capire. Sapere che l’Hermitage ha 40 chilometri di corridoi serve alla fine della storia? Magari no, però penso che sia un bagaglio culturale importante se vuoi descrivere i luoghi”.

Come sono in generale i tuoi gialli?
“I gialli sono gialli, per cui hanno una struttura che deve essere quella. C’è un assassino, magari più di uno, ci sono i cattivi, ci sono i buoni, Però la bellezza della struttura del giallo sta nell’essere complessa. E io la creo sempre il più complessa possibile. Non bisogna indovinare tutto subito”.
Paolo Domenico Montaldo scrive solo gialli ?
“No, c’è un’altra collana, che è quella di Science Fantasy, nasce come trilogia nel ciclo dei pianeti. Nel quarto, che sto scrivendo, viene fuori la giustificazione fra il primo, secondo e terzo che rientrano tutti all’interno del quarto. Però leggendo il primo, secondo e terzo non lo sai. Per cui è un mosaico che si rivela al fondo”.
Generi molto diversi tra loro accomunati però dal senso di mistero. Perché questa scelta di varie scritture?
“Ma perché se no mi annoio. E su questo la dice lunga il fatto che proprio in questo momento stia scrivendo tre libri contemporaneamente. E così mentre sto scrivendo il settimo di Padre Jean Léon, in realtà chiudo un cassetto e ne apro un altro”.

In questo modo non ti capita mai di confondere i personaggi o che si fondano magari uno nelle caratteristiche dell’altro?
“Certo che può capitare, però cerco di tenerli separati. Quello che farò succedere sicuramente è che un giorno Padre Jean Léon e il commissario Incantalupo si incontreranno. Anzi, dirò di più, il vice commissario Santini utilizza un quadernino molto nero, molto americano, che gli ha regalato un amico che… Tutte queste cose interagiranno”.
Ma si incontreranno a breve?
“Nella mia testa sì”.
E per i lettori quando?
“Per i lettori tutto dipende dalla mia casa editrice: la Yowras. Per la collana del commissario Incantalupo ci sono in tutto 15 libri pubblicati. Il sedicesimo sta per uscire e io sto scrivendo il ventisettesimo che è la fine della terza serie.

Da quanti anni scrivi?
“Ho iniziato a scrivere che avevo 17 anni. Pubblico dal 2020. Praticamente ho scritto tra Incantalupo, padre Jean Léon e altri romanzi di cui ho parlato prima, ventisette libri in cinque anni”.
Paolo Domenico Montaldo è uno scrittore seriale quindi?
“No, io vado piano a scrivere perché lavoro. La mattina io mi alzo, vado a lavorare. Non è che scrivo tutto il giorno”.
Quindi la scrittura non è la tua professione principale?
“No. Ci saranno dieci scrittori in tutta Italia che campano di scrittura. Io non sono tra quelli”.

Come hanno preso vita nella tua mente i personaggi di Padre Jean Léon e del commissario Incantalupo?
“Ho aperto un cassetto della testa e là c’era padre Jean Leon dentro. Per il commissario Incantalupo invece è andata così. Sono partito pensando di voler scrivere qualcosa. Poi ho detto, ah, ci deve essere un nome. E allora sono andato a cercare il nome. Il nome mi ha portato a questo personaggio che è alto, magro, con i baffetti molto corti, un pizzetto molto corto, che se lo guardi di profilo dici: eh sì è proprio un lupo“.
Se a un lettore che non conosce Paolo Domenico Montaldo dovessi consigliare un libro per un “assaggio “iniziale dei tuoi romanzi, quale consiglieresti?
“L’Oro di Cagliostro. Sono 560 pagine, ma tutti quelli che l’hanno letto hanno detto: ma no, non me ne sono accorto per niente. Lettura, tipicamente maschile diciamo, però anche alle lettrici che si sono avvicinate è piaciuto molto. Inizia nella notte del 21 marzo 1345, a San Gimignano. Un maestro e il suo allievo usano il Leykondaimonion, il libro alchemico nato dal buio del tempo, per fabbricare uno strumento di morte…”

Invece, per par condicio, ti dico che il romanzo Spia è molto femminile. La figura di fondo è Mata Hari, la più celebre spia dell’Occidente che cela un grande segreto. Padre Jean Leon e il suo amico di sempre, padre Anselmo, cercano la soluzione passando tra misteri di secoli e attraverso la Francia, la Romania, la Germania, l’Italia, la Cornovaglia, Gerusalemme, l’Olanda, la Spagna, l’Uruguay…”

I tuoi personaggi sono molto ironici o autoironici. Perché?
“Perché sono sempre io. Fortemente Incantalupo. Ma sono anche il Vicecommissario Santini, e anche Minniti e Giraudo, che sono un siciliano e un piemontese che sono in pattuglia insieme”.
La chiusura migliore di questa intervista penso che non possa arrivare che dalle parole che Paolo Domenico Montaldo scrive sul suo sito
“Quando arriva il momento di parlare di se stessi si comprende che non è facile. Ho letto le biografie di molti autori … tutti, senza distinzione, dicono che sono bravi e belli. … Che io sia bravo non posso dirlo, ma se volete saperne di più, il sistema migliore è leggere i miei libri. … Scrivere è un divertimento pari alla lettura e questa è parte di un momento che unisce il lettore con lo scrittore. Stesse parole. Stesse emozioni”.











