Carlo Lorenzini in arte Collodi: 200 anni del bambino vero

Ulteriori dettagli Pinocchio interpretato da Andrea Balestri nella sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio (1972).

Quest’anno il calendario letterario ci regala un anniversario che profuma di legno di pino, polvere di palcoscenico e quell’ironia un po’ amara tipica della toscanità: i 200 anni dalla nascita di Carlo Lorenzini, in arte Collodi. Parliamo del 24 novembre 1826: il giorno in cui nasce il “bambino vero”.
Se fosse qui oggi, probabilmente guarderebbe con un certo sospetto i nostri smartphone, forse scambiandoli per lucignoli moderni pronti a trasformarci non in asini, ma in qualcosa di ancor più grigio. Eppure, festeggiare Collodi nel 2026 non è solo un atto di memoria, è un modo per chiederci: “Come stiamo?” …proprio noi, i pro-pro-nipoti di quel burattino che cercava disperatamente di diventare un bambino vero.

Carlo Lorenzini Collodi disegno in bianco nero
Carlo Collodi immagine pubblico dominio

Carlo Lorenzini, un autore “per caso” e per necessità

Carlo Lorenzini nasce a Firenze nel 1826 in via Taddea, in una famiglia di umili origini: suo padre cuoco e sua madre cameriera al servizio dei marchesi Ginori. Ed è proprio grazie al sostegno dei marchesi che il giovane Carlo può studiare, gettando le basi per la sua futura carriera di giornalista e scrittore.
Collodi non aveva pianificato di diventare l’ombra dietro il naso più lungo del mondo. Era un giornalista politico, un uomo di spirito critico, un traduttore di fiabe francesi che, quasi per scommessa (e per pagare qualche debito di troppo), accetta di scrivere la “storia di un burattino” per il Giornale per i bambini.
Quello che ne esce non è una favoletta rassicurante, ma un romanzo di formazione brutale, magico e profondamente umano. Pinocchio non è un eroe; è un concentrato di pulsioni, errori e pentimenti. È lo specchio di un’Italia che nasceva e di un’umanità che, ieri come oggi, fatica a trovare la propria “forma” definitiva.

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Via taddea 21, casa Lorenzini, foto Francesco Bini licenza CC

La trasformazione attraverso il fallimento

In un’epoca in cui la verità sembra plastica e manipolabile, la figura di Collodi ci ricorda la potenza della responsabilità. Pinocchio non diventa “vero” perché smette di mentire, ma perché impara a prendersi cura di qualcun altro (il vecchio Geppetto nella pancia del Pesce-cane).
La prosa di Collodi è un miracolo di agilità. È un toscano vivo, scattante, privo di quelle pesantezze accademiche che spesso allontanano i lettori dai classici.

Prima di Dalí e dei sogni cinematografici, c’erano il Gatto e la Volpe, la Fata dai capelli turchini e un Grillo Parlante che finisce spiaccicato contro un muro (per poi tornare come ombra).
Collodi ci dà il permesso di sbagliare. La trasformazione avviene attraverso il fallimento, un messaggio quanto mai attuale in una società che ci vorrebbe sempre performanti e senza difetti di fabbrica.

Pinocchio edizione del 1934
Pinoccchio dizione del 1934, foto di Francesco Bini licenza CC

200 anni e non sentirli

Celebrare il bicentenario di Collodi significa celebrare la capacità del libro di essere un organismo vivo. Ci piace pensare che ogni pagina sfogliata sia un colpo di pialla che toglie il superfluo e ci avvicina alla nostra essenza.
Pinocchio non è mai stato “solo per bambini”. È il manuale di sopravvivenza per chiunque si senta ancora un po’ di legno, incastrato tra il desiderio di correre nel Paese dei Balocchi e la necessità di tornare a casa, nel tepore di un affetto reale.

“Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.”

(Eppure, è proprio quel “perdersi” che ha reso Pinocchio immortale).

sccreenshot dal cartone di walt disney Pinocchio
frame dal film Pinocchio di Walt Disney immagine pubblico dominio

Segnate questa data: 24 novembre 2026…
Su Open Libri ci prepareremo a questo evento non con celebrazioni accademiche, ma con la voglia di riscoprire il piacere di leggere a voce alta, di discutere dei nostri “Lucignoli” moderni e di ricordare che, per diventare umani, a volte bisogna prima rompersi un po’ e poi sapersi riparare.

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