False confessioni, dichiarazioni estorte e prove regine.
Quante volte si assiste a casi di cronaca in cui si racconta che è stata acquisita la prova regina? Si è trovata la pistola fumante? Il movente è chiaro e grazie a questi elementi si arriva a una sentenza definitiva di condanna.

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Sospettati e investigatori

Lo scenario che viene proposto è sempre molto suggestivo e, soprattutto per chi non è del mestiere, si immaginano eccellenti detective che studiano la scena del crimine e che in breve tempo risolvono il caso.
Tutto molto affascinante, ma è sempre così?
In occasione della scoperta di un crimine, il sopralluogo è la fase iniziale fondamentale, da condurre con meticolosità e che può indicare dei sospettati. Questi vengono attenzionati, portati nelle sedi opportune per essere ascoltati e, nel caso, collegati agli eventi.
In linea generale è necessario comprendere se la persona sta comunicando il vero o riconoscere una menzogna: è proprio qui che spicca la capacità del bravo investigatore.
Il sospettato viene portata nella stanza degli interrogatori, lasciato da solo a pensare; da fuori si osserva, si identifica la sua linea di base e infine si decide quando attivare il confronto per poi ottenere delle risposte.

La baseline o linea di base

La baseline è il termine inglese per definire la linea di base, ovvero quella condizione iniziale da cui poi poter parametrare eventuali cambiamenti successivi. È un punto di controllo che definisce la persona nella situazione osservata in quel preciso tempo e spazio, uno stato di partenza di riferimento per ogni successiva alterazione che può indicare una rottura nella linea.
In caso di rottura, è necessario fermarsi, osservare e identificare il disallineamento: si tratta di una situazione causata dall’agitazione del momento o si è insinuato un elemento che ha messo in crisi l’attendibilità delle parole dell’interrogato?
Il metodo è fondamentale in criminologia, psicologia e analisi comportamentale per valutare l’attendibilità di un testimone.
Le dichiarazioni devono essere coerenti, logiche e analitiche. Non devono contenere contraddizioni con altre deposizioni acquisite.

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Il caso di Darrel Parker

Guardia forestale del Nebraska, Darrel Parker nel dicembre del 1955 scopre la moglie assassinata in casa, legata al letto.
I segni di violenza sessuale sono evidenti, così come le percosse.
Viene accertata la morte per omicidio e dopo aver attenzionato lo stesso Parker, in quanto marito della vittima e prima persona giunta sul luogo, gli inquirenti lo rilasciano immediatamente.
Passano i giorni e una telefonata gli annuncia di dover tornare in caserma per alcune novità.
Darrel Parker conosce così John Reid e inizia il suo calvario: messo alle strette e sottoposto a uno stenuante interrogatorio, oltre al poligrafo, confessa l’omicidio.
Reid per tutto il tempo attiva un metodo ben preciso, domande persuasive e messa in discussione delle risposte. Ognuna di esse viene considerata una menzogna, fino allo sfinimento dell’interrogato che decide di dichiararsi colpevole.

Parker accetta la versione proposta di Reid: omicidio di impeto, spinto da gelosia e ira. Il matrimonio era in crisi, la moglie non accettava più di avere rapporti sessuali con lui e parallelamente aveva ceduto ad attenzioni altrui. Parker distrutto, durante l’ennesimo litigio cede e, accecato dalla rabbia, commette il fatto.

Il giorno seguente ritratta, ma non viene ascoltato. La condanna comminata è l’ergastolo.
Solo nel 1991 a seguito del ritrovamento della confessione autografa del vero colpevole, Parker viene liberato e risarcito per $500.000, con le scuse del Procuratore Generale.

Darrel Parker è morto nel febbraio del 2022.

John Reid, pubblico dominio

Il metodo Reid

Il metodo Reid è un sistema basato sulla pressione psicologica dell’indagato e la conduzione di un interrogatorio accusatorio, brevettato dallo stesso John Reid, ex agente della polizia di Chicago, esperto della macchina della verità.
Ci sono differenti opinioni sul metodo, da un lato chi sostiene che sia utile in caso di sospettati di difficile gestione: questi sottoposti al giusto stress, crollano velocemente.
Dall’altro chi afferma che si tratti di una tecnica dannosa con il solo fine di indurre in false confessioni.
Per quale motivo?

Le fasi del metodo

Il metodo prevede tre macrofasi.
Dapprima si accoglie il soggetto suggerendo che gli indizi sono tutti a suo carico e non c’è modo di salvarsi.
In seguito non si sviluppa un vero e proprio dialogo, ma si assiste a un copione in cui l’investigatore elenca le prove, i fatti e cerca di porsi in una modalità tale che il sospettato si senta a suo agio nel confermare le parole.
Infine, e se non si è ottenuto il risultato, si procede con i nove passaggi del metodo Reid.

Quello che deve essere chiaro è che non per forza la persona è colpevole, ma la pressione psicologica a cui viene sottoposta, la induce, dopo ore di parole e spiegazioni, ad assumere la convinzione che solo confessare sia la via d’uscita. In questo modo si ritiene si possano evitare conseguenze più drammatiche, prospettate dagli inquirenti, ma non ovvie – elemento ignorato dal mal capitato.

La tecnica quindi prevede degli escamotage psicologici, messi in atto dall’interrogante, che tendono a giustificare il comportamento criminale realizzatosi, in assenza di un vero contraddittorio, spesso senza la presenza di un legale e con un fine puramente accusatorio.

Le false confessioni

Si giunge così all’epilogo sperato dagli inquirenti, la confessione.
Questa purtroppo rischia di essere indotta, estorta e falsa, con la diretta conseguenza che socialmente il vero colpevole rimane a piede libero.
La confessione è rilasciata in due modalità: orale e poi scritta. Non ci possono più essere dubbi e il giudice emette la sentenza di condanna.

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A comprova del fatto che la pressione psicologica possa cagionare convinzioni e dichiarazioni fasulle, sono stati condotti esperimenti sociali su soggetti ignari, o parzialmente tali, dello scopo e il risultato ha fornito la conferma di quanto la mente sia manipolabile, al punto di arrivare a credere di aver fatto qualcosa che non si è mai vissuto (effetto Lucifero, di Philip Zimbrado Università di Stanford, effetto Loftus di Elizabeth Loftus)

American Psychological Association – False confessioni

Errori giudiziari e ingiuste detenzioni

Le false confessioni comportano conseguenza drammatiche, dove innocenti rischiano anni di carcere, condanne senza termine e soprattutto una vita distrutta. In America la percentuale di tali casi è molto alta e se si pensa che la pena di morte è presente in diversi Stati, quale può essere il destino di chi è vittima di questo fenomeno?
La revisione del processo e il ribaltamento della condanna, non sono conseguenze certe e istituti di difficile accesso.

In Italia, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono annualmente in aumento. La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) ha molte volte condannato lo stato italiano per questi motivi, per la lentezza nei processi, per le irregolarità procedurali e le precarie condizioni detentive.
La mancata attenzione nelle indagini investigative (a favore e contro l’imputato), la pressione mediatica e la necessità di trovare un colpevole rischiano di portare inevitabilmente a un risultato non corretto.
In tutto ciò si inseriscono le dichiarazioni indotte, le testimonianze fasulle e le false confessioni.

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La necessità di chiudere un caso e trovare a tutti i costi un colpevole è un motivo sufficiente per condannare a una pena infamante una vita umana senza prove certe? Una vita che per sempre porterà le cicatrici di questo triste destino nel corpo e nell’anima?
Cicatrici che forse nemmeno una sentenza di proscioglimento dopo un processo di revisione potranno cancellare.

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