Romanzi ed empatia: succede una cosa particolare quando leggiamo un romanzo, per qualche ora abitiamo una vita che non è la nostra. Entriamo nei pensieri di persone che possono trovarsi dall’altra parte del mondo, appartenere a un’altra epoca, avere convinzioni che non condividiamo oppure compiere scelte che noi non faremmo mai. Eppure continuiamo a seguirle. Pagina dopo pagina proviamo a comprenderne desideri, paure, contraddizioni e motivazioni.
Proprio qui la narrativa diventa una piccola palestra di empatia.
Leggere romanzi può allenare l’empatia?
Ricordo la rigidità con cui, nelle mie prime esperienze di lettrice, accoglievo personaggi e ragionamenti lontani dal mio modo di vedere il mondo. Giudicavo. Decidevo rapidamente chi avesse ragione e chi torto, quali comportamenti fossero accettabili e quali no. Poi qualcosa è cambiato.
Più leggevo, più diventava difficile dividere i personaggi tra buoni e cattivi, giusti e sbagliati. Ho cominciato a chiedermi perché una persona si comportasse in un certo modo prima ancora di decidere cosa pensare di lei.
Naturalmente leggere romanzi non ci trasforma automaticamente in persone più empatiche. La ricerca suggerisce però un legame interessante. Una meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha preso in esame oltre cento studi, ha rilevato una piccola ma significativa associazione tra lettura di narrativa e alcune capacità cognitive e sociali, tra cui empatia e comprensione degli stati mentali altrui. Altri studi hanno evidenziato quanto possa essere importante il grado di coinvolgimento nella storia.
La narrativa possiede infatti una caratteristica particolare: ci chiede di osservare il mondo dall’interno di un’altra coscienza. Non significa necessariamente condividere quello che un personaggio pensa o fa, ma restare abbastanza a lungo nella sua testa da provare a comprenderlo.
E alcuni romanzi riescono particolarmente bene in questo esercizio.
Alta fedeltà di Nick Hornby

Rob Fleming gestisce un negozio di dischi a Londra, ama compilare classifiche di qualsiasi cosa e ha un problema sentimentale piuttosto evidente: Laura lo ha lasciato.
Da qui nasce una delle domande che attraversano Alta fedeltà: perché le sue relazioni finiscono sempre male?
Rob decide di ripercorrere le proprie storie sentimentali e di rintracciare alcune ex fidanzate alla ricerca di una risposta. Peccato che guardarsi davvero dentro sia molto più complicato che costruire una Top Five dei dischi preferiti.
Hornby ci mette nella testa di un uomo ironico, ossessivo, immaturo, spesso irritante. Proprio per questo il romanzo è interessante in un discorso sull’empatia: comprendere un personaggio non significa necessariamente assolverlo.
Pubblicato nel 1995 e diventato un titolo di culto, Alta fedeltà utilizza musica relazioni e umorismo per raccontare soprattutto la difficoltà di crescere e di accettare le proprie responsabilità.
Appunti sulla tua scomparsa improvvisa di Alison Espach

Con Appunti sulla tua scomparsa improvvisa entriamo invece nel territorio del lutto e del senso di colpa.
Sally ha tredici anni quando sua sorella maggiore Kathy muore in un incidente. Da quel momento la sua vita rimane intrecciata a quella di Billy, il ragazzo di Kathy, presente al momento della tragedia.
La particolarità del romanzo è nella voce narrante: Sally racconta ciò che accade rivolgendosi direttamente alla sorella scomparsa. Il racconto attraversa circa quindici anni e osserva ciò che una perdita lascia nelle vite di chi rimane.
Espach riesce a parlare di dolore senza trasformarlo in un sentimento immobile. Ci sono colpa, rabbia, desiderio, ironia, attrazione e perfino momenti divertenti.
Ed è proprio questa mescolanza a rendere il romanzo interessante: il lutto non viene raccontato come un’emozione unica, ma come qualcosa che modifica continuamente il modo di guardare se stessi e gli altri.
Successo come participio passato di Elena Morelli

Tra i titoli meno conosciuti c’è Successo come participio passato di Elena Morelli, pubblicato da Mondoscrittura nel 2025.
È un romanzo breve, appena 128 pagine, costruito intorno a una situazione estrema.
Zeta sta pensando di togliersi la vita quando uno squillo del telefono interrompe ciò che sembrava ormai deciso. Dall’altra parte c’è uno sconosciuto. Da quella telefonata nasce un confronto che porta il lettore dentro una mente attraversata da pensieri difficili, mentre una domanda rimane sospesa: che cosa significa davvero salvarsi?
Qui l’empatia richiesta al lettore assume una forma diversa. Non si tratta di trovare necessariamente spiegazioni o risposte, quanto di rimanere accanto a una voce che sta attraversando una condizione estrema senza ridurla a un’etichetta.
Comprendere non significa essere d’accordo
Uno dei poteri più interessanti dei romanzi.
Possiamo entrare nella mente di Rob senza approvare Rob. Possiamo condividere il senso di colpa di Sally senza aver vissuto la sua tragedia. Possiamo ascoltare Zeta senza sapere che cosa significhi trovarsi nel suo stesso punto.
Per qualche centinaio di pagine, però, il nostro punto di vista smette di essere l’unico possibile.
E in un tempo in cui siamo continuamente invitati a prendere posizione, giudicare e scegliere da che parte stare, trascorrere qualche ora nella testa di qualcun altro potrebbe essere uno degli esercizi più preziosi che la letteratura continua a offrirci.
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A mio avviso questa versione è più forte dell’originale soprattutto nel finale: l’idea “comprendere non significa essere d’accordo” riassume bene tutto l’articolo e potrebbe diventare anche la frase da utilizzare per il post social che accompagna il pezzo.











