Adesso guardatemi leggere e rosicate su quanto sia cool. Sembra questo il sottotitolo di molti post sui social che non sono sfuggiti ai più attenti osservatori. Come impongono i costumi dei social media, le etichette non sono tardate ad arrivare. Così, tutto il filone di foto e video che ritrae lettori e selfie tra gli scaffali ha preso presto il nome di lettura performativa. Leggere nella cultura della performance diventa un atto di pubblica esibizione, mirato a costruire un’immagine intellettuale e positiva di sé attraverso i libri.
Leggere sui social e letture di lusso
Ma fermi un attimo. Già da qualche anno angoli dell’internet in cui si parla di libri (vedi bookstagram e booktok) stanno spopolando. È loro il merito, in molti casi, se non di avvicinare alla lettura, almeno di riunire una community di lettori già consolidati con interessi affini. Club del libro di celebrities come Dua Lipa e Reese Witherspoon provano a modo loro a lanciare un messaggio positivo, all’insegna della cultura, all’enorme seguito di fan che possiedono. Parlare di libri sui social non è un atto da demonizzare a prescindere. Ma quand’è che la lettura smette di essere uno spazio di dialogo collettivo e diventa un gesto iper individualistico? Leggere sta forse diventando l’ennesimo atto performativo e status symbol di lusso?
Non mancano in questo senso esempi di operazioni di marketing di brand di alta moda. Dior ha inventato borse griffate a tema letterario, in vendita al modico prezzo di qualche migliaia di euro. Il marchio Coach ha scritturato l’attrice Elle Fanning per lo spot pubblicitario dei suoi charms a forma di libro, del valore di circa cento sterline l’uno. Tutte trovate che sembrano assurgere il libro allo status di accessorio cool.
Il libro come estetica
Certo l’occhio vuole la sua parte, anche quando si tratta di copertine, ma il vero pregio del libro ha ben poco a che vedere con l’estetica. Da un lato l’intento di promozione della lettura, dall’altro il rischio di cadere nella superficialità di facciata e ridurre il libro a un mezzo ornamentale che ci renda chic agli occhi degli altri. Al pari di una borsa o un gioiello da sfoggiare in pubblico. Fino a dove è lecito spingersi prima di piombare nel cliché e svuotare il libro del suo primario valore?
Accade anche con alcune categorie letterarie nate di recente, come i tanto polemizzati sad girl books. Tutte etichette utili per dare un nome a nuovi sottogeneri, ma che se non vengono opportunamente spiegate rischiano di ipersemplificare e minimizzare il valore delle opere che inglobano. Sylvia Plath è l’icona delle “sad girls”, ma il suo romanzo parla di salute mentale femminile, non di quanto sia fico avere crisi esistenziali e depressive.
Leggere tanto nella cultura della performance: piacere o dovere?
Anche tra i lettori veri, la cultura della performance miete vittime. Ottimo prefiggersi obiettivi di lettura e leggere più libri possibile, finché rimane uno sprone personale stimolante. Quando diventa una competizione con gli altri e con se stessi per rincorrere un algoritmo che altrimenti ci oscura, forse è opportuno rivedere qualche priorità. La lettura dovrebbe essere un piacere, e come tale esente da scadenze e pressioni di performance, in cui la cultura odierna prova sempre ad ingabbiarci. Ci viene chiesto di fare sempre di più, mentre il libro non ci chiede nulla, se non di essere presenti.
Può essere una soluzione riappropriarsi del vero atto della lettura in privato, rivendicandone la lentezza e i diritti, come quelli che Pennac ha messo per iscritto. Il diritto di non leggere è pur sempre un diritto, e magari è anche quello più appropriato di cui avvalersi, nel momento in cui leggere diviene un requisito di stile tacitamente imposto. La lettura è ancora un territorio franco. Davvero vogliamo venderlo al mercato dell’iperesposizione narcisistica?











