Woodstock, il sogno analogico del Ferragosto 1969

Woodstock_ticket Anonymous author, Public domain, via Wikimedia Commons

Woodstock, 15, 16, 17 e 18 agosto 1969. Un raduno di quasi quattro giorni dove un mix di musica, pace e amore trasforma il sogno in un mito.

Il paragone

15 agosto oggi su un’autostrada occidentale qualsiasi, incolonnati verso le vacanze; Appartamento nel villaggio prenotato e disponibile dalle ore 14; Navigatore impostato: + 60’ di ritardo per traffico intenso; 45° Celsius; Condizionatore a palla; Borsa frigo piena di bibite e impianto stereo sulla playlist preferita; Messaggi WhatsApp per informare in almeno sei chat diverse che si sta viaggiando a passo d’uomo e per inviare le coordinate agli amici in coda poco più lontano; Fotografie del cruscotto con la temperatura che oscilla di +1/-1 rispetto alla massima giornaliera da pubblicare nelle storie di Instagram.

15 agosto 1969 sull’autostrada, la Thruway, che arriva a Bethel, NY, USA, traffico bloccato; In viaggio verso il concertone di Ferragosto; Caldo intenso; Auto e furgoni con la ventilazione a palla; Poche mappe stradali; Cartelli scritti a mano con pennarelli e appesi ai tronchi degli alberi sul ciglio della strada con le indicazioni; Radio FM underground ed emittenti pirata trasmettono la notizia di un esodo senza precedenti in cui tanti giovani si apprestano a partecipare a una esperienza gigantesca, unica al mondo, fatta di musica, amore e pace. Ma sull’autostrada non si avanza, non si arriverà mai in tempo. Così la maggior parte di loro decide di abbandonare l’auto con le chiavi ben in vista sul cruscotto e un foglio con su scritto: se ti serve, prendila, io vado al Woodstock a piedi.

La situazione stradale si aggrava e la polizia chiude la Thruway.

Cerimonia di apertura Woodstock foto del 15 August 1969
Cerimonia di apertura Woodstock foto del 15 August 1969
Foto di Mark Goff – Via Wikimedia Commons

Un TamTam efficace

Le prevendite, circa cinquantamila, pubblicizzate via radio, con il passaparola o volantini distribuiti ai concerti sono andate a ruba in pochissimo tempo. Nonostante il sold-out, moltissimi decidono di partire ugualmente. Si stima che siano in cinquecentomila a raggiungere in qualche modo il prato di destinazione.

 

Il poster di Woodstock
Il poster di Woodstock
Via Wikimedia Commons

Una tale moltitudine, oltre a paralizzare l’autostrada, manda fuori controllo la gestione stessa dell’evento. A peggiorare la situazione sopraggiungono temporali e cattivo tempo. Il fango arriva fino alle ginocchia e non c’è verso di far arrivare viveri per tutti.

Le autorità dichiarano lo stato di calamità

Nonostante tutto, appena le condizioni atmosferiche lo permettono, si ricorre anche agli elicotteri dell’esercito statunitense che lanciano panini al formaggio, coperte e medicinali sulla folla. La comunità alternativa della Hog Farm, una comune di hippie guidata da Wavy Gravy, viene ingaggiata per la sicurezza, Please Force, e si occupa gratuitamente della cucina. Usando ironia, giochi, megafoni e altoparlanti dal palco, organizzano una vera e propria catena di solidarietà analogica.

Non è difficile immaginare che in tutto questo trambusto, le famiglie di quei ragazzi, ascoltando le notizie alla TV e alla radio, vadano in panico e inizino a tempestare di telefonate la stazione di polizia mandando in tilt il centralino di White Lake/Bethel nello stato di New York.

Telefono anni sessanta in bachelite
Telefono anni sessanta in bachelite
Foto Sailko – Via Wikimedia Commons

Oggi entriamo in iperventilazione se la doppia spunta blu sulle chat di WhatsApp non appare nella frazione di secondo che segue il nostro messaggio.

Nel Ferragosto del ’69 il blackout nelle comunicazioni non lascia scampo e i pochi telefoni a gettone in città non servono a nulla.

Woodstock: musica, amore e pace

Chi è al Woodstock è lì per un’esperienza pura, lontana dall’era dei selfie su Instagram o dei video su TikTok che certificano la nostra presenza in qualche evento.

Eppure lì, nel grande prato di Bethel, si scrive la storia.

Mentre ci si immerge in un suono di protesta accade qualcosa che rimane al di là delle performance dei grandi della musica rock . La libertà spirituale di Woodstock diventa vera e propria identità culturale, sociale e globale.

Chi è presente sente la sete di pace attraverso la condivisione, l’amore libero e la musica che segna una svolta.

Joan Baez Foto Ron Kroon / Anefo Via Wikimedia commons
Joan Baez
Foto Ron Kroon / Anefo
Via Wikimedia Commons

C’è il Folk & Acoustic Rock: di Joan Baez, o quello di Richie Havens, che apre il festival al posto di altri rimasti bloccati nell’ingorgo e improvvisa la celebre Freedom. Risuona il sound di Crosby, Stills, Nash & Young, dove la musica è di protesta nuda e cruda, chitarra e voce.

Si ascolta il Blues Rock, Soul & Funk di Joe Cocker, con la sua versione di With a Little Help from My Friends dei Beatles. La chitarra di Santana  porta il rock latino ed etnico a un livello mai visto prima.

Con lo Psychedelic & Hard Rock, Jimi Hendrix è l’ultimo a salire sul palco. La sua storica e distorta reinterpretazione dell’inno americano The Star-Spangled Banner conclude il festival alle nove della mattina del 18 agosto e fa sperare che l’eco della guerra e dell’odio sia ormai lontano.

Alcuni ragazzi di Woodstock
Alcuni ragazzi di Woodstock il 18 August 1969
Foto di Ric Manning – Via Wikimedia Commons

Il lusso di Woodstock tra il fango

Il messaggio di Woodstock va oltre la svolta musicale che ha inevitabilmente segnato.

A noi ricorda un lusso che dimentichiamo di rincorrere, quello di poterci perdere per un po’.

Chissà se ora avremmo il coraggio di spegnere in coro i motori delle auto, lasciare le chiavi sul cruscotto, abbandonare gli smartphone e camminare nel fango per inseguire un sogno?

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