Chi ha detto che l’arte debba essere sempre solenne, tecnica e perfetta? Il Museum of Bad Art (MOBA) è un posto dove il kitsch, il grottesco, l’improbabile – insomma, il brutto – si celebra, si espone e si diverte. Un museo che ride dell’errore, perché anche il “brutto” può essere troppo bello per essere ignorato.

Museum of Bad Art: il motto
Il cuore filosofico del MOBA si riassume in una frase perfetta: “Art too bad to be ignored” (“Arte troppo brutta per essere ignorata”).
Questo slogan non è una provocazione, ma una vera e propria dichiarazione di intenti. Il MOBA esiste proprio perché certe opere – per quanto tecnicamente fallite – sono irresistibili, assurde, memorabili.

Dalle discariche al palcoscenico dell’“anti-museo”
Tutto inizia nel 1993, quando l’antiquario Scott Wilson trova un quadro gettato nell’immondizia: Lucy in the Field with Flowers. Il dipinto è terribile, talmente terribile che Wilson decide di non buttarlo via. Insieme all’amico Jerry Reilly, comincia a raccogliere altre opere “sfortunate”, fino a trasformare il loro collezionismo d’emergenza in un museo vero e proprio.
Nel 1994 il Museum of Bad Art vede la luce, ospitando le opere dapprima in un piccolo teatro a Dedham (Massachusetts), poi spostandosi in altri spazi (Somerville, Brookline…) secondo le varie disponibilità.
Oggi il MOBA ha sedi – fisse o temporanee – nel Massachusetts e anche a Québec, raccoglie quasi 900 pezzi (ma ne espone “solo” 50–70 per volta, per motivi di spazio) e continua a “salvare” opere che altrimenti finirebbero dimenticate o distrutte.

Museum of Bad Art: salvati dall’immondizia grazie anche all’Esercito della Salvezza
Un’aneddoto curioso: molte delle opere esposte al MOBA arrivano da donazioni non convenzionali. Alcune provengono da mercatini dell’usato, negozi di beneficienza, vendite di garage. Un numero significativo di “opere” è stato donato da organizzazioni come l’“Esercito della Salvezza” (Salvation Army), spesso quando questi pezzi erano destinati al macero o alla distruzione.
In pratica: grazie a chi ha pensato “meglio buttarla che tenerla”, il MOBA è riuscito a costruire una collezione unica di “capolavori mancati”. Un salvataggio artistico e un po’ tragicomico che ha dato nuova vita a tele e oggetti destinati all’oblio.

Come si fa a entrare nella collezione del MOBA? I severissimi criteri di selezione
Contrariamente a quanto il nome potrebbe far pensare, il Museum of Bad Art non accetta qualunque tela “brutta”. Anzi: circa 9 opere su 10 vengono scartate, perché “non sono abbastanza brutte” o “non sono abbastanza interessanti”.
Ecco i criteri principali:
- L’opera deve essere stata realizzata con intento serio e autentico: l’autore avrebbe voluto creare qualcosa di bello. Se l’opera è volutamente brutta o kitsch, non interessa.
- Non basta la mancanza di talento: l’elemento decisivo è che qualcosa sia andato storto in modo spettacolare, generando un’immagine che colpisca.
- La creazione deve essere originale, non un prodotto commerciale (es. cartoline, arte da souvenir, “Dogs Playing Poker” e simili)
- Non vengono accettati lavori “facili”: niente arte da bambini, niente pitture su velluto, niente opere di massa, niente merchandising o “decorazioni da casa”.
- Infine, un’opera ammessa non deve essere mai noiosa. Deve avere quel fascino assurdo che la rende memorabile, discutibile, irresistibile.
In parole povere: MOBA non vuole “il brutto del brutto”, ma “il brutto che non si può ignorare”. E lo fa con grande selettività.

Opere cult e esilaranti: alcuni “pezzi forti” della collezione del Museum of Bad Art
Tra le opere più celebri e amate del MOBA troviamo:
- Lucy in the Field with Flowers – la madre di tutte le “brutte meraviglie”: da un dipinto gettato nella spazzatura a icona imperdibile.
- Sunday on the pot whit George– un uomo (o almeno una figura umana) seduto sul vaso da notte: la posa solenne è quasi ridicola, e l’effetto è tragico e comico insieme.
- Juggling Dog in Hula Skirt (o “cane giocoliere con gonna hawaiana”) – un cane vestito con una gonnellina, intento in una performance enigmatica che spiazza e diverte.
- Ritratti deformi, paesaggi improbabili, nudi malriusciti, nature morte confuse, animali senza razza definita: ogni pezzo esposto è un mondo fantastico — o assurdo — a sé.
Inoltre ogni opera è accompagnata da una breve didascalia, che ne racconta la storia (artista, provenienza, “come è arrivata al MOBA”)… e spesso fa ridere più dell’opera stessa.

Il “successo della salvezza”: perché il MOBA ha conquistato il mondo
Quello che era nato come un gioco tra amici (un antiquario + un donatore di rifiuti + un paio di quadri buttati via) si è trasformato in qualcosa di serio, o meglio, seriamente divertente. E con un pubblico sempre più ampio.
- Le sedi “fisiche” si trovano a Boston (presso la Dorchester Brewing Co), e a Québec City, ma il MOBA viaggia anche con mostre itineranti e prestiti temporanei, raggiungendo ogni anno nuovi appassionati di… bruttezza.
- Non è un “museo da barzelletta”: il MOBA è considerato un’istituzione seria, con una missione ben precisa: dare spazio a opere che non avrebbero trovato posto altrove, e celebrare la creatività fallita (o semplicemente mal riuscita) con rispetto e grande ironia.
Insomma: il “successo della salvezza” non è solo nel salvare quadri destinati al macero, ma nell’aver trasformato un’idea folle in un fenomeno culturale — e divertente — a livello globale.

Perché Il Museum of Bad Art vale una visita o un “segui” online
- Per ridere — ma con gusto: molte opere sono talmente assurde da provocare una risata spontanea, ma implicano anche riflessioni sull’arte, sull’errore e su cosa significhi “essere bravi”.
- Per vedere la creatività in versione alternativa: il MOBA dimostra che l’arte non deve essere perfetta per comunicare, provocare, stupire.
- Per celebrare la diversità artistica: non è un museo snob, è un museo che accoglie chiunque abbia osato creare — anche se ha fallito.
- Perché ogni opera ha una storia: sapere che quei dipinti venivano gettati via, e ora sono esposti, dà a ciascuno di essi un fascino in più.
- Perché è un antidoto al minimalismo e all’iperstilizzazione dominante: il MOBA ha il coraggio di dire “no, grazie” al perfezionismo estetico.











