È davvero Natale per tutti?
Natale è quel periodo dell’anno che per molti inizia già da metà novembre.
Si comincia a pensare al tradizionale cenone in famiglia, si immaginano le luci e le decorazioni: usare quelle dello scorso anno o comprarne di nuove? Meglio l’albero rosso e oro o azzurro e argento?
Bambini e adulti – perché alla fine si torna tutti un po’ piccoli – pensano alla lista regali da mandare a Babbo Natale, con la speranza che anche quest’anno non arrivino i calzini di cotone caldo, sciarpa e cappello.
Ma anche fosse così, va bene, si butterà qualcosa di vecchio.
Il sapore del Natale
Natale è quel periodo in cui si passeggia per il centro della città e si vedono le vetrine brillare.
Si respira un’aria dall’odore di biscotti e cannella, si immagina il cielo terso puntinato di stelle luminose e, ad un certo punto, ci si ferma per consumare una cioccolata calda, magari con panna.
Alcuni preferiscono il tè nero di Natale con aromi di mandorla, arancia, uvetta, zucchero, anice stellato e zenzero, altri restano fedeli a un buon caffè caldo accompagnato da una pasta di meliga.
Qualunque sia la preferenza, il Natale è quel periodo in cui tutti cerchiamo di far pace con l’anno che si sta per concludere e ricaricare lo spirito di buone intenzioni.

Anche i personaggi più cattivi e cupi della letteratura e del cinema (il Grinch, Scrooge in Canto di Natale, Jack Skeleton in Nightmare before Christmas, Marley in Mamma ho perso l’aereo) nonostante cerchino di difendere, con le unghie e con i denti, da un lato il loro odioso carattere spigoloso e dall’altro la loro indole all’autoisolamento, alla fine cedono e si lasciano andare alla magia del Natale.
Gli ultimi e la realtà carceraria
Accade che però, poi, in tutto questo turbinio di luci, musica e profumi golosi, ci si debba fermare un momento a pensare e in quell’attimo di silenzio, una domanda fa capolino nella mente: è davvero Natale per tutti?
La risposta purtroppo è no.
Non si tratta di fede o religione, di povertà o ricchezza, di consumismo o risparmio, ma di quella fetta di società in una situazione di vita temporaneamente sospesa o definitivamente stravolta.
Sono gli ultimi e tra questi ultimi, nello specifico, pensiamo a chi vive dietro le sbarre, in celle piccole, fredde e senza nessuna possibilità di “sentire” il Natale, come sopra brevemente descritto.
Gli ultimi, i carcerati, sono persone, per la maggior parte, che hanno commesso un errore.
Un errore, o più di uno, che li ha portati alla condizione di privazione della libertà.
Una condizione necessaria, in conseguenza a una sentenza di condanna emessa dal giudice.
Una condanna alla pena detentiva, che non permette più di essere padroni delle proprie scelte: ora è il sistema, la legge sull’ordinamento penitenziario e il regolamento interno dell’istituto che definisce come la persona ristretta debba vivere durante il suo periodo di detenzione.

Il tempo, il fulcro della nostra esistenza
Il tempo è una successione di eventi, una grandezza fisica, una durata, uno scorrere di minuti, ore.
Comunque lo si voglia definire, il tempo è il fulcro attorno al quale gira tutta la nostra esistenza.
Il tempo in carcere è capovolto. La percezione di esso è totalmente diversa da quella che tutti diamo per scontata.
In che modo? I giorni feriali passano scanditi dalle regole vigenti: le celle si aprono e si chiudono in precisi orari, i pasti possono essere consumati in determinate fasce orarie, i colloqui devono essere prenotati e programmati, le telefonate durano per un massimo di dieci minuti e non sempre si riescono a fare tutte le settimane.

I weekend e le festività? Per chi vive il carcere sono momenti congelati nel tempo, immobili.
Il penitenziario si svuota, il personale è ridotto, i funzionari e gli esperti non lavorano sabato e domenica, spunta forse qualche volontario che deve terminare delle attività: tutto è fermo.
Una prigione nella prigione
Molti detenuti intervistati confermano che il fine settimana, i periodi di vacanza, le feste, sono per loro i momenti peggiori.
Le ore passano lente, le attività interne sono sospese e chi non ha un lavoro, perché non ancora entrato nei termini, si sente in una bolla.
La lettura e lo studio per alcuni sono un modo per superare più velocemente queste giornate.

I momenti di riposo tanto desiderati da chi è libero, utili a “ricaricare le batterie” dopo una settimana pesante, sono per alcuni una sorta di prigione nella prigione.
Ma se solo due giorni alla settimana possono essere così alienanti, allora come si vive il Natale in una condizione di totale privazione della libertà?
Chi ha figli e famiglia all’esterno può godere dei piccoli momenti, durante l’ora di colloquio, in cui si scambiano parole o un abbraccio, se consentito; qualcuno può uscire in permesso premio, ma sempre con il pensiero che poi dovrà lasciare tutti per tornare nel grigio della cella.
Altri riescono a risparmiare qualcosa di quel che guadagnano attraverso le loro attività lavorative e mandano un vaglia ai famigliari.
I regali sono di difficile gestione perché ogni cosa che entra o esce dal carcere è, giustamente, controllata. Non vi è libertà nello spedire particolari doni a chi vive dentro.
Così, anche chi è libero deve attenersi alle regole restrittive dell’istituzione penitenziaria e limitare le sue possibilità di scelta.
Sì perché la condanna alla detenzione alla fine coinvolge chiunque sia vicino a chi deve scontarla.

È davvero Natale per tutti?
Così, tornando a quella domanda che ci si è posti all’inizio, assaporando una tazza di tè o cioccolata, durante un pranzo in famiglia o specchiandosi negli occhi di un bambino che scarta il suo regalo, risulta chiaro che il dono più grande è la libertà.
Essere liberi permette di compiere ogni singolo gesto della propria quotidianità e gestire il tempo in autonomia.
Dall’altra parte del muro, invece, le feste amplificano le mancanze e ciò che resta sono solo i ricordi.
Il Natale dunque, per chi vive dentro, diventa anche un momento di riflessione su quanto ogni attimo della vita non sia scontato.
Il tempo delle feste scorre come un’attesa in cui ci si interroga sul senso della pena e arrivando a comprendere che la libertà persa, per aver scelto di commettere un errore, è un valore senza prezzo.











