27 gennaio, giorno della memoria. Criminal profiling di un genocidio

Il 27 gennaio, giorno della memoria.
Un giorno per ricordare, istituito dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Un momento di riflessione, che vuole riportare alla memoria un pezzo di storia tristemente violento della seconda Guerra Mondiale.

La Marcia della morte

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa (truppe sovietiche, fronte ucraino) entrava nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau per liberare gli ultimi prigionieri e rivelare le atrocità perpetrate per anni nel campo stesso.
Perché “ultimi”? Pochi giorni prima gli ufficiali nazisti responsabili avevano deciso di abbandonare il luogo e portare con sé i prigionieri ancora in grado di camminare.
Lungo la strada molti di questi morirono di stenti e freddo, nella cosiddetta marcia della morte (Todesmärsche).

Todesmärsche – pubblico dominio

Non solo ebrei ma anche omosessuali, testimoni di Geova, civili, rom e persone fragili sono state vittime del potere oppressivo nazista.
La morte e lo sterminio erano stati pensati e attuati come uniche soluzioni per l’eliminazione di razze inferiori.
L’eugenetica, ideologia usata dai nazisti per raggiungere la perfezione biologica del popolo, attraverso pratiche atroci, come gli esperimenti su bambini e adulti operati dal medico Mengele.

Si aggiungeva una malattia interiore, quella dell’abbandono. Non si riconosceva più un motivo per andare avanti e così molti si lasciavano andare ormai consapevoli che non ci sarebbe stato alcun futuro.

Birkenau – cr.Pixabay

I luoghi della Shoah e l’olocausto

Il 27 gennaio è il giorno della memoria anche per ricordare i luoghi della Shoah.
Già prima di Auschwitz erano stati liberati altri campi, di cui meno si parla, ma che hanno contributo alla Shoah, il genocidio del popolo ebraico.

Chełmno: era un luogo di morte in cui i prigionieri arrivavano terrorizzati e non avevano tempo di capire cosa stesse accadendo. Venivano condotti direttamente all’interno di furgoni e autobus riadattati per un unico fine, quello per cui non sarebbero più usciti da quei veicoli se non come corpi senza vita.
Il gas di scarico dei mezzi defluiva all’interno del cassone attraverso il riposizionamento di tubi per agevolare la dispersione del monossido e raggiungere velocemente l’obiettivo, ovvero la morte per asfissia delle vittime.

Bełżec, Sobidor, Treblinka: il primo dei tre, attivato nel 1942, ha fatto da esempio per i successivi.
Erano stati progettati specificamente per collaudare le camere a gas fisse, locali attrezzati e abbastanza capienti da contenere un buon numero di persone e massimizzare la resa.
Una volta chiuse le porte, veniva, anche qui, liberato il monossido di carbonio e successivamente i corpi senza vita erano sepolti in profonde fosse: uomini, donne e bambini, nessuno escluso.

Mittelbau Dora: un altro campo di concentramento, forse meno conosciuto, ma noto per la lavorazione di materiali finalizzati alla produzione di missili A4.
Il tipo di attività svolta era molto pesante e se si pensa che potesse essere un luogo di prigionia solo per uomini, non è così. Anche le donne venivano deportate qui come forza lavoro.
Lo sfinimento e la morte erano principalmente dovute alla mancanza di cibo.
I prigionieri venivano affamati. Il loro unico fine, imposto dai nazisti, era quello di produrre velocemente e in grandi quantità arsenali di guerra.

Il “progetto pilota” della morte

Dachau: il primo tra i campi di concentramento che è servito come “progetto pilotae aperto nel 1933.
Qui soldati e ufficiali nazisti imparavano a uccidere e torturare i prigionieri.
Era un campo di lavoro forzato e di sterminio, voluto da Himmler, criminale di guerra – solo secondo a Göring nella gerarchia del Reich – figura che viene anche ricordata come il promotore della soluzione finale della questione ebraica, che ha dato il via all’olocausto.
Il lager di Dachau è rimasto in funzione per tutto il periodo dello sterminio, per dodici lunghi anni.
In questo tempo si sono contate migliaia di morti, avvenute in camere a gas, forni crematori, torture atroci ed esperimenti medici su esseri umani.

Dachau – cc Pixabay

I Giusti tra le Nazioni

I Giusti tra le Nazioni, un appellativo singolare per coloro, non ebrei, che coraggiosamente, durante gli anni drammatici della seconda guerra mondiale, hanno deciso di agire in modo diametralmente opposto.
Il 27 gennaio è il giorno della memoria anche per chi ha preferito la vita alla morte.
Sono persone che hanno rischiato la loro vita per aiutare e salvarne altre.
Sono coloro che, per dovere morale e amore per il prossimo, hanno deciso di attuare strategie per proteggere e nascondere molti ebrei dai loro carnefici.
Si contano decine di migliaia di Giusti, tra cui diversi italiani.

Il Talmud, testo sacro

I nomi dei Giusti sono pervenuti da chi è sopravvissuto all’olocausto, che ha potuto rendere note le loro generalità e da documenti di attendibilità certa.
Da dove deriva il termine Giusti? Dal Talmud, un testo fondamentale per il popolo ebraico in cui sono raccolti insegnamenti, studi e discussioni. Considerato come una trasmissione orale della Torah.
Un precetto rilevante che troviamo nel Talmud è quello per cui “chi salva una vita (un ebreo), salva il mondo”.
Un insegnamento alla base del rispetto della vita umana, di quello che è il messaggio di Dio al suo popolo.

Talmud di Babilonia, pubblico dominio

Ecco che i Giusti tra le Nazioni si distinguono per il coraggio dimostrato e dal 1962 viene riconosciuta loro l’onorificenza dall’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah, lo Yad Vashem.

Alcuni tra i nomi che ritroviamo nell’elenco, sono persone conosciute e note ai più grazie alla storia studiata, allo sport e al cinema: Gino Bartali, Giorgio Perlasca, Oskar Schindler, Irena Sendler e moltissime altre valorose personalità.

Psicologia dei criminali nazisti

Ancora oggi ci interroghiamo sul perché si sia realizzato tanto orrore. Non si può dimenticare.
Non si possono dimenticare i video e le foto dell’epoca ritraenti persone al limite della magrezza, coperte solo da tute a strisce sottili, sfinite e distrutte.
Bambini, anziani, uomini e donne costretti a lavori disumanizzanti, consumati da dentro, affamati e brutalmente uccisi.
Già Primo Levi nei suoi scritti si era interrogato sul tema e la risposta, oggi come allora, è ardua da trovare.

Processo Norimberga, pubblico dominio

Nazisti, poi condannati come criminali di guerra, sono stati ascoltati durante il processo di Norimberga e le loro parole sono divenute oggetto di analisi psicologica, psichiatrica per provare a dare una risposta a tutto questo.
Non è semplice arrivare ad argomentare tale modus operandi, ma ci si può attenere alle conclusioni di professionisti inviati appositamente in carcere per interrogare i protagonisti di questo massacro.
Le personalità di ufficiali e militari nazisti erano evidentemente malate e compromesse.

Cosa si intende con compromissione? Una conseguenza da indottrinamenti e forti pressioni psicologiche esterne che hanno plasmato facilmente la mente dei carnefici nazisti, portandoli al risultato voluto.
È certo che tali personaggi fossero di base dei deboli, egocentrici e carichi di un’autostima erosa da messaggi indotti distorti e distruttivi.

I “dialoghi” nel processo di Norimberga

Gustave Mark Gilbert, il più importante psicologo statunitense che ha studiato la psicologia nazista, ebbe l’occasione di incontrare Hermann Göring durante il processo di Norimberga.
Scrisse il libro “Nuremberg Diary”, in cui sono raccolti i loro dialoghi, dove traspare la psicopatia del soggetto e la sua incapacità a riconoscere la responsabilità delle sue azioni.
Nei dialoghi lo stesso Göring ammette che è facile essere trascinati dalla politica e da ciò che i leader trasmettono come vero e inconfutabile.
La libertà di pensiero, la democrazia è nulla di fronte a una dittatura che presenta come unica verità quella di un popolo che sta per essere attaccato da una forza esterna pericolosa e i pacifisti con la loro condotta non interventista “mettono in pericolo il Paese”(tratto da Nuremberg Diary).

Hermann Göring, pubblico dominio

Nonostante gli interessanti spunti di riflessioni che ci trasmetto questi scritti, ancora oggi non è chiaro fino in fondo perché l’odio verso gli ebrei sia stato così forte, da indurre a uno sterminio di tale portata.

Hitler e Himmler, personalità devianti

Le altre due personalità di spicco, tra i molti carnefici che questo triste pezzo di storia si porta dietro, sono certamente Adolf Hitler e Heinrich Himmler.
Entrambi osservati e studiati da sempre per la loro personalità malvagia e malata.

Hitler e ufficiali nazisti, pubblico dominio

Di Hitler non abbiamo a disposizione relazioni psicologiche dirette, ma osservando e studiando la persona a posteriori si possono notare tratti tipici di una personalità sadica che amava tenere gli altri sotto il proprio potere attraverso la violenza. Godeva della sofferenza altrui, fino ad arrivare a procurarne la morte.
Era spinto dall’odio verso il prossimo, probabilmente per cause intrinseche dovute a una poca accettazione di sé, in che termini? Era certamente un debole, il suo voler apparire un leader, l’essere magnetico e trascinare gli altri, nascondeva un uomo che non accettava i fallimenti occorsi nella sua vita.
A questo si aggiungeva un trascorso famigliare non felice, costellato da violenza pre e post nascita.

Heinrich Himmler era a capo delle SS, sadico e proveniente da una famiglia poco incline alle manifestazioni di affetto, con nessuna ambizione. L’invidia e la poca stima di sé erano gli insegnamenti che quotidianamente riceveva.
Himmler cresce dunque senza un preciso obiettivo e, allo stesso tempo, con una personalità debole e facilmente influenzabile.
La sua inclinazione a farsi plasmare dal più forte lo porta ad essere completamente assorbito dalla malata visione del Führer. Come già ricordato, è solo secondo a Göring e tanto basta per comprendere come il suo indirizzo comportamentale potesse essere accostabile a quello dei suoi diretti superiori: umiliazione del più debole, annichilimento e morte.

Gerarchi nazisti: potere e sadismo

Il fattore comune dunque di questi criminali nazisti è certamente la brama di potere e il sadismo.
Due aspetti che vanno di pari passo perché il sadico è colui che prova piacere nel provocare dolore ad altri, nell’infliggerlo e nell’osservare la sofferenza causata per una condotta personale propria o altrui.
Infatti, se pensiamo alla manipolazione psicologica che Hitler era riuscito a perpetrare sui suoi seguaci, ben arriviamo a comprendere come chi ricopriva un ruolo importante nella gerarchia del Reich, fosse stato scelto tra le personalità più assoggettabili e deboli.
Deboli quanto lo stesso Hitler, che mai avrebbe potuto circondarsi di persone carismatiche e forti.

Un disturbo criminale

Le azioni degli ufficiali e gerarchi nazisti come Himmler, Göring, Goebbels, Heydrich, Eichmann, Mengele e molti altri, fanno pensare a un disturbo mentale e parafiliaco quale quello del sadismo.
Questo tipo di devianza si riscontra nella volontà di provocare dolore, infliggere punizioni, usare altri esseri umani per scopi sperimentali e sottoporli a torture, di cui venivano documentati spesso i risultati o tenuti archivi fotografici.
Si denota oltretutto una notevole mancanza di empatia, che li conduceva a elevarsi a detentori del potere sulla vita altrui, sulla scelta di chi doveva vivere o morire.

Il sadismo nazista è di tipo criminale, non necessariamente quindi finalizzato a un comportamento che conduce a un soddisfacimento sessuale. Il sadismo criminale si scatena parallelamente ad altre disfunzioni psichiche quali disturbo antisociale di personalità e un forte narcisismo maligno.
Come è noto questo tipo di disturbo è diretta conseguenza di traumi sofferti in giovane età e la storia famigliare di molti dei gerarchi ci racconta un’infanzia infelice e violenta.
La marcata esigenza di voler torturare, sfinire, disumanizzare e uccidere coloro che non erano considerati degni, è indice di tutto ciò. Una psicopatologia che è quasi sempre presente in dittature a regime totalitario distruttivo.

Nulla può giustificare le loro azioni, ma dal loro vissuto malato, e mai curato, si può arrivare a comprendere meglio come sia stato possibile causare facilmente tanto dolore e morte, sentendosi forti e spalleggiati l’un l’altro.

Il ricordo delle vittime

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. Così ricordiamo i milioni di esseri umani sterminati, nella speranza che nessuno mai dimentichi.
Parlarne è difficile, doloroso e a tratti inconcepibile. Si è di fronte alla crudeltà umana più estrema e attraverso queste azioni ci si rende conto a dove possa arrivare l’odio per il prossimo.
Se ci si interroga sul motivo di tanta crudeltà, non si trova una risposta completa e ancora oggi si è testimoni di atti distruttivi e stermini di interi popoli.
La storia deve insegnare non solo che alcuni fatti sono avvenuti, ma che determinati eventi non devono ripetersi.
La speranza è che ogni anno ricordando il genocidio del popolo ebraico – un pezzo vergognoso della storia occidentale – si possa imparare il rispetto verso ogni essere vivente.
Siamo ancora lontani dal risultato, ma è doveroso continuare a ricordare le vittime dell’olocausto.


Olocausto, targa alle vittime Siena, pubblico dominio


Lastra lato binario 21, pubblico dominio

Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea

Muro dei nomi – Memoriale della Shoah di Milano

Museo commemorativo dell’Olocausto degli Stati Uniti

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