Olimpiadi invernali, il freddo che ci scalda: riflessioni ai piedi della pista
C’è qualcosa di profondamente assurdo e insieme bellissimo nel vedere una donna e un uomo lanciarsi giù da una montagna di ghiaccio con due pezzi di legno ai piedi. È un po’ come la vita, no? Ci prepariamo per anni, curiamo ogni dettaglio, stringiamo i lacci degli scarponi finché non sentiamo più le dita, e poi… poi c’è la gravità. E dobbiamo solo decidere come assecondarla senza romperci le ossa.
Le Olimpiadi Invernali non sono solo sport. Sono uno stato d’animo. Quel vapore che esce dalla bocca quando proviamo a dire qualcosa di importante e il gelo lo tronca a metà. Il rumore delle lamine che grattano la neve dura, un suono che somiglia terribilmente a quello di certi cuori quando provano a ripartire dopo una caduta.
Olimpiadi invernali e l’estetica dello sforzo
Guardiamo questi atleti e pensiamo che siano superdonne e superuomini. Ma se li guardiamo bene, negli occhi, ci troveremo la stessa identica paura che abbiamo noi quando dobbiamo affrontare un lunedì mattina particolarmente grigio. Solo che loro la mascherano con una tuta aerodinamica. Pensiamo, ad esempio, a alcune discipline:
Il Curler. Spazzola il ghiaccio con la foga di chi vuole cancellare gli errori del passato. È precisione millimetrica in un mondo che scivola via.
Il Discesista: Un patto col diavolo firmato a 130 all’ora. Lì non si pensa a vincere, si pensa a restare interi.
Il Pattinatore di Figura. L’eleganza di chi danza sul filo di un rasoio, letteralmente. Cade, si rialza, sorride. Soprattutto, sorride. Perché il trucco è tutto lì: non far vedere quanto brucia il ghiaccio sulla pelle.

Un equilibrio precario su superfici scivolose
Forse seguiamo i Giochi delle Olimpiadi invernali perché abbiamo bisogno di sentire che il freddo si può battere. Che non è solo una questione di medaglie di metallo, ma di quel calore che sale nel petto quando vediamo qualcuno che ce la fa.
O anche quando vediamo qualcuno che arriva: ultimo, ma arriva.
In fondo, siamo tutti un po’ atleti olimpici della domenica. Cerchiamo di stare in equilibrio su superfici scivolose, sperando che i giudici, che poi siamo noi stessi, i critici più severi, ci assegnino un voto decente.
”Le Olimpiadi sono il tentativo dell’uomo di dare un ordine al caos bianco. Un modo per dirsi: ‘Ehi, guarda come so cadere con stile’.”
Siamo più bob più sciatori?
Ci sentiamo più come un bob che corre su binari già tracciati o come uno sciatore di fondo che deve inventarsi la strada ogni chilometro?
Non c’è una risposta giusta L’importante è che, tra un fiocco di neve e l’altro, si riesca ancora a sentire il battito del nostro cuore che accelera.
La solitudine del salto
Proviamo a guardare negli occhi un saltatore con gli sci un attimo prima che si dia la spinta, in quel momento, in quel preciso istante, non c’è il pubblico, non ci sono le telecamere e nessun commento. C’è solo un uomo, o una donna, e un vuoto che urla in faccia.
È un po’ come quando si deve prendere una decisione che cambierà tutto. Siamo lì, sul ciglio, e sappiamo che una volta partiti non si può tornare indietro. Ed ecco, nascosto in quel gesto, troveremo l‘insegnamento che il salto con gli sci ci vuole donare: a volte, l’unico modo per non cadere è avere il coraggio di volare. Anche se si sa che, prima o poi, la terra verrà a cercarci.
Le Olimpiadi invernali e il tempo che non esiste
Pensiamo al Biathlon: sappiamo lo sforzo mentale ci vuole? Correre come un matto nella neve, col cuore che batte nelle orecchie come un tamburo di guerra, e poi… stop. Bisogna fermarsi. Calmare il respiro, rallentare i battiti, diventare un sasso.
Cinque bersagli. Cinque buchi neri. Se si sbaglia si paga.
È la metafora perfetta di certe nostre giornate: corriamo tutto il tempo a perdifiato e poi la vita ci chiede di essere lucidi, calmi, precisi. Ci chiede di fare centro proprio quando tremiamo di più.

La bellezza di chi arriva dopo
E poi…soffermiamoci su quelli che non vinceranno mai. Quelli che vengono da paesi dove la neve non sanno nemmeno che sapore abbia, ma che sono lì, alle Olimpiadi, perché hanno inseguito un sogno più grande di loro. Arrivano ultimi. Spesso con distacchi che si misurano in minuti, non in decimi.
Ma il loro sorriso sotto il traguardo è lo stesso di chi ha l’oro al collo. Perché si sa…vincere è un fatto di classifica Esserci è un fatto di destino.
Ci dimentichiamo troppo spesso che la medaglia più pesante è quella che portiamo dentro, fatta di tutte le volte che abbiamo detto “ci provo” nonostante il mondo ci ridesse in faccia. Così…le Olimpiadi invernali ci dicono che il ghiaccio non è solo freddo. È uno specchio. Ci riflette mentre cerchiamo di stare in piedi, mentre scivoliamo, mentre troviamo la forza di dare un’altra spinta, anche se le gambe bruciano e i polmoni sembrano pieni di aghi di pino.

Pausa Caffè…
Ora, proprio mentre guardiamo le Olimpiadi invernali, prendiamoci un caffè, forse un po’ più lungo del normale. Perché per parlare di certi campioni bisogna avere il tempo di guardare oltre il cronometro.
Abbiamo presente quando pensiamo che la vita ce l’abbia con noi? Quando ogni volta che proviamo a rialzarci sembra che qualcuno arrivi a farci lo sgambetto? Ecco, se guardiamo le Olimpiadi invernali, troviamo persone che hanno trasformato quel “vaffa” alla vita in una discesa libera.
La gamba di Sofia e il cuore di tutti
Prendiamo Sofia Goggia. Lei è la definizione vivente di quel “come stai?” detto a denti stretti quando tutto si ferma, anche il tempo, e diventa paura. Ventitré giorni prima di Pechino 2022 il ginocchio da “crack” e sembea un “crack” totale, per chiunque altro un verdetto definitivo: “Ok, ci vediamo tra quattro anni”.Per lei no. Per lei è diventato un “mettiamoci a lavorare nel silenzio, oltre quel dolore che ti morde le ossa”.
È scesa in pista che quasi non riusciva a camminare, ma sugli sci… sugli sci era pura poesia rabbiosa.
Ha vinto l’argento, ma quella medaglia brillava di una luce che l’oro si sogna. Perché non era una medaglia alla velocità, era una medaglia alla testardaggine. Quella bella, quella che fa dire: “Io non mi arrendo”.

Il volo interrotto e ripreso
La mente vola ad Arianna Fontana. Lei sul ghiaccio sembra un soffio, ma ha la forza di un uragano. Ha iniziato che era una bimba e, medaglia dopo medaglia, è diventata l’italiana più vincente di sempre.
Ma non sono i metalli il punto. Il punto è come ha gestito le tempeste fuori dalla pista, le incomprensioni, i momenti in cui sembrava che il mondo volesse spingerla fuori traiettoria. Lei ha stretto i pattini ed è andata avanti. Più veloce, ancora più veloce…scivolando via.

Olimpiadi invernali, la lezione del ghiaccio
Questi atleti ci insegnano che la resilienza non è solo resistere. È saper cambiare forma rimanendo se stessi, proprio come l’acqua che diventa ghiaccio per permetterci di scivolare. Questo “vivere” passa attraverso i tre cardini della vita:
• Il cadere. Fa parte del gioco. Se non cadiamo, vuol dire che non stiamo spingendo abbastanza.
• Il freddo. Non è un nemico, è l’ambiente che costringe a cercare il calore dentro di noi.
• Il traguardo. A volte non è un podio, ma il semplice fatto di aver tagliato quella linea quando tutti pensavano di no.
E noi? C’è stato un momento nella nostra vita in cui abbiamo dovuto “sciolinare” bene gli sci per affrontare una salita o una discesa che sembrava impossibile?











