Anime therapy: anime e manga in aiuto alla psicologia

psicologa e paziente in una seduta a casa

Si tende spesso a considerare gli anime solo come cartoni animati, uno svago, un modo per evadere dalla realtà. Tuttavia, sotto la maschera di contenuto per bambini, bambine e adolescenti, c’è un mondo molto più ricco e profondo. Temi come bullismo, violenza, identità, esteriorità ed inclusione emergono in numerose opere, offrendo spunti di riflessione anche sul piano psicologico. Infatti, diversi studi, portati avanti dal lontano 2008, dimostrano che leggere o guardare manga o anime è un ottimo strumento per elaborare le emozioni.

Abbiamo chiesto ad Eleonora Truccero, psicologa specializzanda in psicoterapia sistemico razionale, come utilizza anime e manga nelle sedute con adolescenti e giovani adulti.

psicologa Eleonora Truccero
Foto courtesy by E. Truccero

Gli anime non sono solo intrattenimento: per molti ragazzi rappresentano uno specchio, un rifugio e a volte persino un modo per capire meglio sé stessi. Dal tuo punto di vista clinico, quali benefici possono apportare alla crescita personale, alla gestione delle emozioni e alla costruzione dell’identità?

Dal punto di vista clinico come psicologa penso che gli anime, i manga possono rappresentare uno spazio molto significativo, soprattutto in adolescenza, dove tendo ad utilizzarli moltissimo. Non sono solo intrattenimento, ma veri e propri contenitori di emozioni o simboli. Offrono alle persone la possibilità di proiettare parti di sé nei personaggi, di riconoscersi in conflitti interni e di dare forma a emozioni che spesso non trovano ancora parole se orientati correttamente dal terapeuta.

Molti anime lavorano su temi come l’identità, il senso di appartenenza, il fallimento, il rifiuto, la rabbia, il desiderio di riconoscimento fino ad arrivare anche agli abusi. In questo senso diventano uno “specchio emotivo” ma anche un luogo sicuro in cui esplorarsi senza essere esposti direttamente. Possono facilitare processi di mentalizzazione: aiutano cioè a pensare le emozioni, a nominarle, a tollerarle. Quando vengono integrati e non usati in modo esclusivo o evitante, possono sostenere la costruzione dell’identità e una maggiore consapevolezza emotiva.

C’è un momento in cui Naruto affronta il suo lato oscuro davanti alla cascata della verità -in Naruto Shippuden dall’episodio 243 al 245- sceglie davvero di accettarsi e fare pace con quella parte di sé combattere il suo lato oscuro e accoglierlo. Ti è mai capitato di utilizzare scene simili durante le sedute terapeutiche? Quanto possono essere efficaci questi strumenti narrativi?

Sì, capita spesso di utilizzare riferimenti narrativi, inclusi anime, all’interno del lavoro terapeutico, soprattutto con adolescenti e giovani adulti. Non tanto come “strumento tecnico” in senso rigido, ma come linguaggio condiviso poiché sono una fervida amante di ciò nel mio privato. La scena che citi di Naruto è molto interessane perché rappresenta in modo estremamente chiaro un passaggio centrale in psicoterapia: il confronto con le parti rifiutate di sé. L’idea che il “lato oscuro” non vada distrutto ma riconosciuto.

immagine di Naruto davanti ad una cascata
Foto by IA chatGPT

Queste narrazioni funzionano perché rendono visibile qualcosa che altrimenti è interno e spesso difficile da pensare in senso stretto: il paziente può parlare di Naruto, ma in realtà sta parlando di sé. Questo abbassa le difese e rende possibile un contatto più autentico con contenuti emotivi complessi insieme al terapeuta. La loro efficacia dipende molto da come vengono utilizzate: non è la scena in sé a essere terapeutica, ma il modo in cui viene agganciata all’esperienza soggettiva della persona.

Nel tuo lavoro ti sarai confrontata con giovani che affrontano difficoltà relazionali, gestione delle emozioni, conflitti, ma anche problematiche più complesse come il bullismo che può sfociare in induzione al suicidio come le recenti cronache raccontano. Esistono anime che ritieni particolarmente utili per affrontare questi temi con adolescenti e giovani adulti?

Sì, esistono diversi anime che possono essere particolarmente utili per aprire riflessioni su temi complessi con adolescenti e giovani adulti. Ad esempio: Your name parla di emozioni, riconoscimento dell’altro e imparare a costruire legami nell’attesa. Violet Evergarden parla assolutamente di alfabetizzazione emotiva. Naruto Shippuden: trauma, resilienza e bisogno di riconoscimento. A silente Voice parla del bullismo e la colpa. Gachiakuta esclusione e stigma, rabbia, identità e abusi. Alcune opere lavorano in modo molto diretto altre più leggero.

your name anime con personaggi che guardano il tramonto
Foto by IA chatGPT

Quello che li rende utili non è tanto il contenuto “educativo”, ma la capacità di rappresentare in modo autentico e non semplificato il vissuto emotivo. Le persone spesso si sentono visti in queste storie, e questo può aprire uno spazio di parola che altrimenti rimarrebbe chiuso. In terapia, possono diventare un punto di aggancio: partire da una storia permette di avvicinarsi gradualmente a esperienze personali anche molto dolorose, senza forzature.

Un caso interessante è quello di Francesco Pantò, giovane psichiatra italiano che opera in Giappone con ragazzi che vivono in isolamento sociale, utilizzando una metodologia chiamata “anime therapy”. Pensi che questo approccio possa trovare spazio anche nel contesto sanitario italiano? E se sì, cosa servirebbe per renderlo accessibile?

L’idea dell’“anime therapy” è interessante perché riconosce qualcosa che in realtà accade già spontaneamente: nel contesto italiano potrebbe avere spazio, ma con alcune attenzioni. Più che strutturare un metodo rigido, credo sia importante mantenere una certa flessibilità clinica. Non tutti i pazienti risuonano con questo linguaggio, e non deve diventare una tecnica standardizzata.

Per renderlo accessibile, sarebbe utile formare i professionisti a un uso consapevole dei materiali narrativi: non tanto conoscere gli anime in sé (cosa che viene secondo me dall’amore e hobbisti per questo mondo come nel mio caso) ma saperli utilizzare come strumenti di ascolto e comprensione.

Inoltre, potrebbe essere interessante integrare questo approccio in contesti gruppali o educativi, dove il linguaggio condiviso facilita il confronto. Il rischio, altrimenti, è quello di banalizzare “strumentalizzare” contenuti che invece funzionano proprio perché sono vissuti come autentici e spontanei dai ragazzi.

Oggi esistono numerosi studi e pubblicazioni che esplorano il ruolo di manga e anime nella sensibilizzazione sociale e nel supporto psicologico. Ci sono opere, libri o riferimenti che consiglieresti a genitori o lettori e lettrici per approfondire questi temi e creare una connessione emotiva più forte con gli adolescenti?

Esistono diverse opere che possono aiutare genitori e colleghi a comprendere meglio il mondo emotivo degli adolescenti attraverso il linguaggio degli anime e dei manga. Consiglio tutto ciò che riguarda lo studio ghibli essendo meno “lungo” e più digeribile per chi si approccia a questo mondo.

My Neighbor Totoro: infanzia, attesa, paura della perdita molto delicato, utile anche con genitori;

Kiki’s Delivery Service: autonomia, crisi di fiducia, crescita perfetto per parlare di adolescenti. Lutto, perdita, emozioni profonde;

Grave of the Fireflies: trauma, perdita, sopravvivenza molto intenso, da usare con cautela ma potentissimo;

The Boy and the Heron: elaborazione del lutto, mondo interno, trasformazione molto simbolico, adatto anche a colleghi. Identità, crescita, relazione con sé;

Spirited Away: identità, separazione, attraversamento metafora terapeutica quasi perfetta.

Howl’s Moving Castle: immagine di sé, trasformazione, amore e vulnerabilità. Relazione, natura, regolazione emotiva;

Princess Mononoke: conflitto, aggressività, integrazione degli opposti.

Ponyo: attaccamento, relazione primaria, sicurezza.

famiglia che guarda la tv
Foto by IA chatGPT

Guardarli insieme ai ragazzi, o lasciare loro la scelta di ciò che più li aggrada permette di conoscerli, può diventare un modo per entrare nel loro mondo senza giudicarlo. Più in generale, suggerirei agli adulti di avvicinarsi a questi contenuti con curiosità, non con intento educativo diretto lasciando scegliere a chi accompagna Il punto non è usare gli anime per “insegnare qualcosa”, ma per creare un ponte emotivo. Quando un ragazzo si sente riconosciuto nei suoi interessi, è più facile che si apra anche su ciò che prova.

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