Sinestesia, quando le parole hanno un colore. Da Carducci a Nabokov a Rimbaud

Cassandra Miller Synesthesia Abstract Art

Un silenzio può essere verde? Per Giosuè Carducci, almeno sulla pagina, sì. Alla fine del sonetto Il bove compare uno dei versi più curiosi e ricordati della poesia italiana: «il divino del pian silenzio verde». Il silenzio appartiene all’udito, il verde alla vista. Due sensi diversi finiscono dentro la stessa immagine. È una sinestesia.

E Carducci non è certo l’unico. Secoli prima Dante aveva scritto nell’Inferno «là dove ’l sol tace» e «luogo d’ogni luce muto». Petrarca parlava di «chiare, fresche et dolci acque». La sinestesia attraversa buona parte della storia della letteratura italiana.

Ma esistono davvero persone per le quali una lettera può essere realmente rossa, il numero cinque può avere sempre lo stesso colore e una parola può provocare automaticamente una sensazione di gusto. Non è più soltanto una figura retorica.

Sinestesia, quando una lettera è davvero colorata

Con la parola sinestesia si indicano infatti due fenomeni diversi. In letteratura è il procedimento che accosta percezioni appartenenti a sensi differenti: un colore “caldo”, una voce “ruvida”, un profumo “dolce”.

Nel campo della percezione, invece, la sinestesia è un fenomeno nel quale uno stimolo provoca automaticamente un’esperienza ulteriore appartenente a un’altra modalità sensoriale o cognitiva. Una persona può ascoltare un suono e percepire contemporaneamente un colore oppure osservare una lettera e associarla invariabilmente a una tonalità precisa.

Una delle forme più note è la sinestesia grafema-colore. Per chi la sperimenta lettere e numeri possiedono colori specifici. La A potrebbe essere rossa, il 4 blu, la S gialla. E non si tratta semplicemente di decidere che “il rosso ricorda la A”. L’associazione tende a essere automatica e stabile nel tempo.

Uno studio condotto su un ampio campione e pubblicato sulla rivista Perception ha stimato che diverse forme di sinestesia interessino circa il 4,4% della popolazione esaminata, mentre la forma grafema-colore riguarderebbe circa l’1%.

sinestesia due donne che parlano tra colori rossi e neri

Nabokov aveva un alfabeto tutto suo

Uno dei casi più affascinanti nella storia della letteratura è quello di Vladimir Nabokov. L’autore di Lolita racconta la propria sinestesia nella sua autobiografia Speak, Memory. Per lui le lettere possiedono colori precisi.

Non solo. Lo stesso suono poteva assumere tonalità differenti a seconda della lingua nella quale veniva pronunciato. Nabokov, cresciuto fra russo, inglese e francese, descrive così una sorta di alfabeto cromatico personale.

C’è un episodio ancora più curioso. Da bambino riceve una scatola di lettere colorate e rimane infastidito perché quasi nessuna aveva il colore che, secondo lui, avrebbe dovuto avere. Raccontandolo alla madre scoprq che anche lei associa colori alle lettere, ma non necessariamente gli stessi.

È un dettaglio che permette di capire un aspetto fondamentale della sinestesia: le associazioni possono essere estremamente personali. La A di una persona non deve essere dello stesso colore della A di un’altra.

Vladimir_Nabokov_1973 sinestesia
Vladimir_Nabokov_1973 immagine pubblico dominio

E Rimbaud? La A era davvero nera?

A questo punto è quasi inevitabile pensare a una delle poesie più celebri del Simbolismo. Nel sonetto Voyelles, Arthur Rimbaud assegna un colore alle vocali: A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu.

È uno dei testi più famosi costruiti sulle corrispondenze tra i sensi. Ma bisogna fare una distinzione importante: il fatto che Rimbaud abbia scritto Voyelles non dimostra che fosse realmente sinesteta.

La letteratura aveva scoperto molto prima delle neuroscienze quanto potesse essere potente mescolare le percezioni. Baudelaire aveva fatto delle “corrispondenze” tra profumi, colori e suoni uno dei nuclei della poetica simbolista. Rimbaud trasforma le vocali in colori. Carducci fece diventare verde il silenzio. Sono esperimenti poetici, non diagnosi.

copertina del libro les fleurs du mal di Baudelaire del 1900 , immagine di pubblico dominio
copertina del 1900, immagine pubblico dominio licenza CC

Dal “silenzio verde” di Carducci all’“urlo nero” del Novecento

Ed è proprio nella letteratura italiana che questa storia diventa particolarmente interessante.

Molti studiosi, come abbiamo visto, individuano esempi di sinestesia già in Dante e Petrarca e ne seguono l’evoluzione attraverso Foscolo e Leopardi. Nell’Ottocento, con il crescente interesse per le corrispondenze fra le arti e i sensi, il procedimento acquista un ruolo sempre più consapevole.

Carducci arriva al celebre “silenzio verde” de Il bove, espressione sulla quale si è discusso a lungo anche dal punto di vista grammaticale e retorico. L’Accademia della Crusca ha riconosciuto che è perfettamente possibile interpretarla come una sinestesia: qualcosa che normalmente si ascolta ,o meglio, non si ascoltamriceve improvvisamente un colore.

Nel Novecento l’esperimento continua. Salvatore Quasimodo, in Alle fronde dei salici, scriverà dell’“urlo nero” di una madre: il suono assume un colore, e proprio quel cortocircuito tra i sensi rende l’immagine ancora più violenta. La sinestesia diventa così uno degli strumenti con cui la poesia tenta di dire ciò che un solo senso sembra non riuscire a raccontare.

tabella numeri e lettere sinestesia

 

Usiamo tutti un po’ la lingua dei sensi

La cosa più curiosa è che le sinestesie sono già dentro il nostro linguaggio quotidiano. Diciamo che una voce è calda. Che un colore è freddo. Che una persona ha pronunciato parole acide. Che un prezzo è salato.

Nessuno trova particolarmente strane queste espressioni, anche se ognuna mette in comunicazione sensazioni differenti. Molte antiche associazioni sinestetiche sono diventate, con il tempo, così comuni da non essere quasi più percepite come metafore. E neuroscienze e letteratura finiscono curiosamente per incontrarsi.

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