Nella seconda metà dell’Ottocento, una serie di eventi mette in atto un processo di trasformazione sociale e culturale che porta l’Europa alle avanguardie del primo Novecento. Il Risorgimento contribuisce a scardinare il secolare assolutismo monarchico; la politica gretta e reazionaria si deve confrontare con le aspirazioni liberali e il liberismo economico si afferma fra i paesi occidentali, pur tra resistenze e contraddizioni.
La tecnologia e la scienza raggiungono traguardi straordinari. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’uomo cambia stile di vita, impara a volare, ad andare al cinema, a frequentare i teatri moderni, lasciandosi trasportare dal vento frivolo della Belle Époque, mentre l’imperialismo alimenta le ambizioni dei salotti di corte.
Il nazionalismo, con le sue contraddizioni politiche, sempre più lontano dagli ideali di libertà risorgimentali, infuoca gli animi esortandoli alla guerra; l’espressionismo, nei primi anni del Novecento, ne presagisce i venti e, facendosi carico delle inquietudini del mondo, ne esprime l’angoscia.
Eppure il Novecento si presenta al mondo come il secolo della grande speranza, della felicità e del benessere. A testimonianza di questo clima, il primo numero del 1900 della Domenica del Corriere, supplemento del Corriere della Sera, uscito il 7 gennaio, riporta sulla copertina tre figure di donna: una con la cornucopia in mano simboleggia l’abbondanza e la prosperità, un’altra con un ramoscello d’ulivo rappresenta la pace, la terza con la pila di Alessandro Volta annuncia il progresso e la tecnologia.

La fiducia nella scienza e le contraddizioni del progresso
Il positivismo indica nella scienza la soluzione a tutti i mali del mondo, dalla politica all’economia, e da essa attende il rinnovamento della vita individuale e associata. In questa prospettiva, il mondo poteva salvarsi affidando l’organizzazione della società alle forze scientifiche, dalle quali sarebbero dovute dipendere l’economia e la direzione politica.
Era proprio l’unica soluzione? I positivisti avevano ragione? Certo è che la seconda rivoluzione industriale pone le basi per l’edificazione di un mondo più sereno e sicuro, senza tuttavia cancellarne le disuguaglianze.
Gli scienziati, in questa visione fiduciosa, non sarebbero stati così ebbri di potere da anteporre i propri interessi al bene delle nazioni: avrebbero avuto un solo obiettivo, entrare nella storia dedicando la propria vita alla ricerca di scoperte vantaggiose per l’umanità. Avrebbero affrontato la politica come campo di studio, al servizio dell’economia e del benessere delle società. Era una prospettiva già delineata dal filosofo Henri de Saint-Simon nei primi decenni dell’Ottocento.
Gli intellettuali colgono il flusso del cambiamento e si preparano a fronteggiarlo con le più disparate teorie politico-sociali. Nel 1864 nasce la Prima Internazionale, nella quale si confrontarono diverse correnti del movimento operaio, comprese quelle socialiste e anarchiche.

Il ritorno dei poeti “maledetti”
Poeti, romanzieri e filosofi faticano a far da guida ai popoli: il poeta perde la sua corona. Ignorato dalla società, può cercare una nuova funzione di vate legandosi al nazionalismo, oppure chiudersi nel proprio isolamento, rifiutare i modelli borghesi e scegliere l’estetismo o la vita da bohémien. Era il momento dei poeti “maledetti”, dei poeti veggenti, che cercavano nuove vie per sottrarsi alla follia in cui il mondo sembrava precipitato.
I naturalisti scendono nelle piazze e nei sobborghi delle città per registrarne i conflitti della vita quotidiana e denunciano la miseria e i soprusi ai quali sono sottoposte le classi meno abbienti. Altri scrittori si addentrano nei recessi della mente, per coglierne misteri e segreti, mentre matura nella scienza l’interesse per lo studio dell’inconscio.
L’uomo ha perso la sua identità, non sa più chi è e cerca soluzioni dietro la maschera: il superuomo, il dandy, il flâneur, l’esteta, l’inetto.

Una parte della cultura europea ha assunto un evidente carattere irrazionalistico. Entrati in crisi gli ideali di libertà e la fiducia nei principi della ragione, la letteratura, disorientata, allenta i contatti col mondo sociale e civile, diventa autobiografica, penetra l’universo interiore dell’uomo e ne scopre i vizi e le fragilità: l’apatia, la lussuria, la violenza, l’alienazione, l’inettitudine.
Di fronte alla grettezza della politica, che contribuisce alla crisi della civiltà occidentale, l’individuo esprime la sua angoscia attraverso la nuova sensibilità che caratterizza gli anni decadenti di fine secolo.











