Il Garante dei detenuti. Intervista a Domenico Massano

Il sistema penitenziario italiano è spesso al centro di dibattiti e discussioni dovuti a criticità per ciò che riguarda le condizioni interne e le poche risorse, anche umane, necessarie a garantire ciò che è stabilito dalla Costituzione (art.27) e dalla legge sull’Ordinamento Penitenziario.

Costituzione Italiana, art.27

Si inserisce in questo contesto una figura importante e poco conosciuta, il Garante dei Detenuti, o più correttamente, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.

La figura del Garante è istituita con Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 146 (art. 7), convertito con modificazioni dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 10.

Presente a livello nazionale, ma anche regionale e comunale, il Garante è figura indipendente, che tutela i diritti delle persone ristrette, fornendo osservazione e supporto.
Il Garante ha però anche il compito di fare da tramite tra chi sconta una pena, la direzione penitenziaria e l’area trattamentale.
Il suo impegno quindi è duplice e tende ad agevolare il dialogo tra le persone detenute e chi è chiamato a gestire l’esecuzione della loro pena.

Il Garante e l’arte della mediazione

Il contributo di questa figura è delicato, ma fondamentale allo stesso tempo perché si inserisce in un contesto fatto di equilibri politici, dove è sempre più necessario orientare le decisioni, in materia di esecuzione penale, verso un fine rieducativo e di reinserimento efficace.

Ecco che chi è nominato Garante si trova a dover raccogliere testimonianze interne, condurre colloqui, osservare la corretta applicazione delle misure, relazionare e portare alla luce problematiche.

In un’ottica di miglioramento delle condizioni carcerarie, dove il problema del sovraffollamento, i suicidi, le rivolte e aggressioni purtroppo sono temi all’ordine del giorno, il Garante si pone come mezzo per mettere in luce temi di giustizia, rispetto dei diritti e percorsi di vera e completa rieducazione.

Intervista a Domenico Massano, Garante delle persone private della libertà personale di Asti

Domenico Massano, pedagogista ed esploratore sociale, educatore, formatore, libero ricercatore, attivista e amante dello sport. Ha rilasciato questa importante e dettagliata intervista per Open Libri, in cui risponde ad alcune domande per spiegare il suo impegno quotidiano che, come Garante, svolge presso la Casa di Reclusione di Asti.

Cr. Domenico Massano – Garante dei detenuti di Asti

Il ruolo del Garante dei detenuti è delicato, tecnico e fatto anche di empatia e comprensione.
Lei svolge questa attività presso la casa di reclusione di Asti. In cosa consiste esattamente?

I Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale sono autorità autonome ed indipendenti, istituite e legittimate da leggi e delibere, i cui costanti riferimenti per l’agire sono la Costituzione (in particolare l’articolo 27), la dignità della persona e la garanzia dei diritti.
Possono essere nazionali, regionali o comunali e svolgono un ruolo di vigilanza, promozione e dialogo.

L’attività del Garante prevede la facoltà di visita senza autorizzazione preventiva alle strutture detentive o limitative della libertà (art. 67 O.P.), e di corrispondenza e colloquio riservato con le persone private della libertà personale (Artt. 18 e 35 O.P.).
Importanti sono, inoltre, il dialogo ed il confronto con la Direzione ed il personale degli istituti penitenziari, oltre che con i vari organi istituzionali interessati.

A livello comunale, inoltre, come riportato nel Regolamento specifico della città di Asti, il ruolo del Garante prevede un ulteriore impegno finalizzato al coinvolgimento della comunità locale. Questo attraverso la promozione di progetti, di iniziative culturali, di sensibilizzazione sui diritti umani, ed alla costruzione di reti e collaborazioni.
In tal senso, particolarmente significativo è il lavoro di rete sul territorio astigiano che da ormai due anni coinvolge varie realtà che a diverso titolo operano nella Casa di Reclusione A. S.

Si tratta di un percorso di incontro e dialogo che ha visto il mio coinvolgimento attivo, prima come volontario carcerario ed attualmente come Garante.

La sua esperienza nel mondo carcerario inizia come volontario. Vuole raccontarci quale è secondo lei la differenza più significativa tra le due figure ricoperte e come cambiano – se cambiano – le relazioni e responsabilità?

Esiste naturalmente una differenza tra il ruolo di volontario e quello di Garante.
Prima come volontario coordinavo il progetto editoriale “Gazzetta Dentro” interno alla Casa di reclusione, cercando di valorizzare e dare visibilità al lavoro delle persone detenute coinvolte e quando ero “fuori” avevo principalmente l’idea di implementare quello che si faceva in Redazione.

Ora il mio sguardo è un po’ più ampio e maggiormente orientato, oltre che ai diritti delle persone detenute, anche al contesto territoriale.

In tal senso il mio intento è quello di sensibilizzare maggiormente la comunità e cercare di creare ulteriori opportunità affinché la detenzione abbia un senso e una prospettiva costituzionale. Come recita l’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Stando dentro alla redazione ho, infatti, avuto ulteriore conferma dell’importanza e della generatività di contesti in cui il confronto e le relazioni possano vivere e svilupparsi nel tempo. Il tentativo è, quindi, quello di ampliare questa prospettiva e continuare a creare ponti per evitare che il carcere sia una realtà isolata rispetto alla società.

Il carcere, infatti, non può essere considerato una realtà estranea alla società, ma ne è parte e vi è inevitabilmente collegato interrogandola costantemente perché, come ricorda il costituzionalista G. Zagrebelsky, “la condizione carceraria riguarda coloro che stanno dentro, ma come problema di civiltà è prima di tutto un problema di chi sta fuori”.

Negli anni immagino siano arrivate alla sua attenzione richieste e criticità da parte dei detenuti.
Le è mai capitato di abbracciare una tale situazione e arrivare attraverso il dialogo a un vero cambiamento e come riesce concretamente a equilibrare la sua posizione istituzionale con l’emotività?

Nella mia esperienza per lo più i colloqui vertono principalmente su due ambiti.

– Il primo legato alle attività trattamentali. Mi riferisco soprattutto all’opportunità di un lavoro, ma anche all’ampliamento di attività laboratoriali e culturali che possano essere svolte con continuità per dare un senso ai giorni e un’utilità alla detenzione.

– Il secondo aspetto è legato alle relazioni familiari, alle possibilità di colloqui, soprattutto quando si è in presenza di figli in giovane età. C’è il bisogno di mantenerle, curarle e consolidarle.

Poi sono riportate problematiche legate alla vita in carcere, agli spazi angusti nelle celle, alle criticità del sistema penitenziario, all’aspetto sanitario e a diverse altre questioni su cui si cerca costantemente un’interlocuzione con le diverse aree ed i diversi soggetti istituzionali interessati.

In diversi casi, soprattutto dove ci sono spazi di collaborazione ed interlocuzioni consolidate nel tempo si riesce a trovare una soluzione o, quantomeno, a dare una prospettiva. Nelle situazioni più complesse, soprattutto quelle che riguardano i rapporti familiari, dove spesso le risposte non dipendono dal singolo istituto ma dal DAP, a volte è più difficile riuscire a trovare una soluzione.

Per quanto riguarda la dimensione emotiva dei colloqui, spesso è un aspetto rilevante, anche in relazione alle diverse situazioni che sono presentate.

Devo dire che il fatto di essere un pedagogista ed aver lavorato per circa trent’anni in diversi ambiti sociali e sanitari (dai minori, alle tossicodipendenze alla salute mentale, …), mi aiuta a pormi in ascolto dell’altro gestendo al contempo, la dimensione emotiva nell’ambito e nel rispetto di quello che è il mio mandato e ruolo istituzionale.

Il suo ruolo le impone di essere a stretto contatto con la Direzione penitenziaria e l’area trattamentale. È mai successo di trovarsi in disaccordo con una decisione e riuscire a ottenere ascolto tanto da far cambiare un punto di vista senza compromettere il rapporto professionale?

Se da un lato nel rilevare e segnalare il mancato rispetto dei diritti, la figura ed il ruolo del Garante impongono una chiara presa di posizione, dall’altro nello sviluppare progettualità e nel cercare di trovare soluzioni a problemi contingenti o a questioni organizzative, il confronto e la collaborazione con tutte le figure presenti nell’Istituto sono fondamentali.

Nella mia esperienza sino ad oggi c’è sempre stata apertura al dialogo da parte della Direzione e del personale interno, in particolare dell’area trattamentale e dell’area sanitaria. Questo ha permesso di trovare delle sintesi condivise nell’affrontare diverse situazioni o nel farsi carico di alcune criticità emerse.

Nonostante il confronto costante, tuttavia, su alcune questioni o su determinate problematiche le prospettive sono differenti.
Il ruolo del garante non è quello di gestire le diverse situazioni, ma quello di verificare se siano garantiti i diritti e far emergere se e quando alcuni diritti sono disattesi perché siano rispettati e le loro violazioni siano segnalate.

Un ruolo complesso ma che nell’ambito di un riconoscimento e rispetto reciproco dei diversi ruoli non dovrebbe compromettere i rapporti professionali, anzi dovrebbe essere visto come stimolo e pungolo in un percorso, quello costituzionale, che dovrebbe vedere il lavoro congiunto di tutti.

In ultimo, al di là dei casi singoli, credo si debba fare un distinguo tra quali questioni siano da riferirsi principalmente al singolo Istituto e quali siano invece problemi di sistema che ricadono sulle diverse realtà.

Ad esempio la compressione delle opportunità trattamentali (lavoro, studio, corsi, …), i ritardi nel disbrigo delle pratiche amministrative, le difficoltà nel fare traduzioni per visite mediche, gli spazi angusti nelle celle, etc.. Tutte queste sono questioni inevitabilmente correlate tra le altre cose al sovraffollamento, problema ormai cronico e strutturale del nostro paese (ad Asti attualmente ci sono cca 260 persone detenute a fronte di una capienza di 207 posti).

In tal senso le azioni di denuncia e le dichiarazioni collettive che sono assunte come Assemblea Nazionale dei Garanti Territoriali hanno un’importanza fondamentale.

Sempre di più si affronta il tema della giustizia riparativa e so che per lei è un argomento importante. Quanto ciò è compatibile con la realtà carceraria di Asti? E da Garante come pensa si possa far diffondere maggiormente la cultura della “riparazione” passando attraverso un vero riconoscimento della responsabilità?

Nel nostro ordinamento la giustizia riparativa ha acquistato una disciplina organica solo recentemente con il DL 150/2022 (attuativo della legge delega 134/2021, c.d. riforma Cartabia), che ne fissa principi e criteri direttivi.

La giustizia riparativa, secondo uno dei suoi principali teorici, Howard Zehr, può essere vista come “un modello di giustizia che coinvolge la vittima il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo”.
Tutto ciò implica una dinamica intrinsecamente e inevitabilmente relazionale, che metta al centro l’impegno a “riparare”, sia con il porre particolare attenzione al danno provocato/subito e ai bisogni della vittima, sia con il promuovere il percorso di assunzione di responsabilità da parte dell’autore di reato.

Una dinamica che si fonda sull’interazione e sul riconoscimento reciproco, e che allarga lo sguardo intorno al reato, con il coinvolgimento della comunità.

In tale prospettiva le ricadute culturali della Giustizia riparativa vanno ben al di là dell’ambito penale e possono riguardare l’intera comunità, offrendo, sempre secondo i contributi di H. Zehr “un modo concreto di pensare alla giustizia all’interno della teoria e della pratica della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace”.

In una società e in un mondo in cui si sta assistendo al dilagare della violenza come principale sistema di controllo, di regolazione dei rapporti (sociali, economici…) e di risoluzione di conflitti e controversie, forse la giustizia riparativa può essere una preziosa occasione, in un ambito particolarmente rilevante, di coltivare e recuperare il senso e il valore di parole e pratiche di giustizia, dialogo e nonviolenza.
Per questa ragione stiamo lavorando sul tentativo, emerso a conclusione di un percorso sviluppato all’interno del carcere, di coinvolgere persone e realtà in un cammino finalizzato a fare di Asti una città (e una comunità) riparativa.

Un’idea su cui si cercherà di lavorare insieme, tra dentro e fuori il carcere.
Una proposta operativa che può incidere anche su un elemento focale, ossia sulla dimensione culturale, con ricadute anche al di là dello specifico ambito di intervento.

In una prospettiva di miglioramento, in che cosa, a suo avviso, si dovrebbe cambiare per rendere il sistema penitenziario più efficace e migliorare le condizioni di vita dei detenuti affinché anche il reinserimento in società sia più agevole? 

Da un punto di vista generale mi pare che alcuni elementi, che non solo io insieme a molti altri Garanti, ma che anche il Presidente Mattarella ricorda sempre, siano punti di partenza fondamentali.
– Ridurre il sovraffollamento.
– Adeguare gli organici.
– Dedicare risorse alla formazione del personale.
– Investire sui necessari interventi strutturali nei diversi istituti.

Ma, soprattutto, anche per arginare il tragico numero di suicidi che ogni anno si verificano, non ci si dovrebbe dimenticare che “I luoghi di detenzione non devono trasformarsi in luoghi senza speranza, ma devono essere effettivamente rivolti al recupero di chi ha sbagliato”.

E per il recupero delle persone, come recita la legge sull’ordinamento penitenziario coerentemente al dettato costituzionale, è fondamentale investire sulle attività trattamentali. Ossia sul lavoro, sull’istruzione, sulla formazione professionale, sulle attività culturali, ricreative e sportive ed agevolare opportuni contatti con il mondo esterno de i rapporti con la famiglia (art.15 L. 354/1975).

L’impegno nei nostri Istituti penitenziari si dovrebbe infatti svolgere basandosi su due pilastri: “sicurezza e rieducazione”.

Non si tratta di mettere in discussione l’indispensabile funzione di sicurezza che le carceri devono garantire, ma di ricordare l’importanza fondamentale anche del pilastro rieducativo, del quale il coinvolgimento della comunità esterna è componente essenziale.


In tal prospettiva preoccupano alcune decisioni recenti del DAP, come la circolare 21/10/2025.0454011.U che prevede prescrizioni che vanno ad impattare direttamente sulle attività e progettualità trattamentali del circuito Alta Sicurezza, di cui la Casa di reclusione di Asti fa parte.

In un sistema carcerario in grave crisi, con un numero sempre più tragico di suicidi, con un ormai cronico ed inaccettabile sovraffollamento che aggrava le già difficili condizioni di detenzione, con carenze di personale e scarsità di opportunità trattamentali, questa circolare, le chiusure ad essa correlate e le recenti mancate autorizzazioni di attività che si svolgevano da anni con esiti positivi (ad es. ad Asti recentemente non sono stati autorizzati gli spettacoli teatrali con le scuole), stanno da una parte complicando ulteriormente il lavoro e l’impegno di chi cerca costantemente di proporre e promuovere iniziative ed attività anche con il coinvolgimento del territorio, dall’altra rischiano di disincentivare e limitare la partecipazione della società esterna, rendendo sempre più difficile il dialogo tra i luoghi di detenzione e la società civile. Isolando ulteriormente le persone detenute, penalizzando i percorsi rieducativi e rendendo sempre più impermeabile ad ogni confronto con la società esterna la realtà carceraria.

In tal senso credo siano particolarmente significative ed ancora attuali le parole di Alessandro Margara, su cui si dovrebbe riflettere con particolare attenzione.“C’è una scelta tra farne (del carcere) la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica, che si impone a chi è dentro le mura, per rendere più tranquilli e rassicuranti l’approssimazione morale e il disimpegno esterni”.

Cr. Domenico Massano – Garante detenuti Asti
Condividi articolo
Facebook
X