C’è una donna nella storia del Nord Africa il cui nome attraversa i secoli come un grido di libertà. Dahya al-Kahina, sovrana berbera e condottiera leggendaria, capace di fermare – anche se solo per un tempo limitato – l’avanzata di uno degli imperi più potenti della storia. Un racconto epico che appartiene a tutto il Maghreb, ovvero l’Africa occidentale a ovest dell’Egitto, affacciata sul Mare Mediterraneo e sull’Oceano Atlantico.

Dahya al-Kahina
Lo storico arabo Ibn Khaldūn tramanda la figura di Dehiyya al-Kahina malkat Afriqah ovvero Dahya al-Kahina regina d’Africa con queste parole: “Dahya, la regina degli Amazigh, senza pari ai suoi tempi. Una guerriera coraggiosa che cavalcava senza paura, dalle vette dei Monti Aurès alle pianure di Tripoli, impugnando le armi per difendere la terra sacra dei suoi antenati.“
C’è chi la dice ebrea. Altri la fanno nascere dalla tribù berbera dei Gerawa. Si può concordare con entrambi, la presenza ebraica nel Maghreb è secolare. Risale al periodo punico e romano, e rimane vitale fino alla metà del XV secolo. Quando l’uragano arabo arriva all’Atlante, un’alleanza tra berberi ed ebrei è inevitabile.
Il soprannome al-Kahina, che in arabo significa “la profetessa” o “la veggente”, contribuisce a costruire il mito di una donna carismatica, temuta dai nemici e venerata dal suo popolo. In un mondo dominato dagli uomini, Dahya emerge come leader politica e militare, incarnando l’idea di una vera regina d’Africa.

Dahya al-Kahina e la resistenza berbera
La fama di Dahya al-Kahina è legata soprattutto alla resistenza berbera contro l’espansione araba. Quando il generale omayyade Ḥassān ibn al-Nuʿmān avanza nel Nord Africa, è lei a unire le tribù locali e a infliggere una sorprendente sconfitta all’esercito invasore.
Per alcuni anni, Dahya governa un vasto territorio, dimostrando come strategia, conoscenza dei luoghi e determinazione possono contrastare anche un impero. Secondo le cronache, adotta persino la politica della “terra bruciata” per scoraggiare nuove invasioni: una scelta estrema, ma coerente con la sua visione di libertà.

Un esempio di valore
Dahya al-KahinaNon è giovane: è stata molto bella, ora è saggia. Quando entra in guerra è già vedova. È l’anno 694 dell’Era Volgare.
Combatte per difendere il suo popolo e vendicare il proprio dolore, Dahya al-Kahina. E vince: per otto anni infligge agli Arabi sconfitte su sconfitte. Su di lei ha la meglio, infine, l’antisemitismo dei cristiani: il suo esercito si squaglia come neve al sole e lei muore in battaglia nel 702. Si dice siano stati cinquantamila gli ebrei berberi morti pur di non convertirsi all’Islam

La leggenda
Nei Paesi che la storia unisce, la leggenda narra che Dahya la Kahina abbia trovato rifugio in un luogo imprecisato, non lontano dalla città di Zanadieh. Città di grandi guerrieri che, nei momenti di quiete, scrivono versi sui gusci delle uova. C’è un filo diretto tra la regina ribelle e quei guerrieri dal cuore sognante, così si tramanda. Ogni volta che un popolo, tra i popoli berberi, è in pericolo, Dahya lancia il suo grido di battaglia e gli uomini di Zanadieh accorrono.
Nessuno, naturalmente, vi accompagnerà mai a visitare Zanadieh ma nulla vi vieta di vagabondare nel Maghreb, di città in città, alla ricerca della Kahina. A Khenchela, nella terra dell’Aures di cui è stata regina regina, una statua la ritrae nell’atto di arringare il suo popolo. Altre statue non ne conosco ma le ragazze tamazigh, ossia berbere, dicono che il vento è la sua voce e il suo volto è scolpito su ogni montagna.











