Raffaello Accordi. Un caso chiuso o malagiustizia?
Condannato per l’omicidio preterintenzionale in concorso con ignoti dell’amico e socio in affari Giovanni De Luca, Raffaello Accordi risponde a questa intervista per continuare a far sentire la sua voce e ottenere una revisione del processo.
Chi è Raffaello Accordi
Conosciuto imprenditore del veronese, a causa di debiti sopravvenuti per mancati pagamenti di clienti, decide di tentare la strada della ricettazione di auto rubate, in cui l’amico Giovanni De Luca era già attivo. Entra così in contatto con soggetti pericolosi e da qui inizia il suo calvario. Una storia giudiziaria che va avanti da 37 anni, tra condanne definitive e spiragli di revisione.
L’omicidio di Giovanni De Luca
L’omicidio di Giovanni De Luca avviene in circostanze non chiarite fino in fondo. Accoltellato alla gamba durante una discussione con un noto malavitoso, é accompagnato al pronto soccorso dallo stesso Accordi, sopraggiunto sulla scena in un secondo momento per tentare di aiutare l’amico.
Le forze dell’ordine bussano alla porta di Accordi poco tempo dopo i fatti e lo sottopongono a un pressante interrogatorio: il nome di chi ha sferrato i colpi non viene a galla. Le incongruenze sono molte.
Solo al termine della sua deposizione, Accordi viene a conoscenza della morte dell’amico De Luca.
La versione di Accordi, per timore di mettere in pericolo la famiglia e sé stesso, è quella di vantare un credito (inesistente), dovuto al traffico di auto, nei confronti della vittima. Tanto basta agli inquirenti per decretarne il fermo e la misura cautelare.

Prove a discarico e condanna definitiva
Nonostante l’assoluzione piena in primo grado nel 1994, il PM impugna la sentenza in appello e nel 1998 arriva la condanna a sette anni e quattro mesi di reclusione, diminuita in via definitiva per la legge sull’indulto a cinque anni e quattro mesi, da lui completamente scontati.
A favore dell’unico condannato ci sono tre testimonianze dirette e una telefonata anonima nel 2005 fatta ai Carabinieri di Legnano in cui viene riferito che Accordi ha caricato De Luca in auto fuori dal luogo in cui era stato colpito e non era presente alla discussione.

Tentativo di revisione del processo
Nel 2012 il tentativo di revisione del processo, non porta al risultato sperato: i testimoni oculari vengono considerati inattendibili senza nemmeno essere ascoltati.
La spiegazione che Accordi fornisce per non avere fatto il nome del presunto vero colpevole della morte di De Luca, non viene considerata tanto forte da poter ribaltare la sentenza di condanna.
I gesti eclatanti
Raffaello Accordi vuole arrivare a un nuovo processo e chiede che le carte vengano riesaminate in modo approfondito, così come vengano ammesse le testimonianze non considerate in precedenza.
Più volte ha cercato di attirare l’attenzione su di sé da parte della magistratura con gesti eclatanti:
– inchiodandosi una mano a un tronco di un albero davanti al tribunale di Mantova nel 2023
– cucendosi la bocca con alcune spille da balia nel 2024.

Lo scopo? Ottenere verità e non finire i suoi giorni marchiato da omicida, un’eredità distruttiva per sé e tutta la sua famiglia.
Intervista a Raffello Accordi

Raffaello Accordi, oggi, dopo anni dalla sentenza di condanna, cerca ancora giustizia e lotta per ottenere una revisione del processo?
Si, cerco ancora Giustizia, quella vera, che abbia il coraggio di riconoscere i propri errori.
Il Dott. Pietro Curzio, Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione all’inaugurazione anno giudiziario 2022 chiude con queste parole: “I magistrati nella loro larghissima maggioranza hanno le risorse umane e professionali per riannodare il rapporto di fiducia con i cittadini, siamo consapevoli che “l’onore dei giudici consiste, come quello degli altri uomini, nel riparare i propri errori” . Lo scrisse Voltaire, ce lo ha ricordato Leonardo Sciascia.” Quando le parole non sono seguite dai fatti… sono chiacchiere propagandistiche.
Cosa a suo avviso, nei precedenti gradi di giudizio non è stato approfondito e quali sono stati gli errori?
I precedenti gradi di giudizio sono fondati esclusivamente sulle “supposizioni” del PM (mai verificata la fondatezza). Tali conclusioni, nel processo di primo grado NON sono state ritenute univoche, precise e concordanti e portarono alla mia assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Il PM impugna la sentenza ricorrendo in appello (con le stesse identiche motivazioni), ottenendo la mia condanna senza nessun cambiamento sul piano probatorio, ipotizzando per la terza volta un nuovo movente. Dal primo istante nulla è stato approfondito a cominciare dalle cause o concause che hanno portato alla morte di Giovanni. Giovanni, incomprensibilmente, è deceduto dissanguato in Ospedale a causa dell’emorragia non trattata con tempestività e dell’abnorme lasso di tempo intercorso prima di decidere il trasporto del ferito dalla rianimazione alla sala operatoria.
Le testimonianze delle uniche persone che erano al corrente del rapporto instaurato con la vittima nel breve tempo che ci siamo frequentati. La testimonianza della madre, la testimonianza della fidanzata. Le due donne sono state sentite dalla Polizia Giudiziaria lo stesso giorno del decesso del congiunto. Successivamente sono state interrogate anche dal PM che non ha affrontato argomenti utili a fare luce sul caso e scegliendo la versione più utile alle sue congetture.
La condanna definitiva l’ha portata a scontare un periodo in carcere e ai domiciliari?
Nell’immediatezza dei fatti dal 22 agosto 1989 al 2 settembre 1989, trascorsi un breve periodo di carcerazione preventiva di circa quaranta giorni seguiti da pochi mesi di detenzione domiciliare poi la pena mi fu commutata con obbligo di firma e dimora.
Il momento più straziante è stato quando alla fine dell’interrogatorio pensavo di tornare a casa invece mi comunicarono il decesso di Giovanni e mi trovavo in stato di fermo giudiziario con l’accusa di omicidio.
Piombai nella disperazione più totale. Mi si gelarono le gambe, tremavo tutto, non riuscivo a smettere di piangere avevo le convulsioni non potevo respirare. A quel punto mi diedero dell’acqua, ma non riuscivo a deglutire non so descrivere quei drammatici momenti.
Mi portarono in carcere, prima in isolamento, poi in sezione in una cella lorda di sangue fresco e rappreso. Poi seppi che chi mi aveva preceduto si era tagliato dappertutto ed era stato trasferito in infermeria. Erano le 23:45 le guardie aprirono una cella e permisero allo scopino di portarmi degli stracci e alcuni prodotti per pulire la cella, dell’acqua e caffè.
Ero sotto shock, in uno stato di trance, come un automa cominciai a togliere il sangue dalle pareti e dal pavimento, ero stato catapultato dalla vita normale in un abisso. Un mondo sconosciuto di cui non avevo nessuna cognizione su ciò che mi aspettava.
Improvvisamente arriva gridando un agente dicendo che dovevo essere spostato – di nuovo – in isolamento. Motivo? La mia elevata pericolosità sociale. Fu così che cominciai il percorso di rieducazione e reinserimento.
Reinserimento nella società da cui ero stato sradicato con la violenza della carcerazione ingiusta. In fondo questo è lo scopo del carcere no? Si comincia da subito!
Come può descrivere l’esperienza della detenzione in una condizione come la sua in cui si è sempre dichiarato innocente?
Il Carcere è luogo di espiazione e pena, è duro anche per coloro che hanno effettivamente commesso il reato. Ci sono varie tipologie di carcerati.
Il piccolo delinquente che, per procurarsi la sostanza commette reati, pensando che gli vada sempre bene e alla sua prima esperienza carceraria reagisce con una certa spavalderia, ma nel silenzio della cella si sente singhiozzare e con il tempo si fa prescrivere la droga di stato: ansiolitici antidepressivi, sedativi e palliativi vari. In sintesi, le carceri sono un inferno.
Poi c’è il soggetto recidivo, avvezzo al carcere che sembra rientrare nel suo mondo, si comporta manifestando indifferenza e disprezzo assumendo un atteggiamento da veterano.
Infine ce ne sono molti che, come me, rendendosi conto della realtà, cercano in ogni modo di rimanere ancorati a quel barlume di speranza che tutto si risolva rapidamente, consapevoli della loro innocenza. Pensano che tutto questo non può essere vero e presto si risveglieranno dall’incubo in cui sono piombati.
Nel mio caso, sapendo che non avevo nessuna colpa in merito, pensavo che avessero preso un abbaglio e trascorse 48 ore sarei tornato a casa, purtroppo non è andata così.
Aprile 1994 processo di primo grado: la Corte di Assise di Mantova mi assolve per non aver commesso il fatto, indicando il possibile coinvolgimento di altri soggetti che avrebbero potuto commettere il crimine. Il PM impugna la sentenza ricorrendo in appello.
Brescia 1998 processo di appello: vengono chiesti 14 anni di reclusione. Condannato definitivamente ad anni cinque mesi quattro di reclusione, interamente scontati. Questa sentenza mi ha destabilizzato più del carcere che avevo fatto e che farò.
Le conseguenze di storie come la sua condannano non solo la persona, ma anche la famiglia, gli amici e tutto ciò che si è costruito. Cosa è cambiato negli affetti e come è riuscito a sopravvivere in una condizione così drammatica?
Le conseguenze di queste tragedie sono molteplici. In primis si sfalda la famiglia, la mia prima compagna non è mai mancata ad un colloquio, ma questo stress test distrugge psicologicamente e destabilizza chiunque e alla fine della carcerazione ci siamo separati.
Mio padre non è mai venuto a un colloquio, non ce l’ha fatta ad affrontare il carcere, si è spento in solitudine. Mia mamma ha affrontato con grinta tutto questo calvario ma è morta senza avere la soddisfazione di vedermi scagionato.
Poi a cascata scompaiono gli interessi, i beni patrimoniali, il lavoro diventa una chimera, le pseudo amicizie diventano semplici conoscenze, fatta eccezione per i pochi intimi che mi stimano e vogliono bene. Le banche non accettavano di cambiare né di incassare un assegno circolare intestato all’attività di cui era titolare la mia compagna, perché avevo una partecipazione del 5% sulle quote societarie.
Mia figlia al momento di firmare un contratto di affitto abitativo le viene detto che se l’appartamento è per lei e sua mamma è disponibile; ma se ci fossi stato anch’io, niente appartamento. Potrei continuare per ore e ore.
Sono sopravvissuto grazie alla mia tenacia e all’aiuto di amici e familiari, confortato dalla convinzione che presto o tardi avrei avuto giustizia. Mi è stato detto che troverò il mio giudice a Berlino ma senza andare tanto lontano, i giudici onesti, sereni e capaci ci sono anche in Italia, continuerò la mia ricerca, anzi, la nostra battaglia perché riguarda tutti.
Lei è stato protagonista di alcuni gesti estremi, anche spettacolari, per far sentire la sua voce alla magistratura e ottenere una revisione del processo. Vuole spiegarci a cosa è arrivato per ottenere udienza? E’ servito?
Non è servito a nulla. Ho avuto momenti di sconforto terribili. Le continue cadute e risalite per precipitare di nuovo sempre più in basso, mi hanno portato a partorire tragiche soluzioni autodistruttive, ma l’amore per le mie bambine ha sempre avuto la meglio e fatto desistere.
Le manifestazioni di protesta presso il tribunale di Mantova dove tutto è cominciato, avevano lo scopo di ottenere l’attenzione che merita questa tragica vicenda che ha generato mostri, distrutto vite, negando verità e giustizia a un uomo deceduto a trentasei anni in circostanze mai chiarite e che nessuno ha il coraggio di accertare e chiarire.
Sarebbe uno scandalo troppo grande scoprire che un crimine è stato sepolto con un altro crimine.
Il valore della vita umana si misura contando i partecipanti alle esequie che seguono il feretro. Vite distrutte in nome della carriera o di biechi interessi, complicità, connivenze in sfregio delle più elementari regole. Quando non sei il personaggio o la vittima che fa notizia, la vita e la morte rimangono uguali, cantava Augusto.
Il ritorno in società e il reinserimento è stato certamente difficile e lo è tutt’ora. Come vive giorno per giorno e quali sono le sue speranze?
Per quanto mi riguarda non c’è mai stato un ritorno nella società, mi è stata allargata la volumetria della cella. Apparentemente posso fare quello che voglio, andare dove voglio ma non è proprio così, per quelli come me, anche i più elementari diritti diventano privilegi perduti, non disponibili.
Il reinserimento è un’utopia, questo termine mi strizza il cervello, questo vissuto non porta al reinserimento ma alla spersonalizzazione dell’individuo. Come si può pretendere o solo pensare che le frustrazioni, le sopraffazioni, la violenza legale subita, l’emarginazione ti porti al reinserimento. Impari a vivere giorno dopo giorno come un animale diffidando di tutto e tutti.
Questa non è VITA, è pura sopravvivenza, vivi oggi per combattere domani, questa realtà non può essere accettata la subisci e basta.
Non trovando lavoro, per mangiare rovistavo nei cassonetti dei rifiuti vicino ai supermercati con altri sfortunati e quando ci hanno cacciati via, raccoglievo verdure, lumache e fichi a bordo strada. Andavo a caccia di conigli selvatici e nelle macellerie a chiedere da mangiare per i cani e così via.
Ricevevo qualche centinaio di euro da mia madre ed era una manna dal cielo. Con qualche lavoretto in nero e qualche marachella mi mantenevo a galla.
E’ stato ospite di radio e tv, oltre che protagonista di articoli di giornale. Quale è l’impatto dei media sull’opinione pubblica nella sua storia?
Non c’è stato l’esito che mi aspettavo. In realtà, tutti gli articoli dei vari giornali e servizi TV, invece che aiutarmi mi hanno danneggiato ulteriormente. Una volta etichettato come assassino, anche pubblicare la smentita, paradossalmente, equivale a dare due volte la stessa notizia, assassino eri e assassino rimani, una volta trasformati in rifiuti si rimane una scoria per sempre.
Il carcere, se non lo provi per tanto che ti racconti, non potrai mai capire.
La palese ipocrisia delle persone ti porta all’auto isolamento, pregiudizi e preconcetti ti fanno sentire un lebbroso da evitare.
Se qualcuno ti parla devi capire dal linguaggio del corpo la corrispondenza con i veri sentimenti e la genuinità delle sue parole.
La mia non è più stata una vita ma una recita, cambiando maschera in base alle circostanze accontentandosi di sopravvivere, l’orgoglio lo devi soffocare. Non ho speranze o illusioni, ho il mio credo e sono certo, troverà conferma alle mie aspettative.
L’unica soddisfazione è stata vedere riconfermata dopo tanti anni la stima dei veri amici che mi hanno sempre sostenuto. Il mio desiderio più grande è vedere pubblicati i risultati delle indagini della Polizia Giudiziaria, documenti giudiziari non supposizioni.
Se lei ottenesse una revisione del processo e venisse assolto, sarebbe inserito nell’elevato numero di errori giudiziari accertati che ogni anno si contano in Italia. Cosa, a suo avviso, si potrebbe fare per ridurre la percentuale di questa triste piaga?
Ottenere un nuovo processo che si concluda con la mia assoluzione e far parte della folta schiera di giustiziati, in nome della legge, sarà molto difficile. Per la magistratura significherebbe ammettere l’errore, dover accertare le responsabilità oggettive e soggettive, accertare la colpa e/o il dolo, dover risarcire, indennizzare e fare una brutta figura che la magistratura non si può più permettere.
La questione è mors tua vita mea e io sono già morto, perché mi dovrebbero resuscitare?
A mio avviso e ad avviso dei più, per ridurre drasticamente questi orrori basta fare la cosa più semplice del mondo: far rispettare la legge anche ai giudici, che rispettino la Costituzione, i diritti fondamentali dell’uomo, applicare le norme come per ogni ogni cittadino: chi sbaglia paga economicamente, professionalmente, umanamente e penalmente.
Io pago per i miei errori, non per quelli altrui.
Oggi cosa le rimane nella vita e negli affetti?
Mi restano le mie figlie, mio fratello con moglie e figli, la zia Vanna, cugini e nipoti con i pochi ma buoni amici, in sostanza la famiglia, unico bene superiore. In ultimo rimane l’amarezza accompagnata da una grande delusione nella magistratura.
Il disprezzo per il cameratismo e lo spirito di corpo manifestato nelle udienze per la revisione del processo che, nonostante fossero state dichiarate dalla Procura Generale ammissibili e fondate, sono state rifiutate.
Per noi comuni mortali questi conflitti non sono comprensibili.
Credo nelle istituzioni anche se tra chi le rappresenta non tutti meritano fiducia.
Ai senti dell’art.584 c.p. omicidio preterintenzionale: “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni”.











