Negli occhi di Gianni Bauce ci sono cieli sconfinati e nuvole lontane, macchie in movimento tra l’erba alta e notti nel deserto. Ci sono la passione e il rispetto per un ambiente che vive e respira, e la volontà di farlo conoscere in prima persona, Nasce così, ormai molti anni fa, African Path Safaris che propone numerosi itinerari nei parchi nazionali dello Zimbabwe e in Mozambico.

Gianni, nella tua vita c’è un “prima” e un “dopo l’Africa”, ci racconti cosa è successo?
Colpa di un libro: “Il canto dell’elefante”, di Wilbur Smith. È stato dopo aver letto quel libro che decisi di visitare lo Zimbabwe e mi fu fatale. La mia è la storia del Dottor Jekyll e Mr. Hyde: in Italia avevo un piccolo studio tecnico e progettavo macchine per l’automazione industriale. Poi la svolta: nel 1999 me ne andai in Sudafrica e presi il mio primo brevetto da guida di safari ed ora eccomi qui. In realtà, fin da bambino ho sempre avuto una passione particolare per gli animali selvatici ed ora, vivere in continuo contatto con essi è la realizzazione dei miei sogni infantili.

I quattro elementi di Gianni Bauce: aria, acqua, terra, fuoco visti attraverso la natura che ti circonda.
I profumi delle piante, dei loro baccelli, l’odore dello sterco degli animali e delle loro secrezioni; il vento che trasporta semi, spore e odori. Il fiume Zambesi, la pioggia che finalmente arriva dopo la lunga stagione secca, i punti d’abbeverata dove si raduna la fauna. Il suolo ed i suoi minerali: il basamento da cui tutto parte, vegetazione prima e fauna poi; la polvere che si solleva viaggiando, la terra su cui si dorme e si cammina. La sera, le fiamme riscaldano i cibi, il caffé e gli animi intorno al falò, dove si raccontano storie.

Qual è il tuo quinto elemento
La passione. Su quella si costruisce tutto, perché è l’elemento che ti fa superare le difficoltà, perseguire i sogni, apprendere continuamente qualcosa di nuovo, creare qualcosa di bello.

L’ultima guida di cui sei l’autore, fresca di stampa, si intitola “Safari, il magico mondo della boscaglia africana”, come si fa a raccontare un safari su carta?
Non si può. Ed infatti lo confesso nell’introduzione; tuttavia si possono raccontare storie che il meraviglioso mondo della natura africana ci presenta continuamente, storie talvolta poco note, ma assolutamente affascinanti. In questo libro ho voluto raccontarne alcune, non per portare il lettore in un safari virtuale, ma semplicemente per far crescere in lui la voglia di intraprenderne uno vero, perché nulla può sostituire la realtà. Specialmente in Africa.

Oltre a “Safari” hai pubblicato numerosi altri libri che trattano vari aspetti del tuo continente d’adozione, dai grandi animali al bracconaggio, dal Mozambico al Kilimanjaro. Quando scrivi e dove, qual è la spinta che ti conduce verso un nuovo argomento.
Scrivo tra una stagione di safari e l’altra, generalmente nel mio studio ad Harare. L’ispirazione nasce per caso, magari da un evento o un’esperienza che scocca quella piccola, indispensabile scintilla. L’idea di “Il destino degli Elefanti”, per esempio, che racconta la situazione ecologica di questo animale, nacque durante un convegno della Zimbabwe Professional Guides Association, durante il quale si parlò di sovrappopolazione di questo pachiderma. La stessa cosa accadde durante il raduno generale annuale dell’associazione, lo scorso Novembre, quando si affrontò il discorso dell’effetto della caccia al trofeo su alcune popolazioni di leoni: scrissi un libro su questo animale, che uscirà tra qualche mese.

Gli animali e l’invasione dell’uomo nel loro ambiente naturale: come si possono ammirare e fotografare, salvaguardando la loro tranquillità e la sicurezza dei viaggiatori? Qual è l’animale con cui hai un’affinità speciale?
Bisogna camminare leggeri, lasciando poche impronte del nostro passaggio. La nostra presenza è già di per sé una perturbazione: abbiamo bisogno di alloggio, cibo, acqua e ciò implica già sottrazione e modifica del loro habitat, perciò dobbiamo minimizzare il disturbo della nostra presenza, magari anche attraverso il rinunciare ad una foto spettacolare pur di non avvicinare troppo un animale. Il turismo fotografico non è ad “impatto zero” e spesso è più impattante di quello venatorio. Tuttavia, attraverso di esso, se opportunamente equilibrato e sostenibile, si riesce a finanziare la conservazione e giustificare la presenza di aree naturali con la loro biodiversità, che senza il turismo scomparirebbero.
Mi affascinano molto sia gli elefanti che i leoni. Tuttavia, il mio “totem” è il leopardo. La gente dello Zimbabwe me lo ha affibiato perché dice che, come il leopardo, io caccio da solo, in solitudine.

L’Africa non è solo grandi animali ma anche serpenti. Le tue molte competenze qualificate comprendono la cattura e manipolazione di serpenti velenosi e il trattamento del loro morso. Ti è mai capitato di dover mettere in pratica le tue capacità in questo campo?
Sì, spesso, anche se fortunatamente mai in gravi condizioni di emergenza: preferisco prevenire. Ho rimosso e ricollocato spesso serpenti che si aggiravano nel nostro campo o in aree dove avrebbero creato un po’ di preoccupazione. Mi piace mostrare ai miei clienti che anche i serpenti, se non disturbati, sono creature pacifiche che tendono a mantenersi lontane dai guai.

Il safari è un tipo di turismo particolare: che consiglio daresti a chi desidera raggiungerti in Zimbabwe per vivere un’esperienza così intensa.
Credo che il segreto per un buon safari sia non crearsi aspettative, ma cogliere tutto ciò che la boscaglia africana ci offre: ovviamente, il desiderio più grande è quello di vedere i grandi animali come il leone, l’elefante, il bufalo o il leopardo. Ma ci sono infinite altre cose in grado di sorprenderci e bisogna avere occhi per vederle. Nel mio ultimo libro “Safari”, racconto alcune di queste piccole sorprendenti sfumature. Ovviamente, compiere quest’esperienza insieme ad una guida qualificata rende il tutto più completo e semplice da comprendere.

A cosa pensi prima di chiudere gli occhi, sotto la tenda, dopo una lunga giornata di safari?
Penso al privilegio che mi è stato concesso nel vivere giorni e notti nella boscaglia in una natura così selvaggia e meravigliosa. Penso alla grandiosità del cielo australe, penso a quali animali visiteranno il campo durante la notte, passando a fianco della tenda senza farsi udire.

Nel salutare Gianni Bauce e nel ringraziarlo per averci raccontato la terra che ama, resta la sensazione di un percorso nato da una scelta profonda: vivere l’Africa come luogo da conoscere, rispettare e raccontare con attenzione costante verso la natura.











