La Befana: la strega buona che non abbiamo mai davvero letto.
Di solito la immaginiamo così: scopa, fazzoletto in testa, un sacco di dolci (o carbone) e una discreta propensione alle scarpe rotte. La Befana è una presenza familiare, quasi domestica. Eppure, se ci avventuriamo nei territori della letteratura, scopriamo che la sua figura è molto meno raccontata di quanto pensiamo.
La Befana abita i ricordi dell’infanzia, le filastrocche, i racconti sussurrati prima di dormire. Ma nei romanzi, nelle pagine “ufficiali” della cultura scritta, resta defilata. Forse per coerenza con la sua natura: arriva, lascia un dono, e scompare. E allora, chi è davvero, letterariamente parlando, questa “strega buona”?

La Befana: un archetipo antico travestito da vecchina sulla scopa
Prima che la fiaba moderna la portasse sui tetti e nei camini, la Befana abitava il territorio del mito. Era legata agli spiriti dell’inverno, alle divinità materne, al ciclo del tempo che muore e rinasce. In fondo, la Befana è la vecchia dell’anno che finisce e la custode di quello che inizia.
Il saggista francese Roland Barthes ci ricorda che i miti non scompaiono: si trasformano. La Befana ha scelto la forma più umile e affettuosa possibile. Inoltre la Befana arriva nella notte, nel “vuoto” del silenzio e del sonno, un tema che risuona con le riflessioni di Barthes sul non-detto o sul silenzio nell’opera letteraria e visiva.

Quando la poesia la incontra: Pascoli e la dolce malinconia
Una delle rare apparizioni “ufficiali” della Befana in letteratura si trova in Giovanni Pascoli, che le dedica una poesia. Qui la vecchina non è caricaturale, ma sospesa, tenera, quasi fragile:
«Viene, viene la Befana
Vien dai monti a notte fonda.Come è stanca! la circonda neve, gelo e tramontana.Viene viene la Befana.»
Non entra in scena come un’eroina. È piuttosto un soffio nel gelo d’inverno, una magia che non ha bisogno di stupire. Insomma le piccole cose pascoliane.
Rodari, Calvino e le ombre luminose delle fiabe
Nel Novecento ritorna accennata, evocata, riletta.
Gianni Rodari la trasforma in icona popolare e giocosa:
«Mi hanno detto, cara Befana, che tu riempi la calza di lana, che tutti i bimbi, se stanno buoni, da te ricevono ricchi doni.
Una figura lieve, ironica, gentile.
Nelle fiabe della tradizione raccolte da Italo Calvino, incontriamo spesso donne anziane, sagge, magiche, marginali: parenti strette della Befana, anche se non portano il suo nome. Sono figure che vivono ai bordi e dai bordi proteggono.

Ma perché la Befana non conquista la scena?
Forse perché non appartiene al mondo scintillante dei protagonisti. È anziana, povera, invisibile ,eppure amatissima. La letteratura, spesso attratta dall’eccezionale, la lascia sullo sfondo. Lei non protesta. Non reclama ruolo. Continua semplicemente a esistere. È, in fondo, l’eroina della discrezione.
Il femminile antico: saggezza, cura, trasformazione
La Befana incarna archetipi preziosi: la sapienza dell’età, la cura silenziosa, la generosità senza testimoni
È la donna che accompagna, che vigila, che saluta l’anno vecchio e apre la porta al nuovo. Clarissa Pinkola Estés, scrittrice, poetessa e psicoanalista statunitense, la definirebbe archetipo della Donna Selvaggia. Custode della memoria, della trasformazione, della ciclicità. Una figura dolcemente rivoluzionaria.

Curiosità
- Per chi ama i dettagli che profumano di folklore. Non si è sempre chiamata “Befana” Il nome nasce da Epifania → Pifania → Befana.
Una metamorfosi linguistica tutta popolare. - Non porta solo dolci. In molte credenze tradizionali: spazza via il vecchio anno, benedice la casa, protegge chi lavora. È più di una “fatina delle caramelle”: è un rito di passaggio in figura femminile.
- È uno dei pochi personaggi anziani amati dai bambini e dalle bambine. E questo la rende unica. Non rassicura perché giovane: rassicura perché antica.
- La letteratura colta l’ha quasi dimenticata. Nei romanzi contemporanei è rarissima, ma resiste nella letteratura orale, più tenace di qualsiasi bestseller.
- Il suo momento è la notte. La Befana arriva quando tutto tace. È l’ultima scintilla magica prima del ritorno alla quotidianità. Perfetta per il sogno.
Una letteratura sottovoce
La Befana non è la protagonista di saghe epiche né di grandi romanzi dunque. Preferisce il margine, la cucina, la filastrocca. Ma proprio lì, nelle parole piccole e domestiche, custodisce uno dei simboli più dolci e resistenti del nostro immaginario. Una magia che non fa rumore. E forse, proprio per questo, non se ne va mai.











