Automi e Robot, storia di un inganno millenario

Automi e Robot - immagine creata con AI

Automi o Robot occupano uno spazio enorme nell’immaginario collettivo. Fin da bambini siamo circondati da racconti in cui le macchine, al servizio dell’uomo, obbediscono ai nostri ordini. Il sogno di avere a disposizione quell’entità che non ribatte, non contraddice, non nega, non si altera, esegue e basta, lo abbiamo più o meno inseguito tutti.

The Matrix - Screenshot of the famous GLMatrix screensaver by Jamie Zawinski
The Matrix – Screenshot of the famous GLMatrix screensaver by Jamie Zawinski
Foto via Wikimedia Commons

Ci hanno aiutato alcuni libri ma soprattutto i grandi film come Blade Runner (1982), dove i replicanti, schiavi perfetti nel corpo e nei movimenti cercano il loro Creatore chiedendo più tempo e un’anima. Terminator (1984), che è l’esatto opposto, dove l’androide non cerca umanità ma che si è evoluto talmente da prevaricare l’uomo nel suo stesso territorio. Corto Circuito (1986), una storia apparentemente leggera dove si cela una profonda voglia di dare una coscienza a chi coscienza non ha, quasi una visione più attuale del burattino Pinocchio. Fino a Matrix (1999), dove l’intelligenza artificiale non ha più bisogno di un corpo fisico per interagire con l’uomo, ma crea un’intera illusione per dominare l’umanità.

Automi e Robot: solo storia contemporanea?

Dobbiamo andare indietro fino al mondo degli antichi egizi per scoprirlo. Nell’antico Egitto si fabbricano meccanismi complicati che comandano statue di dei.  Una robotica studiata ad hoc per dare un senso alla manifestazione del divino.

L’inganno che le anima serve per sigillare la fede in uno o più dei che regolano la vita. Durante le cerimonie, queste statue muovono le braccia, annuiscono con la testa respirano e parlano per emettere oracoli. Chi si trova di fronte alla statua sente davvero il fiato della divinità che anima la materia.

I geroglifici ci tramandano infatti che durante i riti il dio è presente e interagisce. Non ci svelano il funzionamento dei meccanismi ma alcune antiche pitture tombali, come quelle di Saqqara, ci mostrano una forma primordiale di animazione visiva. I registri di questi affreschi presentano sequenze di immagini ripetute in fasi leggermente diverse della stessa azione, come le fasi di una lotta o la raccolta del papiro. Se lette in sequenza, le scene creano, passo dopo passo, un vero e proprio effetto animato.

Questi meccanismi, come i tubi acustici per far parlare le sculture o i sistemi di leve nascoste, sono segreti gelosamente custoditi da sacerdoti o dignitari che li muovono. Il loro scopo è far credere ai fedeli che la divinità è davvero entrata nella statua. Le statue animate si trasformano in veri e propri mediatori tra il mondo spirituale e quello umano.

Automi e Robot del periodo Ellenistico

Tra il terzo e il secondo secolo a.C, nell’Alessandria d’Egitto di epoca ellenistica, la Silicon Valley dell’antichità, l’automa diventa taumaturgia, scienza dello stupore.

Filone di Bisanzio progetta un automa a grandezza naturale con le sembianze di un’ancella, che tiene una brocca di vino nella mano destra. Quando un ospite appoggia una coppa nel palmo della mano sinistra, il peso aziona un sistema di tubi e valvole nascoste nel corpo. La serva versa prima il vino e poi l’acqua per diluirlo, fermandosi al momento giusto.

È il primo vero tentativo di creare una macchina umanoide al puro servizio dell’uomo, l’antenato diretto dei robot domestici o del maggiordomo meccanico de L’uomo bicentenario (film del 1999 diretto da Chris Columbus).

Automa mobile di Philon di Bisanzio. Ricostruzione di Kóstas Kotsanás. Museo della tecnologia greca antica, esposto nell'edificio di Heraklion (Creta)
Automa mobile di Philon di Bisanzio. Ricostruzione di Kóstas Kotsanás. Museo della tecnologia greca antica, esposto nell’edificio di Heraklion (Creta)
Foto di Eunostos – Via Wikimedia Commons

I teatri mobili di Erone Alessandrino

Poi Erone di Alessandria fa un passo ulteriore e oltre a far muovere un automa, lo programma. Veri teatri automatici si spostano da soli su ruote, e le cui porte si aprono per svelare figure meccaniche che recitano intere scene muovendo braccia, accendendo fuochi finti e producendo suoni. Il motore è composto da un peso di piombo che cade lentamente in un tubo pieno di sabbia. Il colpo di genio è però il codice.

Erone avvolge delle corde attorno a dei cilindri. A seconda di come la corda è avvolta in un senso o nell’altro, o fatta passare per dei pioli, crea diverse sequenze di movimenti predeterminati. Una sorta di primo esempio di programmazione di un codice invisibile che anima l’AI di oggi. Erone non si accontenta e progetta l’animazione di alberi in bronzo con uccellini meccanici che cantano grazie al passaggio dell’acqua in un serbatoio nascosto che passando attraverso piccoli flauti li fa cantare e spingendo in altri punti li fa muovere le ali e girare la testa.

L’inganno diventa un lusso intellettuale con cui si trastulla chi ha la possibilità di farlo. Molto vicino quello che sta succedendo oggi.

Gli automi di Jaquet-Droz nella seconda metà del Settecento

Nei secoli successivi, molti si cimentano a costruire automi con meccanismi complicati.

Automi di Jaquet-Droz
Automi di Jaquet-Droz
Foto di Maciej Czepiel
Via Wikimedia Commons

Ci sono Pierre e Henri-Louis Jaquet-Droz, orologiai svizzeri, che realizzano quelli che consideriamo i remoti antenati dei computer moderni. Gli automi, uno scrivano, un disegnatore e un musicista, sono perfettamente conservati e ancora funzionanti al Musée d’Art et d’Histoire di Neuchâtel, in Svizzera. Vengono azionati regolarmente per il pubblico ogni prima domenica del mese.

Oltre che a scrivere realmente o suonare l’organo, compiono movimenti come sbattere le ciglia o respirare.

La loro capacità di simulare gli atteggiamenti umani è costruita sull’idea che il corpo umano è paragonabile a un raffinato congegno a orologeria.

Gli automi sono oggetti che utilizzano l’inganno. Servono dunque per creare meraviglia. Sono costruiti per assomigliare agli dèi , per imitare i gesti umani o ne diventano semplicemente un passatempo.

I robot di oggi, automi intelligenti senza scadenza

Ameca generazione 1 ritratta nel laboratorio di Engineered Arts Ltd, questa è una delle serie di immagini promozionali rilasciate per il lancio del robot nel gennaio 2022
Ameca generazione 1 ritratta nel laboratorio di Engineered Arts Ltd, questa è una delle serie di immagini promozionali rilasciate per il lancio del robot nel gennaio 2022
Foto di Willy Jackson via Wikimedia Commons

Nel passato i robot con il fiato divino dell’Egitto antico o lo scrivano del Settecento sono misteriosi ma si materializzano in un corpo, ma sono senza mente, simulano la vita attraverso un movimento fisico. I robot di oggi sono innanzi tutto mente, elaborazione logica, simulano la vita comunicando. Ma all’uomo non è sufficiente. La sete di stupire sé stesso, di impressionare chi gli sta intorno non si è mai esaurita.

Così nasce l’inganno finale, l’apoteosi dell’illusione.

Il robot umanoide contemporaneo ha un involucro di silicone e micromotori che finge la biologia, proprio come gli automi del Settecento degli orologiai svizzeri. Però possiede un motore cognitivo, l’intelligenza artificiale che finge la coscienza e il pensiero imitando l’empatia e la conversazione umana.

Abbiamo oggi una macchina che non invecchia, che non ha data di scadenza composta da un corpo che simula il respiro a un codice che simula il pensiero. Uno strumento progettato come lo vogliamo, che risponde alle nostre domande, che ci ubbidisce, non si altera, ci dà sempre ragione e non ci delude: l’inganno antico si è evoluto insieme all’uomo.

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