C’è una caratteristica apparentemente poco importante della scrittura, a cui però chi scrive dà estrema attenzione: la prospettiva del narratore. “Entrò nella stanza” oppure “Entrai nella stanza”: in un caso, osserviamo; nell’altro, te lo racconta chi lo vive. E solitamente, ai lettori piace immergersi nelle storie che leggono. Proprio per questo motivo e tanti altri, la prima persona è la preferita dei lettori… analizziamo i motivi per cui i “libro scritto in prima persona” ci conquista.
Il libro scritto in prima persona: un “io” che ci porta dentro la storia
Non è un caso che la prima persona sia una delle prospettive narrative più amate dai lettori. Anche un sondaggio sulle preferenze di lettura di Reedsy, svoltosi nel 2023, la elegge come tecnica preferita dai lettori e, nelle proprie guide alla scrittura, ne sottolinea i punti di forza: l’accesso diretto ai pensieri del personaggio, l’intimità e la capacità di creare un’esperienza immersiva. La storia, invece di arrivare dall’esterno, sembra essere raccontata direttamente da qualcuno che abbiamo di fronte.
Il principale vantaggio della prima persona è forse proprio questo: la vicinanza.
Quando è il narratore direttamente a dirti: “Ho paura”, non siamo semplicemente informati della sua paura. La riceviamo attraverso la sua voce, le sue parole, le sue esitazioni, la sua descrizione delle sensazioni che prova o ha provato in quell’esatto momento Ogni avvenimento passa attraverso il suo modo di vedere il mondo. Non conosciamo necessariamente la realtà dei fatti: conosciamo la realtà così come viene percepita da chi la racconta.
È anche per questo che la prima persona può rendere una voce narrativa particolarmente memorabile. Il personaggio non è soltanto il protagonista della storia: è la voce attraverso cui la storia esiste. Le sue espressioni, i suoi giudizi, le sue ossessioni e persino i suoi errori diventano parte del racconto.
La prospettiva, inoltre, permette di giocare con un elemento narrativo particolarmente potente, cioè l’inaffidabilità. Un narratore in prima persona non deve necessariamente dirci la verità. Può non conoscerla, può deformarla, può nasconderla agli altri o persino a se stesso. Il lettore si trova così in una posizione curiosa: deve fidarsi di chi racconta, ma contemporaneamente chiedersi se quella versione dei fatti sia davvero quella corretta.
È una delle ragioni per cui la prima persona si presta così bene, per esempio, ai thriller psicologici e ai romanzi in cui la percezione del protagonista è parte integrante del mistero.

La terza persona: quando la distanza è una scelta
Se la prima persona avvicina, la terza è ottima per creare distanza. Ma sarebbe un errore considerarla semplicemente meno coinvolgente: allontanarsi dal narratore, infatti, amplia il campo visivo. La terza persona può seguire più personaggi, cambiare prospettiva, offrire informazioni che il protagonista non possiede e lasciare al lettore uno spazio maggiore per osservare e giudicare.
È vero: rispetto alla prima persona, la terza persona può richiedere uno sforzo maggiore per ottenere lo stesso livello di intimità. Reedsy individua proprio nella distanza il principale rovescio della medaglia: la terza persona offre più libertà narrativa, ma può risultare meno intima. Ma quella distanza può essere esattamente ciò che un romanzo cerca. Infatti, non tutte le storie vogliono farci sentire dentro un personaggio. Alcune vogliono impedirci di identificarci completamente con lui. Vogliono costringerci a guardare, a riflettere, persino a sentirci a disagio.
In un romanzo che affronta temi scomodi, conflitti morali o situazioni difficili da giudicare, la distanza della terza persona può diventare uno strumento narrativo prezioso. Invece di offrirci il solo punto di vista del narratore diretto, ci mette davanti a una situazione e ci lascia il compito di confrontarci con essa, ci lascia lo spazio di giudicare, valutare il nostro personale punto di vista, o di crearcelo da zero.

Qualche lettura in prima persona
La prima persona dà il meglio di sé quando la voce del narratore non è soltanto un espediente grammaticale, ma una vera presenza.
Un esempio interessante, che si costituisce come l’eccezione che conferma la regola, è Felice di Mauro Corona, uscito il 15 settembre 2026 per Bompiani. In questo nuovissimo memoir Corona affida direttamente a Felice, il fratello morto quasi sessant’anni prima, il compito di raccontare la propria vita. Il risultato è un incontro impossibile tra vivi e morti, in cui la voce del personaggio diventa anche il mezzo attraverso cui affrontare un’assenza e una memoria familiare. La prima persona, qui, riesce a fare qualcosa di straordinario: distanziare e avvicinare. Perché il memoir, quando ha il compito di tirare fuori ogni lato di te, colpisce come un pugno il lettore, e lo mette davanti a un essere umano vero, che si trova senza filtri né armi per difendersi.
A volte distanza e vicinanza si mischiano, come nei rapporti veri: ed è lì che sai che hai davanti un libro di memorie che vale davvero.
Ne Il maestro del Duce di Alessandro Di Nuzzo la prima persona avvicina avvicina il lettore al protagonista e al suo percorso in maniera canonica ma magistrale. Tramite la forma del diario, assistiamo alla vita del giovane Guido Centofanti e alla lenta distruzione della sua fede cieca in Mussolini. L’uomo narra la propria esperienza attraverso le pagine del suo diario, che con grande perizia dell’autore diventano uno specchio di una generazione e di un’epoca.
Infine, un esempio quasi paradigmatico: Dolores Claiborne di Stephen King.
Il romanzo è letteralmente il monologo di confessione della protagonista, Dolores, alla polizia: “Io ho ucciso mio marito”; e procede senza capitoli né interruzioni narrative tradizionali. Dolores parla, racconta, ricorda, si giustifica e ricostruisce la propria vita con una voce fortemente caratterizzata e tu la ascolti, proprio come se fossi i poliziotti che la stanno interrogando. Non abbiamo un narratore esterno che possa correggerla o offrirci una versione alternativa: abbiamo soltanto Dolores e la sua storia.
Ed è proprio questa limitazione a rendere il romanzo così potente. Come ha osservato The Guardian, vedere gli altri personaggi esclusivamente attraverso gli occhi di Dolores significa accettare la sua interpretazione degli eventi: il lettore non riceve una versione “neutrale” dei fatti, ma quella di una donna che racconta il mondo dal proprio punto di vista.

Non è una questione di grammatica, ma di prospettiva
Alla fine, come accade con ogni principio della narratologia, scegliere tra “io” e “lui/lei” non significa semplicemente scegliere uno stile. Significa decidere a che distanza vogliamo tenere il lettore dalla storia.
La prima persona lo prende per mano e lo porta dentro la coscienza del narratore. La terza può invece lasciargli qualche passo di distanza, abbastanza per osservare ciò che accade e formulare un giudizio.
È per questo che la prima persona può essere così seducente: perché ci fa dimenticare, almeno per qualche pagina, di essere lettori. Non guardiamo più un personaggio che attraversa una stanza. Siamo noi a entrare nella stanza.
E forse è proprio questa la forza di quell’insistente, semplicissimo “io”.










