È il 18 aprile del 1874 e noi siamo in Marocco con Edmondo de Amicis. Precisamente a Tangeri, dove Edmondo è arrivato all’alba. Lo scrittore è stato invitato da Stefano Scovasso, Console Generale a Tangeri e Plenipotenziario, a prendere parte alla spedizione in partenza per Fez. Scopo della missione: presentare i doni del giovane Regno d’Italia al giovanissimo sovrano dell’antico Regno del Marocco, Muley el Hassan I, salito al trono nel 1873.

In Marocco con Edmondo de Amicis
“È la prima volta che si porta nell’interno del Marocco la bandiera della nuova Italia”, annota de Amicis Le relazioni diplomatiche tra i Savoia e il Regno del Marocco risalgono, infatti, alla firma di un “di Amicizia e Commercio” del 30 giugno 1825 tra il Regno di Sardegna e il Sultano del Marocco. Della missione fa parte, oltre al personale diplomatico, il pittore fiorentino Stefano Ussi..
Il libro Marocco, Fratelli Treves editori, Milano 1878 è considerato ancora oggi quale diario di bordo che Edmondo di Amicis scrive per narrare il suo viaggio.

Quando s’imbarca per Tangeri, de Amicis non ha ancora trent’anni e deve ancora pubblicare il celebre Cuore. È già, tuttavia, un apprezzato giornalista e un esperto viaggiatore. Il suo Spagna (1873), resoconto di viaggio nella Penisola Iberica, ha avuto un’accoglienza entusiasta ed è subito diventato un modello per i viaggiatori dell’epoca.

Edmondo de Amicis e la cultura marocchina
Oggi si registra anche qualche giudizio critico. NASSIH Redouan, docente di letteratura italiana dell’Università Hassan II di Casablanca, osserva ad esempio che: “De Amicis fu soprattutto un moralista e un educatore. Le sue opere si caratterizzano per la freschezza e l’attualità nei resoconti dei numerosi viaggi compiuti all’estero. [Tuttavia] la cultura marocchina viene definita in opposizione e negazione della civiltà occidentale, laica, liberale e razionale, assai diversa da quella islamica, confessionale e oscurantista. Perfino nelle pietanze della cucina locale”. De Amicis sottolinea con disgusto le differenze:
“Non saprei esprimere quello ch’io sentii nella bocca fuorché paragonandomi a un disgraziato costretto a far colazione coi vasetti d’un parrucchiere”.(De Amicis, 1878: 52).
Quanti italiani all’estero si potrebbero riconoscere nelle parole dello scrittore piemontese? E d’altra parte noi, in questo fine 2025 che ha visto la cucina d’ Italia riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità, come potremmo nascondere il piacere che proviamo leggendo certe espressioni del giovane Edmondo!

Edmondo ambasciatore inconsapevole della cucina italiana
“Un’ ora dopo l’arrivo ci sedemmo a tavola sotto la gran tenda consacrata a Lucullo. Credo che fu quello il pranzo più allegro che sia mai stato fatto dentro i confini del Marocco dalla fondazione di Fez in poi. Eravamo sedici, compreso il console d’ America coi suoi due figli e il console di Spagna con due impiegati della Legazione. La cucina italiana riportò un trionfo solenne. Era la prima volta, credo, che in mezzo a quella campagna deserta s’alzavano ad Allah i vapori dei maccheroni al sugo e del risotto alla milanese. L’autore, un grosso cuoco francese venuto per quella sola notte da Tangeri, fu chiamato clamorosamente agli onori del proscenio. I brindisi scoppiarono l’un dall’altro in italiano, in spagnuolo, in verso, in prosa, in musica. Il console di Spagna, un bel castigliano dello stampo antico, gran barba, gran torace e gran cuore, declamò, con una mano sul manico del pugnale, il dialogo Don Juan”
In tutto questo tripudio, l’ unico che appare triste è, stranamente il cuoco. Edmondo cerca di consolarlo: ”Almeno quando tornerete a Torino, avrete qualche cosa da raccontare.”, ma senza grandi risultati:” Ah! – rispose lui con accento malinconico – che cosa si può raccontare d’un paese dove non si trovano due foglie d’insalata!”











